I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

IL LORO RICORDO È BENEDIZIONE

Don Domenico Rosso

Morto a Torino, il 2 giugno 2020, a 86 anni

«L'ultima intervista la concesse un anno fa, a Valdocco. Si avvicinava il quarantesimo anniversario di Santa Chiara, un forte militare nell'alta Val di Susa, sopra Giaglione, non lontano dal Moncenisio, diventato disarmata oasi dello Spirito, e lui, che quell'esperienza sognò e rese possibile, in ore e ore di colloquio consegnò un racconto ricco di storia e di cuore. Don Domenico Rosso, mancato il 2 giugno scorso all'età di 86 anni, è stato tante cose insieme: instancabile confessore, ricercato padre spirituale, fondatore di una diffusa rete di gruppi giovanili di preghiera, grande comunicatore, appassionato musicista. Ma soprattutto è stato prete fino in fondo. Innamorato di Dio. Punto e basta. In quel maggio 2019 non di rado s'interrompeva: il suo sguardo fiammeggiante fuggiva dalla finestra, lontana giusto un passo dalla sua sedia, alla sinistra della scrivania. Con gli occhi accarezzava la basilica di Maria Ausiliatrice e il Rocciamelone, sovrastato dalla Madonna che vigila materna quel lembo di Piemonte (forte di Santa Chiara incluso). “Il mio mondo, la mia vita”, ripeteva» (Alberto Chiara).
Questi “assoluti” ne hanno segnato l'azione nelle varie case salesiane dov'è stato con responsabilità diverse (Direttore al Rebaudengo, a Ivrea, al Colle Don Bosco, di nuovo al Rebaudengo, a Casellette, ispettore dell'Ispettoria Centrale, di nuovo Colle Don Bosco, Avigliana, di nuovo Rebaudengo). E l'hanno accompagnato nelle due grandi “avventure” alle quali ha legato la sua esistenza: l'impegno nel mondo radiofonico e l'esperienza spirituale di Santa Chiara.
«Lo chiamavano Rouge, storpiando con eleganza il cognome, o alla sudamericana, Mingus... La sede della radio era una torretta di uno dei suoi centri più vivaci nella periferia torinese, Rebaudengo. Dalle finestrelle appollaiate si vedevano i ragazzini giocare a pallone nel cortile e le signore con il velo entrare in chiesa per le funzioni.
Don Rosso, occhialetto sul naso, sorriso sornione, era un maestro, di vita e di giornalismo: intelligente, capace, colse da subito l'opportunità della libera radiofonia per lanciare un gruppo di ragazzi nell'etere, armati solo di registratori a batterie e passione, oltre ad una certa spavalderia che permetteva di incontrare e chiamare ai microfoni le personalità più importanti del mondo della politica, della cultura. Ma non c'era nessuna improvvisazione ingenua: gli studi della radio erano insonorizzati, attrezzati al meglio con la tecnologia più moderna, e i giovani cooptati non proprio degli sprovveduti: in quelle stanze si è formata una generazione di giornalisti, che oggi lavorano nelle più diverse testate.
Lo scopo era netto, come sempre con i Figli di don Bosco: “Promuovere la conoscenza, l'incontro e la circolazione di idee e di esperienze tra le realtà giovanili cattoliche, per la realizzazione di una proposta cristiana della vita”. Questo si traduceva nel cercare e dare notizie, con un punto di vista cristiano, sì, ma mai bigotto, mai nascondendo, mai annacquando, mai trasformando la fede in ideologia, o facendone una bandiera identitaria.
In quegli studi il radiogiornale e lo sport, tanta musica e intrattenimento mai banale, mai alla rincorsa compiacente della moda. E ciascuno imparava e trovava la sua strada, dai giornali alla televisione, dalle agenzie alla vita di convento.
Ci vuole sempre un maestro, e questo prete minuto è stato attento e partecipe, mai invadente, mai imponente. Lasciava creare, lasciava crescere, vigilando e accudendo, le idee e la preghiera, qualche ritiro. Accogliendo, con discrezione e tenerezza, qualche persona fragile che tra le mura di quella radio ha trovato la forza di vivere e una vocazione, professionale e umana» (Monica Mondo).
«Un salesiano a tutto tondo - lo ricorda il suo confratello don Mario Pertile, che dall'infermeria di Valdocco l'ha continuato a seguire fino all'ultimo -. È stato il mio maestro spirituale dalla seconda media: è a lui, come a molti altri miei confratelli che devo la mia vocazione».
«E poi l'impegno assiduo per i giovani, le famiglie, il laicato e gli universitari cattolici con l'invenzione, 40 anni fa, dell'esperienza estiva per ragazzi e famiglie presso il Forte di Santa Chiara in Val di Susa, centro di spiritualità salesiana punto di riferimento per migliaia di giovani» (Marina Lomunno).
Un anno fa, Dondo (o Mingus o Rouge: affezionandosi a lui, generazioni di ragazze e ragazzi, cresciuti rimanendo amici, uniti anche nel suo nome, gli cucirono addosso una serie di nickname) volle finire l'intervista con parole che sanno di testamento: «Sono un uomo felice e un prete realizzato. Con Georges Bernanos affermo, perché l'ho sperimentato un numero infinito di volte: davvero, tutto è grazia».