I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

SALESIANI

ROSA AGUIRRE LOVATÓN

Una giornata di Christian Becerra Florez
Salesiano, in arte “palabritas”

«La mia parte umanitaria affianca bene la mia vita religiosa, Perché consiste nel dare senza ricevere. Diamo ciò che abbiamo e per me è puro amore».

«A Pasqua, i miei confratelli e io abbiamo deciso di non fare spese inutili e di donare il denaro raccolto a una famiglia in difficoltà economiche» mi racconta Christian. «Non è molto, ma è utile per qualcosa». «Dove andiamo?» domandai. «A Carabayllo. Si trova in cima a una collina. Sono riuscito a mettermi in contatto con la famiglia grazie alla direttrice della scuola materna in cui ho offerto una rappresentazione come clown alcune settimane fa».
Dopo quasi un'ora di viaggio arriviamo a destinazione. Per un momento mi domando se l'auto riesca a procedere lungo quella strada sempre più ripida. «Non preoccuparti. Sono venuto qui in auto il giorno in cui mi sono esibito come clown e conosco la strada», dice Christian con sicurezza.
I bambini giocano, urlano, saltano, cantano e alcuni gli si avvicinano per chiedergli chi sia. «Christian, è bello averti qui», lo saluta una delle insegnanti abbracciandolo. «Lui è Christian, il figlio minore della signora Olga», dice indicando un bambino con il volto serio, confuso. Nei suoi occhi scuri si riflette la tristezza che sta vivendo la sua famiglia, alla sua giovane età.
Christian ha cinque anni. Il suo fratello maggiore è morto due settimane fa ad appena quattordici anni a causa di una leucemia e sua madre, la signora Olga, sta combattendo contro la stessa malattia.
Carabayllo è un distretto situato a nord di Lima ed è il più grande dei 43 che costituiscono la capitale del Perù. Gran parte dei Peruviani che sono arrivati a Lima vive per inseguire i propri sogni in cima alle colline che segnano la strada. La famiglia di Olga si è scontrata con una realtà diversa e Christian sa che non sarà facile trovare le parole giuste, quando arriverà il momento di parlare con questa signora che lotta ogni giorno per vivere.
Si sente in lontananza il rumore di un motore che fa fatica a continuare a salire su quel pendio. È un mototaxi, che si ferma e fa scendere una signora bassa, magra, con i capelli tirati indietro, che ci guarda confusa.
Christian le si avvicina, la saluta e spiega il motivo della sua visita in questa mattina così fredda. «Sono qui per darle qualcosa di cui ha bisogno, per lei e per i suoi figli. Non si offenda: è un aiuto in questo momento difficile».
Sul viso della signora Olga compare un'espressione ancora più confusa e sua cognata ci invita a entrare in una piccola stanza. Christian siede vicino alla signora Olga e le porge con calma una busta bianca, che contiene speranza e amore.
Sulla via del ritorno, Christian e io siamo rimasti in silenzio per vari minuti. Lo guardo mentre guida. Non suona il clacson; preferisce usare le luci lampeggianti. «Quando vivevo in America Centrale, gli automobilisti non suonavano il clacson per paura che il conducente dell'altra automobile tirasse fuori una pistola e sparasse. I trafficanti di droga lo fanno spesso» spiega.
Dopo un breve silenzio dice: «Spero che la signora Olga metta a frutto i soldi che le ho dato, penso che l'amore sia l'unica cosa che ha ora da dare ai suoi figli. L'amore è la forza più grande che esiste».

La magia di un naso rosso
Ogni sabato, Christian indossa un naso rosso e si avvia verso un mondo ricco di immaginazione e risate. La sua destinazione: l'Istituto Nazionale per la Salute del Bambino, nel distretto di Breña.
«Dobbiamo avere molta energia per andare in ospedale. Per questo siamo invitati a riposare bene e, soprattutto, a stare bene con noi stessi. Prima andiamo alla casa dei Clown di Emergenza, dove incontriamo i medici clown prima di cominciare il programma della giornata».
Uno dopo l'altro arrivano i medici clown. «Oggi saremo solo sei», mi dice Christian. Sembra diverso; indossa un cappello arancione a forma di cono, calze a strisce, pantaloni verdi, una camicia gialla e, soprattutto, il suo camice bianco con il nome di “Clown di Emergenza”. E naturalmente il naso a pallina rosso vivo. Mi tornano in mente le parole che Christian mi disse un paio di mesi fa: «La magia del naso è unica».
Uno dei medici chiama il gruppo al centro della casa e formano un cerchio. «Entra anche tu», mi dice un ragazzo alto, molto magro, chiamato “Dottor Spaghetto”. «Oggi sarai il nostro volontario di emergenza», mi dice il “Dottor Spaghetto” con un grande sorriso e un grembiule rosso tra le mani. «Devi indossarlo, altrimenti non ti lasceranno entrare con noi», spiega una voce acuta e dolce, che arriva da “Campanella”, un'altra dottoressa di emergenza, la quale mi sorride.
«Abbiamo solo quindici minuti per giocare. Dobbiamo rispettare regole che sono state stabilite per seguire un ordine, perché potremmo continuare il gioco senza badare al tempo».
«Sono arrivati i clown!», esclama un bambino dalla porta dell'Ospedale. Una volta arrivati all'interno dell'Ospedale, Christian-Palabritas (che significa Paroline) si pone al centro di un piccolo cerchio e inizia a giocare con i bambini. Si avvicina a un bambino che ha in mano una pallina gialla molto piccola, ma il piccolo non lo guarda. Guarda solo la pallina. «La tua pallina è molto bella», dice “Paroline”. «So a cosa possiamo giocare». Il bambino alza lo sguardo e comincia ad ascoltare accennando un sorriso. «Stiamo partecipando a una gara di ballo e se lanci la pallina significa che dobbiamo andare via».
Il piccolo annuisce con un cenno del capo e tutti i clown si dispongono per iniziare lo spettacolo. La prima a ballare è “Paroline” e si muove a ritmo di un reggae cantato dai clown, mentre i bambini intorno a loro battono le mani e i loro genitori sorridono, pronti a registrare con gli smartphone.
Mi tornano in mente le parole: «La magia del naso è unica». Osservo come quell'amico che spesso si è mostrato freddo di fronte a certe emozioni ora si volti, segua il ritmo dei battimani, rida e continui a ballare. Quella magia affascina gli spettatori e crea un mondo di colori al ritmo di ogni passo ballato da “Paroline”.
Due ore prima Christian mi spiegava che quello scenario lo aiuta ad abbandonare i suoi timori proprio grazie alla sua originalità. Vedendolo ballare, ho capito che le paure interiori che a un certo punto sono sorte in lui erano avvolte in quelle calze lunghe a strisce larghe e nel cappello arancione che ora indossa. “Paroline” è questo. Un personaggio che ha imparato a lasciar andare le sue paure, ha compreso cosa significhi sentirsi libero e ha capito il valore della risata attraverso l'autostima.

«Ho una missione come salesiano»
Una sera mi aveva invitato a cena nella sua comunità salesiana. «Così vedrai che siamo normali», mi disse ridendo. Prima di cena, mentre eravamo seduti comodamente, mi ha raccontato dell'inizio di quella sua attività.
«È avvenuto per puro caso. Uno dei miei confratelli, don Humberto, mi disse che aveva una borsa di studio per un laboratorio di clown. Accettai e così sono arrivato nella scuola». Lo guardai sorpreso; immaginavo una storia diversa, più sentimentale, più ricca di fantasia. Fu solo un caso, un avvenimento non previsto, non programmato.
Nell'angolo della stanza, su una mensola c'era una statua di don Bosco. Era stato anche lui un giovane pieno di sogni e di speranze per salvare i giovani dai pericoli di una società ingiusta.
«Ho una missione come salesiano; siamo portatori dell'amore di Dio», dice Christian con voce ferma. «Diamo ciò che abbiamo e per me è puro amore arricchito dal gioco, in modo che per un momento le persone dimentichino ciò che accade e si vogliano bene, comprendendo che ridere è indice di amore, che guardarci è un gesto amorevole».
Guardando ora la sua danza e quanto susciti il sorriso, capisco di cosa parlasse quella sera. Non è imbarazzato, dato che gli piace il rock e da giovanissimo per un po' di tempo aveva portato i capelli lunghi e arruffati.
Gli applausi mi distolgono dai miei ricordi e mi rendo conto che la gara è terminata. Il bambino ha tirato la pallina gialla e i medici clown hanno capito il segnale. Vanno via, accompagnati dalle risate, disponendosi in fila verso una nuova destinazione. Visitiamo diversi reparti in cui i bambini, molti dei quali sono a letto, li accolgono sorridendo e le infermiere sanno già in cosa consisterà l'incontro. I clown usano il linguaggio dell'immaginazione, della fantasia, aiutano i bambini a entrare in questo mondo. Cantano, ballano, sono in accordo. Le loro storie sono intrecciate con il filo dell'amore.
«La gente si chiederà perché lo facciamo. La risposta è l'amore, solo questo», mi ha detto Christian quella sera. «Arrivare in una stanza in cui si trovano pazienti affetti da TBC e cantare motivi di buon compleanno in tutti i generi musicali possibili, rock, melodico, metal è divertente, i bambini ricevono beneficio da questo amore e “Palabritas” lo sa».
Per concludere la giornata torniamo nella casa di Miraflores. Ci sediamo sul pavimento ed esprimiamo le impressioni che abbiamo provato durante la visita in ospedale. All'improvviso si diffonde una melodia dolce, tranquilla e rilassante. Il dottor “Spaghetto” suona con una chitarra azzurra le note musicali che diventano parte della tranquillità che si respira.