I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

COME DON BOSCO

PINO PELLEGRINO

AUTOGRILL PER EDUCATORI
2. Lasciare un buon ricordo

«La memoria ci è stata data da Dio per permetterci di avere le rose a Dicembre» diceva lo scrittore scozzese James Barrie. In questa sede noi possiamo dire che la memoria ci è stata data da Dio per permetterci di ricordarci dell'infanzia nelle tempeste della vita.
In un libro intitolato Il valore dei ricordi dell'infanzia, l'autore californiano Norman B. Lobsenz riporta le risposte alla domanda: «Qual è il più bel ricordo dei tuoi primi anni?» Il figlio stesso dell'autore del libro, intervistato, ha risposto: «Mi ricordo quando una sera eravamo soli in macchina e tu ti sei fermato per aiutarmi a prendere le lucciole!»
Il bambino aveva cinque anni. Il padre gli domandò: «Perché ti ricordi di questo?»
«Perché non pensavo che ti saresti fermato a prendermi le lucciole, invece ti sei fermato!»
Per un altro il più bel ricordo è “Il giorno della scampagnata scolastica quando mio padre, di solito freddo, dignitoso, impeccabile, si presentò in maniche di camicia, si sedette sull'erba, mangiò con noi e partecipò ai nostri giochi lanciando la palla più lontano di tutti. Più tardi scoprii che aveva rimandato un importante viaggio d'affari per stare con me quel giorno!»
Lasciare un bel ricordo, anche questo è educare. Un buon ricordo può salvare tutta un'esistenza.
Lo ha capito quel genio che fu il grandissimo scrittore russo Feodor Dostoevskij il quale era così convinto da avvertire con molta sicurezza: «Sappiate che non c'è nulla di più alto e forte e sano e utile per la vostra vita futura di qualche buon ricordo, specialmente se recato con voi fin dai primi anni, dalla casa dei genitori. Uno di questi buoni e santi ricordi, custodito fin dall'infanzia, è forse la migliore delle educazioni. E quand'anche un solo buon ricordo restasse con noi, nel nostro cuore, potrebbe un giorno fare la nostra salvezza».

Nove consigli per mangiare da genitori intelligenti
1.
Puntiamo sulla cena. È più facile che la famiglia si trovi riunita. Mettiamoci d'accordo perché nessuno manchi e tutti siano puntuali.
2. Quando si è a tavola non si sente la televisione, ma si parla, si chiacchiera, si racconta la propria giornata. Anche il bambino della Scuola dell'Infanzia può prendere la parola.
3. Mangiare e restare insieme come famiglia, deve essere uno dei momenti più belli della giornata e della vita. Per questo a tavola si mettono tra parentesi fastidi e preoccupazioni.
4. Non siamo troppo esigenti sul galateo. Interveniamo solo quando è proprio necessario. Meglio la spontaneità e l'allegria che la troppa pulizia.
5. Perché accorgersi solo quando la minestra sa di bruciato e non fare, invece, i complimenti alla cuoca quando è buona?
6. Non è giusto che solo la mamma prepari, serva, riordini, pulisca. La casa è una comunità non un ristorante. Ognuno è responsabile della felicità della famiglia.
7. Quando si mangia non si fanno 'prediche' non si dice: «Qui comando io!» È lecito urlare, di tanto in tanto, ma ad una condizione: che si possa urlare a turno!
8. Non usiamo il cibo come premio o come punizione: il ricatto non educa.
9. Infine, se ci è possibile, usciamo qualche volta, andiamo a cena 'fuori'. È vero che il portafoglio potrà essere un po' dissanguato, ma per la 'tenuta' della famiglia non mancherà un bel risultato!

«Guardatemi!»
Molti anni fa, Thornton Wilder scrisse una bellissima commedia, Piccola città. Una delle scene dell'opera colpisce invariabilmente gli spettatori. Si tratta della morte di una giovane signora, Emily, colpita da infezione dopo aver dato alla luce un bambino.
La conducono al cimitero, e le chiedono: «Emily, puoi ritornare a vivere un giorno della tua vita. Quale preferisci?». E lei dice: «Oh, ricordo com'ero felice il giorno del mio dodicesimo compleanno. Vorrei ritornare al mio dodicesimo compleanno».
In coro i morti del cimitero tentano di dissuaderla: «Emily, non farlo. Non farlo, Emily». Ma lei insiste. Vuole rivedere la mamma e il papà.
Così cambia la scena, e lei è lì, dodicenne, nel giorno meraviglioso del suo ricordo. Scende le scale, con un bell'abitino e i riccioli ondeggianti. Ma sua madre è così indaffarata a preparare la torta per il compleanno che non ha neppure il tempo di guardarla. Emily dice: «Mamma, guardami, sono io la festeggiata». E la mamma: «Benissimo, signorina festeggiata. Siediti e fai colazione». Emily resta in piedi e dice: «Mamma, guardami». Ma la mamma non la guarda. Entra il papà, ed è così occupato a guadagnare denaro per lei che non l'ha mai guardata; neppure suo fratello la guarda perché è troppo preso dalle sue faccende e non ha tempo. La scena finisce con Emily al centro del palcoscenico, che dice: «Per favore, qualcuno mi guardi. Non ho bisogno della torta né del denaro. Guardatemi, per favore». Naturalmente nessuno l'ascolta. Allora lei si rivolge ancora una volta alla madre: «Per favore, mamma». Poi si volta e dice: «Conducetemi via. Ho dimenticato com'erano le creature umane. Nessuno guarda gli altri. Nessuno se ne cura più, vero?».
Nessuno l'ascolta. Nessuno la guarda.
Ed Emily muore per sempre!
Emily esprime il bisogno fondamentale di tutti i figli (e di tutti gli esseri umani): «Il bisogno di esistere», il bisogno di essere riconosciuto, di essere considerato importante.