I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

L'INVITATO

O. PORI MECOI

In migliaia mi dicono «thank you»

Incontro con don Giordano Piccinotti - Responsabile di Opera Don Bosco.

«Al termine del servizio militare ho chiesto all'Ispettore di allora di entrare nei salesiani di don Bosco, da quel momento è iniziata un'avventura fantastica e il Signore mi ha mostrato concretamente che cosa significa ricevere il centuplo.»

Può autopresentarsi?
Mi chiamo Giordano Piccinotti, sono nato a Manerbio (BS) il 23 febbraio 1975, figlio di Serafino e Maria. Salesiano dal 1998 e sacerdote dal 2006. Provengo da una famiglia semplice, i miei genitori mi hanno sempre insegnato ad essere autentico e a guadagnarmi il pane con il sudore della fronte. Ho trascorso gli anni della mia fanciullezza nel mio paese, Faverzano, tra famiglia, oratorio e chiesa. Qui ho imparato l'amore all'oratorio e a don Bosco, grazie al mio parroco di allora, don Gianni. Il desiderio di diventare prete, la voglia di stare in un ambiente allegro mi hanno portato dai Salesiani al Don Bosco di Brescia, dove ho frequentato i corsi di formazione professionale e al termine del percorso formativo ho trovato subito un ottimo lavoro. Il passo successivo è stato quello del servizio militare, esperienza dura ma profondamente arricchente per un ragazzo di provincia come me. Al termine del servizio militare ho chiesto all'Ispettore di allora, don Francesco Cereda, di entrare nei salesiani di don Bosco, da quel momento è iniziata un'avventura fantastica e il Signore mi ha mostrato concretamente che cosa significa ricevere il centuplo.
Il mio percorso è proseguito nel prenoviziato a Bologna, dove ho concluso gli studi superiori, poi a Pinerolo nel noviziato, il post noviziato a Nave, il tirocinio a Sesto San Giovanni, la teologia a Roma, conclusasi con la licenza in teologia spirituale. Dopo l'ordinazione sacerdotale, la prima obbedienza è stata all'Istituto Elvetico di Lugano, come economo, poi nel 2011 l'economato ispettoriale, e dal 2012 anche diverse Fondazioni che si occupano di raccogliere fondi per le missioni salesiane. Sono un salesiano felice.

Com'è nata la sua vocazione?
Senza alcun dubbio, la mia vocazione è nata a contatto con persone felici di servire il Signore. Penso al nonno Piero, morto a novantotto anni, che mi ha insegnato il valore della preghiera. Penso al parroco diocesano del mio paese, don Gianni Piovani, all'amore che ha sempre avuto per san Giovanni Bosco. Passava le calde estati nella bassa bresciana a organizzare le attività estive e i campi scuola per noi ragazzi. Penso ai miei genitori e alla testimonianza di amore e fedeltà, vissute nella quotidianità. Loro mi hanno insegnato il valore del sacrificio, della carità, del servizio gratuito per i piccoli e i poveri. La mia vocazione è profondamente legata alle persone e alla vita della mia terra.

Qual è il suo compito attuale?
Attualmente mi occupo della gestione di tre fondazioni: l'Opera Don Bosco nel mondo di Lugano (Svizzera), la Fondazione Opera Don Bosco onlus di Milano, e la Fondazione Don Bosco in Der Welt Stiftung di Schaan (Liechtenstein). Si tratta di Fondazioni che si occupano della raccolta fondi per le missioni salesiane nel mondo intero.
La Fondazione Opera Don Bosco ha come motto «Continuate a fare il bene e a farlo bene!».

Come lo attua?
Questo motto era molto amato da don Arturo Lorini, salesiano fondatore in Lombardia del sostegno a distanza per migliaia di ragazzi poveri nel mondo. Mi sembra rispecchi bene il nostro modo di lavorare. Non basta fare il bene, bisogna farlo bene, creando possibilità di sviluppo, dotando le persone, per noi soprattutto i giovani, di quegli strumenti umani, culturali, educativi e spirituali che diano loro “una possibilità” per il futuro. Per molti è una seconda e ultima chance. Ma questo non era altro che il pensiero educativo del nostro padre don Bosco, che sosteneva il diritto di ogni giovane ad avere una possibilità di riscatto. Tutto questo, realizzato con un grande ottimismo e una fiducia incrollabile in Dio e nell'uomo.

Quali sono le più belle realizzazioni?
Ogni realizzazione è un miracolo reso possibile da benefattori, strutture, salesiani, ragazzi e tanta preghiera. Quindi, ogni progetto è il più bel progetto! Una delle realizzazioni più belle è certamente quella del sostegno a distanza che ci dà la possibilità di sostenere diverse migliaia di ragazzi in tutto il mondo. Il sostegno concreto di tante famiglie che da molti anni (alcune anche più di venti) garantiscono ai ragazzi la possibilità di frequentare la scuola e avere anche un piccolo sostentamento alimentare.
Nel mese di dicembre abbiamo inaugurato la nuova panetteria di Dekemhare in Eritrea, dove cinquecento ragazzi potranno non solo avere il pane quotidiano ma anche imparare come si fa.
Nel mese di gennaio ho benedetto la scuola dell'infanzia delle Figlie di Maria Ausiliatrice a Hlaling Thar Yar nella periferia di Yangon in Myanmar, dove le suore salesiane lavorano in un quartiere buddista ortodosso, caratterizzato da una grande povertà e da tanti altri problemi.
In Sri Lanka è ormai concluso un progetto molto bello e al passo con i tempi: grazie a un importante gruppo industriale i giovani della regione di Metiyagane potranno frequentare i corsi di ingegneria civile nel nuovo istituto, costruito con tecnologie moderne. Ci sarebbero anche tanti altri progetti...

Quali gli incontri più toccanti?
Ogni viaggio è un'occasione per incontrare storie, esperienze di vita e soprattutto persone che portano nel cuore speranza, tanta speranza! Decine di incontri, decine di volti che non dimenticherò mai. Ogni persona occupa nel mio cuore e nelle mie preghiere un posto del tutto particolare.
In occasione di un viaggio nel sud dell'India visitando la missione salesiana e la città di Salem, mi sono imbattuto in una scena abbastanza ordinaria nella vita di chi come me segue le missioni: l'incontro con i ragazzi e le ragazze della scuola, un momento di riconoscenza verso i benefattori, profondamente sentito nel cuore di ogni ragazzo.
A prima vista, niente di diverso rispetto alle altre missioni, ma a mano a mano che incontro i ragazzi mi rendo conto che in realtà qualcosa di diverso c'è: la tipologia di bambini e ragazzi accolti. A Salem arrivano mandati dalla polizia e dal tribunale, per lo più sono storie di giovani abbandonati o venduti dalle stesse famiglie per una manciata di rupie. Famiglie troppo numerose che per sopravvivere sono costrette a compiere questo atto “contro natura”. I ragazzi, dopo essere stati identificati vengono portati alla missione salesiana, viene proposto loro un cammino educativo (imparare a leggere e a scrivere).
Ebbene, nella conoscenza dei ragazzi mi sono imbattuto in Arul, un ragazzino di 8 anni, un soldo di cacio, che mi abbraccia forte e in un timido e incerto inglese mi dice: “thank you”. Mi commuovo e quando mi riprendo chiedo la storia di questo bambino. Mi dicono che Arul è stato trovato da alcuni collaboratori laici, fermo ad un incrocio stradale, con in mano una cassetta di legno contenente fiammiferi. Lo chiamano il “piccolo fiammiferaio”, è un bambino dolcissimo con un sorriso sincero e una faccia da furbetto. Un giorno i suoi genitori gli dicono che lo devono lasciare da “parenti” per qualche tempo, perché devono affrontare un viaggio, in realtà lo vendono a una banda di criminali che utilizza i piccoli per chiedere l'elemosina lungo le vie della città. Arul adesso è al sicuro, i salesiani sono la sua famiglia e gli altri bambini gli vogliono bene, nel suo cuore c'è solo un sentimento: la gratitudine, e il sorriso dietro a quel “thank you” lo rivela con semplicità. Ho subito pensato che ancora una volta i destinatari della nostra missione permettono a noi di crescere e maturare, non siamo noi che aiutiamo loro ma sono loro che aiutano noi a diventare un po' meno egoisti. Mai come in quell'occasione ho fatto mia la frase di Antonio César Fernández un salesiano Santo, missionario, trucidato in Burkina Faso nel 2019: “Sono i giovani del mondo che mi hanno insegnato ad essere salesiano”.

Quali sono i suoi progetti e i suoi sogni?
La vita non mi appartiene, è nelle mani di Dio e per quanto riguarda i miei progetti, solitamente se ne occupa l'Ausiliatrice. Il desiderio che porto nel cuore è solo di fare la Sua volontà attraverso la mediazione e l'intelligenza creativa dei Superiori. Spero di poter continuare a portare avanti tanti progetti missionari nel mondo, progetti che possano dare soprattutto ai giovani una “opportunità”. Tante volte mi è capitato di incontrare ragazzi, nei luoghi più disparati del globo che mi hanno ringraziato per l'opportunità che i salesiani hanno dato loro. Come figlio di don Bosco, credo profondamente che ogni uomo abbia diritto ad avere una possibilità di riscatto, umano, sociale e spirituale. Ogni uomo ha diritto ad avere una “nuova opportunità”.

«L'ABBRACCIO DEL PAPERO»
In Sri Lanka, nel pomeriggio, abbiamo visitato l'orfanotrofio di Uswetakeiyawa, dove 41 ragazzi orfani (dai 3 ai 12 anni) vengono accolti dai salesiani. L'opera salesiana si chiama “Don Bosco Sevana” e più che un istituto è una vera e propria famiglia, dove due salesiani vivono per 365 giorni l'anno con questi ragazzi, vittime di abusi e di violenze. Sono rimasto molto impressionato dal clima di famiglia che si respira in questa casa di don Bosco. Parlando con il responsabile della struttura, Padre Pinto, ho capito subito che sono in gravi difficoltà economiche e non riescono a garantire a tutti i ragazzi un tenore di vita dignitoso, per crescere e formarsi. Per questo ho deciso di iniziare una collaborazione concreta e attraverso il network ODB, invieremo un sostegno annuale di 10000 euro e un ulteriore contributo per la sistemazione del campo di basketball.
Quando Padre Pinto ha annunciato ai ragazzi le mie intenzioni, c'è stata grande emozione e la gioia di ognuno è diventata subito riconoscenza, i ragazzi erano felicissimi e si abbracciavano. Qualche lacrima ha solcato il loro viso. Per le nostre fondazioni è un piccolo gesto, ma per quei ragazzi è una speranza di futuro. L'opera di “Don Bosco Sevana”, è certamente meritoria e continueremo ad aiutare salesiani e bambini, perché possano guardare al futuro con lo stesso entusiasmo dei ragazzi che vivono alle nostre latitudini. Quando visito un'opera salesiana di accoglienza, verifico sempre tre luoghi: il refettorio, i bagni e le camerate. Lo faccio perché voglio che siano luoghi accoglienti, puliti e ambienti dove i ragazzi vengono accolti con dignità.
Mentre passo nei dormitori, la mia curiosità si ferma davanti a un papero giallo, appoggiato ad un cuscino. Padre Pinto, dice che in quel letto dorme un bambino di otto anni che non ha mai conosciuto mamma e papà e la notte per addormentarsi stringe forte forte il papero e gli dice “ti voglio bene”. Proietta sul papero il desiderio di affetto. Sono costretto da un “marmocchio” a fare un profondo esame di coscienza. Tra me e me pensavo: nella vita ho avuto tante volte la fortuna di essere abbracciato forte forte e sentirmi amato, ci sono tante persone che mi vogliono bene. Tante volte “sono stato papero” e non me ne sono mai reso conto come oggi. A stento trattengo le lacrime, è un pugno forte nello stomaco, ma è anche il messaggio più bello: proprio come l'abbraccio delle persone care che portiamo nel cuore.