I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

L'INVITATO

O. PORI MECOI

L'Africa è una profezia

Incontro con don Alphonse Owoudou, Consigliere Generale per l'Africa e il Madagascar.

Com'è nata la tua vocazione?
Come accade a molte persone consacrate e a molti sacerdoti, anche la mia vocazione è nata grazie alla famiglia in cui ho avuto la fortuna di venire al mondo. Sono il secondogenito di una giovane coppia cristiana che per quasi dieci anni ha cercato di avere un figlio senza riuscirci, con l'accusa di sterilità e dunque lo stigma di un intero villaggio. Quando nacque mio fratello, per lui non poteva essere scelto un nome migliore di “Dieudonné”, che significa “Donato da Dio”. Inoltre, in seguito sarebbe “dovuto” diventare sacerdote, perché papà Alphonse e mamma Thérèse avevano cercato di convincere Dio a dare loro almeno un figlio promettendogli che l'avrebbero offerto a lui in cambio. Io sono nato tre anni dopo Dieudonné e sono poi venuti al mondo altri cinque figli e due figlie: Dio sa superare le aspettative umane. Mio padre era catechista, mia madre era corista e faceva parte della Legione di Maria. Era dunque scontato che la preghiera del mattino e quella della sera fossero recitate ogni giorno nel nostro salotto per tutto il villaggio. All'inizio mia madre e mio padre guidavano le preghiere quotidiane per il villaggio e a poco a poco noi figli abbiamo imparato a diventare i piccoli catechisti, i “preti” e i coristi del villaggio. Mio fratello entrò nel Seminario minore San Giovanni XXIII della nostra città (Ebolowa), cui io mi iscrissi due anni dopo. Non avevo però intenzione di diventare anch'io sacerdote. Dato il numero di figli a carico dei miei genitori, la sorte ha voluto che io fossi il beneficiario di una borsa di studio finanziata dalla famiglia canadese Gallant. Quando Dieudonné uscì dal seminario, continuai il mio percorso da solo, senza immaginare che alla fine dei miei studi superiori si ponesse il tema della vocazione. La formazione che ho ricevuto in seminario è stata di grande valore e credo che abbia silenziosamente rafforzato in me un germe vocazionale, che la mia direttrice spirituale sembrò discernere chiaramente, quando un giorno mi disse: «Ti chiedono se sei pronto a entrare al seminario maggiore. Comprendo la tua esitazione, Alphonse. Ma per come ti conosco, so che in ogni caso diventerai sacerdote, diocesano o religioso». Fu la prima volta in cui sentii spiegare che c'erano sacerdoti diocesani e religiosi. Eppure il mio confessore era un salesiano, don Jean Bocchi.

Perché proprio salesiano?
Don Bocchi veniva regolarmente nel seminario in cui studiavo. Era un padre spirituale e nello stesso tempo un confessore e un grande amico di mio padre, che i missionari spiritani avevano formato come catechista e primo assistente laico per i sacerdoti. In seguito arrivò anche Padre Alcide Baggio, attualmente missionario a Pointe Noire. Posso dire che tutto è cominciato con una partita di calcio tra noi seminaristi e i giovani di Don Bosco. Non avevo mai visto sacerdoti così vicini ai giovani, così solidali, così paterni, così sorridenti, che si lasciavano avvicinare, toccare e sporcare dai bambini e dai giovani di don Bosco. E i Salesiani trattarono anche noi seminaristi con lo stesso affetto, con lo stesso atteggiamento che risultava sorprendente, per un giovane seminarista abituato alla distanza canonica dei sacerdoti del seminario. Il mio fratello minore Luc era uno dei giovani di don Bosco ed espressi a lui la mia ammirazione per i sacerdoti “di questo tipo”, che non avevo mai visto. A mio fratello bastò modificare un po' le mie parole e andò a dire a don Bocchi che suo fratello Alphonse voleva diventare Salesiano. Quando fui invitato per spiegare meglio le mie intenzioni, ebbi difficoltà a spiegare all'irresistibile don Bocchi che si trattava di un malinteso. Quel giorno, per convincermi, don Bocchi mi offrì le Memorie Biografiche di don Bosco e una biografia di Domenico Savio invitandomi a leggerli nel tempo libero in seminario e poi a tornare a parlarne con lui. Quando scoprii la vita di don Bosco e del suo allievo Domenico Savio compresi la ragione dell'atteggiamento che i Salesiani mostravano a noi giovani. Un atteggiamento che non sempre fu compreso all'inizio della missione a Ebolowa. E la mia presenza sempre più assidua al Centro Don Bosco, per confessarmi e anche per comprendere meglio il progetto di Dio per me, non fu certamente apprezzata dai miei superiori del seminario e meno ancora dal vescovo, a cui era stato comunicato che un seminarista veniva “orientato” altrove. Ma a quel punto ero affascinato da don Bosco ed ero seguito con tatto e bontà paterna dal “mio” don Bocchi.

Qual è il tuo compito attuale?
Bella domanda! (Ride) Quando mi hai proposto questa intervista, ero superiore della Visitatoria “Notre Dame d'Afrique” ATE (Africa Tropicale ed Equatoriale), che comprende cinque nazioni: Camerun, Gabon, Guinea Equatoriale, Repubblica Centrafricana e Ciad. Ma per alcuni giorni, per essere precisi dal 13 marzo, in occasione del 28° Capitolo Generale, sono stato chiamato al Consiglio Generale per la Regione Africa e Madagascar, che mi chiede di passare il testimone innanzitutto al Vicario, e indirettamente a chi Dio sceglierà per continuare l'animazione della nostra cara e giovane Visitatoria ATE per il prossimo sessennio. Il Rettor Maggiore ha in programma di avviare già all'inizio di maggio la prima sessione di lavoro del nuovo Consiglio Generale. Prego e mi preparo ogni giorno per capire meglio cosa Dio si aspetti da me attraverso questo nuovo segno di fiducia della Congregazione nei confronti della mia piccola persona.

La tua Visitatoria è molto varia, come tenere insieme tutti i “pezzi”?
Come ho detto nel corso di una Buonanotte durante il CG28, le differenti caratteristiche che si riscontrano nella nostra Visitatoria ci arricchiscono da un punto di vista antropologico, culturale, accademico e persino ecclesiale e carismatico. Ogni nostro confratello studia e poi lavora in almeno tre Paesi diversi e questo ci rende tutti missionari, anche all'interno dell'Ispettoria. Ma poiché ognuno è anche frutto di una tribù, di una lingua, di una nazione, con i loro complessi e il loro modo di considerare gli altri, dobbiamo combattere senza sosta il demone della divisione, dei nazionalismi o di tutte le tendenze discriminatorie, sia da parte di coloro che governano la Provincia, sia dei confratelli, che lasciano che lo Spirito purifichi la loro vocazione e la loro missione da ogni pregiudizio. A volte i fedeli e i giovani apprezzano questa multiculturalità, soprattutto perché è profetica, in un'Africa frammentata e in un mondo la cui globalizzazione non è mai riuscita a rompere le barriere. Un'altra sfida della complessità della nostra Visitatoria, che corrisponde più o meno a un'area di libera circolazione di persone e merci, è che questo atto, firmato nel 2005, fa ancora fatica a raggiungere l'unanimità. Dunque, quando ottenere un visto non richiede uno o due mesi, è l'opacità dei confini a scoraggiare le riunioni dei direttori, la mobilità dei confratelli e l'organizzazione di sessioni di formazione, di ritiri spirituali e delle attività del MGS. Ma alcuni vescovi nella sottoregione, come diverse autorità che riconoscono e sostengono la nostra Famiglia religiosa, spesso ci aiutano e ci aprono molte porte appena viene menzionata la password universale “Don Bosco”.

Qual è la tua soddisfazione più bella?
Ci sono stati momenti nei miei trent'anni di vita religiosa in cui ho davvero compreso che vale la pena vivere quest'avventura seguendo Cristo secondo lo stile di don Bosco. Su un treno che mi portava al confine con il Ciad, un giovane che indossava una lunga veste (la gandoura) mi si avvicinò e mi chiese se fossi un Salesiano. «Sono un giovane musulmano, un funzionario dell'UNICEF per il Ciad. Devo ai suoi confratelli salesiani ciò che sono oggi; mi hanno accompagnato a Sarh e poi a Ndjamena, la capitale. Grazie per quello che fate per i giovani del mio Paese, con il massimo rispetto per il fatto che sono in maggior parte musulmani. Le dò il mio biglietto da visita e spero di vederla di nuovo quando verrà a casa nostra in Ciad», disse. Quarant'anni dopo l'inizio del Progetto Africa, è felice di vedere i frutti dell'impegno missionario e del sistema preventivo, tramite i giovani impegnati nella società e le vocazioni indigene, e attraverso i missionari che le nostre Ispettorie mettono a disposizione della Congregazione. Nonostante le imprecisioni o gli errori che commettiamo nel nostro essere don Bosco oggi in Africa, questi giovani adulti conservano un buon ricordo ed esprimono gratitudine a don Bosco per ciò che hanno ricevuto dai suoi Figli e dalle sue Figlie spirituali.

Come sono i giovani delle tue cinque nazioni?
Le nostre cinque nazioni hanno una popolazione giovane. E i giovani di questa sottoregione condividono con quelli di altre regioni le stesse gioie e le stesse sfide. Sono ambiziosi e precoci come gli altri giovani di oggi, amano la vita, ma sono anche preoccupati del destino delle loro nazioni assetate di autentica indipendenza, in attesa di una leadership politica disposta a correre il rischio di passare il testimone alle nuove generazioni, di gestire e distribuire le risorse dei Paesi in modo trasparente. Sono giovani alla ricerca di una nuova cittadinanza, divisi tra un'Africa spinta sulla via della globalizzazione e nello stesso tempo frammentata, tra il vincolo di tradizioni ancora autoritarie e l'ingresso in un universo digitale, con i suoi confini liquidi e i suoi rischi di mancanza di realismo e pseudo-nomadismo. In sintesi, abbiamo giovani che si preparano a prendere il posto degli attuali detentori del potere decisionale. Ma tante volte molti giovani cercano di vivere al ritmo della modernità senza vedere i mezzi e neppure li vedono i loro genitori. Questo può motivare alcuni a combattere con l'obiettivo di un'ascesa sociale, che finisce per riguardare tutta la loro famiglia, il loro clan o il loro villaggio. Molti altri invece sono in qualche modo abbandonati al loro destino, quando non si rassegnano a vendersi, ad affogare i loro problemi nell'alcol o a ricercare altre tipologie di fuga dalla realtà. Molte istituzioni educative indicano con preoccupazione le nuove povertà dei giovani nelle nostre città, l'invasione di droghe e altre sostanze stupefacenti, la violenza e l'immoralità anche in un'età che in passato era insospettabile. La disoccupazione e l'incertezza del futuro spingono molti nostri giovani a tentare l'avventura verso l'Occidente, mentre molti altri resistono a questa tentazione e rimangono nella loro terra, orientandosi verso l'agricoltura o un lavoro autonomo, quando sono ben indirizzati e riescono a trovare un capitale per iniziare, da soli o in società con altri. Si tratta di nuove sfide, che si aggiungono a quelle, ben note, dei bambini di strada, delle gravidanze precoci o di varie forme di abuso subite dai giovani. Genitori, educatori e pastori sono alla costante ricerca di nuove strategie per non perdere i canali di comunicazione con i figli e di nuovi modi per contribuire alla loro educazione in senso lato e all'educazione alla fede.