I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

SALESIANI NEL MONDO

Giampietro Pettenon

Pietà per i bambini del Benin

La vita di un bambino può costare 30 euro. Alle disperate condizioni igienico-sanitarie si aggiunge il fenomeno dei bambini, ma soprattutto delle bambine, vittime di tratta. I salesiani hanno raccolto la sfida.

Il Benin è un piccolo paese tra il Togo e la Nigeria. Anche qui è arrivata la pandemia causata dal COVID19. La malattia è stata “importata”, cioè è arrivata attraverso un cittadino europeo che aveva viaggiato in Paesi dove il contagio era già diffuso ed è entrato in Benin senza osservare il periodo di quarantena imposto dalle autorità locali. I casi stanno aumentando lentamente, ma preoccupa la diffusione del virus in Paesi confinanti o comunque vicini, come il Burkina Faso, il Ghana, la Nigeria, il Togo.
«Il coronavirus è un rischio grave ma non si può imporre l'isolamento e 'affamare' il Paese» ha dichiarato il presidente del Benin che ha motivato così la decisione di non sospendere le attività economiche, né imporre restrizioni diffuse per far fronte ai rischi di epidemia. A differenza dei cittadini dei Paesi avanzati d'America, Europa e Asia, la gran parte della popolazione vive solo grazie al poco denaro che ricava nella giornata stessa: proibir loro di uscire vorrebbe comunque dire condannarli a morir di fame. Qui i problemi non vengono mai soli...

Alla Belle étoile
L'emergenza sanitaria dovuta al COVID19 si innesta su una preesistente crisi economica e sociale che fa del Benin uno dei Paesi più poveri al mondo, nonostante la buona considerazione internazionale per la sua stabilità politica e le sue istituzioni democratiche ben consolidate: un terzo della sua popolazione vive al di sotto della soglia di povertà. In Benin solo 1 abitante su 5 ha accesso a servizi igienico-sanitari adeguati, mentre esiste un rischio molto elevato di gravi malattie infettive, come la malaria, la dengue, l'epatite, il tifo e la meningite.
In questo contesto i più vulnerabili sono i bambini. In Benin il 32% dei bambini sotto i 5 anni soffre di malnutrizione. La situazione degli ospedali pediatrici e a dir poco difficile. Si trovano ricoverati fino a 3 bambini per ogni letto di degenza: per intenderci, in una stanza con quattro letti ci si può trovare in 12 famiglie.
Moltissimi bambini e ragazzi vivono in strada, esposti a ogni sorta di pericolo. Migliaia di giovani - si stima che siano 14 mila i piccoli schiavi - lavorano nel mercato Dantokpà di Cotonou come venditori ambulanti o più spesso trasportando merci o ancora raccogliendo la spazzatura. La zona più degradata è quella ironicamente ribattezzata la Belle étoile, perché proprio in quel posto, su un letto di rifiuti a cielo aperto, moltissime persone ne hanno fatto il proprio tetto sotto le stelle. Il paradosso è che devono anche pagare un affitto per questo bivacco malsano. Le condizioni igienico-sanitarie di questi bambini sono pessime: vivono in mezzo alla spazzatura, scalzi, con il rischio concreto di contrarre malattie. Epatite, tetano, febbre tifoidea mietono molte vittime fra i bambini del mercato di Cotonou.
Al problema sanitario e di povertà diffusa si aggiunge il fenomeno dei bambini, ma soprattutto delle bambine, vittime di tratta. A questo proposito in Benin il fenomeno delle “vidomegon”, le bambine schiave, è purtroppo molto diffuso. Sono bambine orfane che vengono affidate ad altri membri della famiglia di origine: zii, cugini, nonni, fratelli maggiori... Questi parenti, poveri anch'essi, in mancanza di risorse per farli crescere ed educarli, li sfruttano incentivando il lavoro minorile, oppure li vendono come schiavi per poche decine di euro. Proprio il mercato Dantokpà è diventato lo snodo del traffico di bambini e bambine venduti come manodopera domestica, quando va bene, mi vien purtroppo da dire. Ma più spesso le bambine sono avviate alla prostituzione nei bordelli della capitale oppure portate illegalmente in Nigeria da dove poi prendono la strada per l'Europa, dove vanno ad alimentare il mercato della prostituzione di strada. I ragazzini schiavi invece sono portati nelle miniere d'oro del Ghana, perché piccoli e capaci di entrare in gallerie basse e anguste. E quando il loro respiro e i polmoni sono compromessi, sono rivenduti ai pescatori nel delta del Volta, imbarcati su piccole piroghe e praticamente costretti a vivere sulla barca.

“Mamma Margherita”
I numeri di questo fenomeno sono impressionanti: oltre 40mila bambini e bambine tra 6 e 17 anni di età sono stati vittime di tratta nel paese.
Per questa ragione i missionari salesiani, presenti a Cotonou con due opere di cui una dal nome evocativo “Mamma Margherita” - la mamma di don Bosco - rivolta ai ragazzi di strada, hanno avviato una campagna di vaccinazione e un'iniziativa di sensibilizzazione alle tematiche di igiene e pulizia. Inoltre i salesiani ogni giorno avvicinano tanti piccoli che vivono in strada per offrire loro accoglienza, istruzione e apprendimento di un mestiere che permetta di lasciare la strada.
Insieme alle suore salesiane, le Figlie di Maria Ausiliatrice da anni portano avanti un progetto che offre protezione notturna, reintegrazione socio-professionale e reinserimento familiare ai minori in condizione di vulnerabilità del mercato di Cotonou.
In casa Mamma Margherita i bambini di età compresa tra i 10 e 17 anni possono dormire, avere una formazione che permette loro di migliorare il futuro e di sentirsi al sicuro. È stato attrezzato il laboratorio per la cucitura e per la meccanica di motocicli, che sta funzionando e offre una formazione professionale che consente loro di entrare nel mondo del lavoro e migliorare le loro condizioni di vita.

La Costa degli schiavi
Un tempo il Benin si chiamava Dahomey, ed era noto per la qualità dei suoi schiavi. Cent'anni dopo la fine della tratta, gli schiavi sono ancora il principale prodotto d'esportazione del Paese: cambiano solo l'età (oggi sono bambini), il mezzo di trasporto (l'automobile) e la destinazione (la Nigeria).
I trafficanti li cercano nei grandi mercati della capitale Porto-Novo, di Cotonou e di Sèmè-Kraké, che pullulano di bambini di strada. Talvolta riescono a convincere i genitori a venderli. Battono i villaggi più poveri, promettono lavoro ben retribuito, tolgono alla famiglia il peso di una bocca da sfamare. A volte sono gli stessi genitori a entrare in contatto con i trafficanti per liberarsi di un figlio di troppo.
La Nigeria, al di là di un confine volatile, è un Paese enorme, ricco, senza controllo e senza morale: la domanda di schiavi è sempre alta, braccia gratuite nelle case, nei negozi, nei campi, nelle miniere. Il ministero della Famiglia beninese stima (per quanto possibile: la scomparsa di un bambino di strada non viene mai denunciata) che i bambini vittime della tratta oscillino i 50 e i 200 mila l'anno. La maggior parte di loro sparisce per sempre.
Un trafficante pentito racconta: «Nei ghetti di Cotonou ognuno ha la sua specialità. La nostra era prendere i bambini. Li prendevamo di notte, fra i bambini di strada del quartiere, o nei villaggi fuori mano. Poi, sempre di notte, li portavamo nella foresta dove ci davano appuntamento i nigeriani. Lì non c'è nessun controllo, si può passare dal Benin alla Nigeria tranquillamente. I nigeriani venivano in macchina, si caricavano i bambini, ci sganciavano i soldi e arrivederci alla prossima. Non so bene che cosa ci facessero, con tutti quei bambini. Noi li prendevamo e basta».