I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

LA STORIA SCONOSCIUTA DI DON BOSCO

FRANCESCO MOTTO

Va bene anche un castello

«Eccellenza la duchessa, non vorrebbe concedere il suo castello a Gesù nostro signore e a Maria Ausiliatrice? Don Bosco».

Vivente don Bosco, ma anche successivamente, sono state centinaia e centinaia le autorità civili e religiose, le istituzioni laiche ed ecclesiali, che offrivano terreni, strutture, ambienti, denaro, protezione, nella certezza che la presenza salesiana avrebbe sollevato le sorti della gioventù più in difficoltà dei loro paesi. Don Bosco ed i suoi collaboratori più vicini si trovarono così in grave difficoltà a non poter accogliere tante richieste, a volte pressanti e ripetute di anno in anno, soprattutto quando erano sostenute da papi, cardinali, nunzi apostolici, capi di Stato, ministri, benefattori estremamente generosi.
La motivazione apportata era quasi sempre la mancanza di personale. In realtà le giovani vocazioni c'erano ed anche abbondanti, ma mancavano le case per formarli. A metà degli anni ottanta l'unico noviziato in Italia, quello di S. Benigno Canavese, era ormai insufficiente. Dove trovarne un altro? Nessuno offriva una sede a questo scopo: occorreva darsi da fare e cercarla. E don Bosco puntò in alto, addirittura ad un castello.

Il castello di Sanfré
Ce lo svela una sua lettera inedita del 18 marzo 1886, intestata “Oratorio di San Francesco di Sales”, che benché giuntaci in semplice copia, è autenticata da una nota di don Rua “Copia di lettera spedita alla Duchessa di Palmella (Palais du Rato. Lisbona)”.
Scritta in francese, è indirizzata a sua “Eccellenza” Maria Luisa Souza Holstein, terza duchessa di Palmella (1841-1909), proprietaria di un ex castello medioevale a Sanfré, località a poche decine di km, da Torino. Nel secolo XVI il suo proprietario, un erede dei marchesi Isnardi di Caraglio, aveva sposato un'erede Savoia-Racconigi, e così grazie all'unione della potenza economica con quella politica l'antico maniero medioevale venne restaurato e arricchito di torri e mura di mattoni a vista, tali da farne un palazzo di carattere rinascimentale, inserito come è ovvio in un bel parco.
Il castello nel 1630 ospitò degnamente per alcuni mesi la duchessa di Savoia Maria Cristina, la futura Madama Reale, in fuga dalla peste che infuriava a Torino. Alla fine del secolo XVIII, estintasi la famiglia Isnardi, il castello per vie femminili era passato in eredità alla famiglia portoghese dei De Souza.

La coraggiosa richiesta
Don Bosco nel suo scritto esordisce presupponendo che la duchessa, residente all'estero, non sia sufficientemente informata sulla sua persona. Perciò immediatamente si presenta come il fondatore di opere salesiane dedite all'educazione della gioventù “povera ed abbandonata”, nonché alla propagazione della fede tra i “selvaggi della Patagonia, affidati dal papa Leone XIII alle cure materiali e spirituali dei salesiani. Essi, sacerdoti e laici, disposti ad abilitarsi alla loro missione educativo-religiosa richiesta da tutte le parti - dalla Francia alla Spagna, dallo stesso Portogallo e soprattutto dalla Patagonia e dal Brasile - erano però privi di una casa, necessariamente grande, dove essere formati.
«Eccellenza - scrive allora don Bosco alla duchessa Maria Luisa - vengo a sapere che è proprietaria a Sanfré d'un vasto palazzo, circondato da mura che servirebbe molto al mio bisogno. Non vorrebbe dare questo palazzo in proprietà o in uso a Gesù Nostro Signore e a Maria Ausiliatrice?»
Possiamo immaginare la sorpresa della cattolica duchessa alla richiesta di «vendere o affittare» un suo castello in Piemonte nientemeno che al Signore Gesù e alla Vergine Maria. Don Bosco, facciamo bene attenzione, parla sì del proprio bisogno, ma il castello lo chiede per Gesù e Maria. Evidentemente confida nella fede della duchessa e anche sulla sua conoscenza dell'Ausiliatrice, dal momento che, imparentata con i Savoia, poteva aver sentito parlare della chiesa di Valdocco.
Don Bosco prosegue poi il suo scritto con un tocco da maestro della captatio benevolentiae: lusinga l'amor proprio la duchessa ricordandole «la fama dei suoi caritatevoli e generosi sentimenti» nonché lo zelo da lei dimostrato in tante occasioni per «cooperare alla gloria di Dio e alla salvezza delle anime».

Ironia della storia
Non si ha notizia della risposta della duchessa portoghese, che, date le solenni premesse, ci aspetteremmo positiva. Invece dovette essere negativa, perché l'“affare” proposto da don Bosco non andò in porto. Ed in effetti sei mesi dopo don Bosco aprì un nuovo noviziato a Foglizzo (Torino).
Ma l'ironia della storia è sempre in agguato. Il castello di Sanfré cambiò poi inquilini, ma passando nelle mani di altri religiosi e con uno scopo identico a quello auspicato da don Bosco. Tra gli anni '20 e il 1960 il palazzo-castello divenne infatti il noviziato delle suore Missionarie della Consolata.
Quanto ai castelli, lungo la storia in Italia non mancarono case salesiane al loro interno: a cominciar dal castello di Caselette (Torino), di proprietà del salesiano conte Cays (1813-1882, diventato sacerdote salesiano a 65 anni), per finire al CastelBrando di Cison di Valmarino (Treviso). Per decine di anni hanno ospitato opere salesiane. Senza dimenticare poi le case tuttora aperte in località che ne portano semplicemente il nome, come Castello di Godego (Treviso) e Venezia-Castello, il più esteso sestiere di Venezia, all'estremità est della bella città lagunare.