I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

LE CASE DI DON BOSCO

ANTONIO CARBONE

Torre Annunziata
Don Bosco “in frontiera”

La presenza dei Salesiani a Torre Annunziata risale al 1929. Primo Direttore fu lo stimatissimo don Ermidoro Caramaschi. Lo zelante sacerdote diocesano di Torre don Pasqualino Dati, che tanto si adoperava per l'educazione cristiana dei ragazzi della sua città, ottenne da don Paolo Albera, secondo successore di don Bosco, che si impiantasse a Torre un Oratorio Salesiano e acquistò lui stesso il terreno e un piccolo fabbricato in contrada “Pie' d'ulivo” per far iniziare il lavoro dei Salesiani per i giovani di Torre. I Superiori Salesiani oltre all'Oratorio pensarono, da subito, di mettere una scuola per ragazzi aspiranti al sacerdozio. Negli anni Quaranta e Cinquanta è stata anche studentato filosofico per i giovani salesiani che si preparavano al sacerdozio. I salesiani di Torre hanno continuato a formare altri giovani salesiani fino alla fine degli anni settanta.
Sin dalla loro venuta, divennero subito un punto di riferimento significativo per tantissimi giovani della città e per tutto l'ambiente cittadino, dal punto di vista spirituale, ma anche civile e sociale. Diretta e animata da Salesiani dinamici e convinti, specie in certi momenti storici delicati e drammatici per la città, la presenza salesiana in particolare attraverso l'oratorio è stata punto di riferimento unico, ha dato un contributo eccezionale per la solidarietà sociale e cristiana, riconosciuto dalle più alte autorità civili e religiose.
La Città di Torre Annunziata, dove i salesiani operano da circa 90 anni oggi è caratterizzata da un contesto socio-economico multiproblematico. Da un punto di vista socio-culturale, un'approfondita lettura del contesto lascia emergere queste criticità: basso tasso di scolarizzazione della popolazione; elevati livelli di dispersione e abbandono scolastico che determina un livello basso di conoscenze e di competenze tali da incidere su una “marginalizzazione” dell'individuo; disagio diffuso legato alle condizioni socio-economiche; insufficienti opportunità per la popolazione giovanile con un tasso di disoccupazione passato dal 49,9% del 2017 al 54,7% del 2018, e la persistenza di sacche di illegalità diffusa tra adulti e minori. La camorra è fortemente attiva nella zona, soprattutto col racket ed il traffico di droga nel quale sono sempre più spesso “utilizzati” gli adolescenti, che iniziano con il guadagnare soldi facili in cambio di “favori”. Torre Annunziata è la città italiana con la percentuale più alta di abitanti sottoposti a processo penale o con sentenza definitiva di condanna.
Oggi i salesiani animano a Torre Annunziata: la parrocchia, l'oratorio centro giovanile, le case famiglia, la famiglia salesiana, e attività sociali sul territorio in collaborazione con l'amministrazione e la chiesa locale. Dall'anno 1993, a causa del calo sensibile degli iscritti, non è più attiva la Scuola Media.

Una casa chiamata Valdocco
Alla fine del 1993 i superiori hanno accolto la richiesta del Vescovo di Nola di animare la Parrocchia “Santa Maria del Carmine”, dando un'impronta ancora più attenta alla dimensione evangelizzatrice ed ecclesiale della presenza salesiana.
La Comunità famiglia “Mamma Matilde” (vittima innocente di camorra) nata nel 2004 e la Comunità Famiglia “Peppino Brancati” (primo salesiano napoletano) nata nel 2017, sono un segno evidente dell'attenzione ai minori che per motivi diversi devono lasciare la propria casa perché vittime di violenza o fautori di violenza.
Il 4 novembre del 2019 è stato inaugurato il Centro diurno Polifunzionale “Casa Valdocco” che accoglie circa 30 adolescenti del territorio inviati dai Servizi Sociali e dal Centro di Giustizia Minorile.
«Abbiamo voluto offrire una risposta diversa rispetto alle case famiglie per minori e all'oratorio» - ha spiegato don Carbone - «Ci vogliamo prendere cura dei ragazzi che hanno bisogno di un supporto scolastico e affettivo».
Il centro può ospitare fino a 30 minori, di quelli più a rischio, inviati dai servizi sociali del luogo e del comprensorio. Offre attività di carattere ludico e didattico, ed è portato avanti da educatori in grado di fornire non solo sostegno scolastico, ma anche accompagnamento umano.
“Non riuscivamo a dare una svolta al problema della dispersione» prosegue il Salesiano «Ci sono giovani che hanno bisogno di un riscatto».
Il servizio funziona di pomeriggio, e offre anche la possibilità di poter pranzare. In un territorio di frontiera, caratterizzato da scarse opportunità per i giovani e da un alto tasso di disoccupazione, il centro polifunzionale per minori rappresenta una chiave di volta per sottrarre i ragazzi alla strada ed impedire alla malavita di reclutare chi vive in condizioni di disagio.
Nell'ultimo anno per dare risposta ai bisogni di formazione dei ragazzi è stato attivato il laboratorio di Pizzeria “mani in pasta” e il laboratorio di cucito.
Durante l'emergenza Covid-19 sono state devolute alle famiglie indigenti del territorio circa 200 pizze e 600 mascherine a settimana.

LA STORIA DI DON LUCA
«Siamo una gran bella famiglia»

139 anni fa a Napoli uno Scugnizzo incontra don Bosco. Sarà il primo salesiano napoletano.
«Avevo 10 anni, ero orfano di padre, spesso accompagnavo mia mamma a Messa in una chiesetta del centro di Napoli... a volte facevo anche il “chierichetto”. Un giorno al posto del parroco mi ritrovai un prete torinese di passaggio, un certo don Bosco. Non sapevo ancora che quell'uomo sorridente e paterno avrebbe cambiato la mia vita. Don Bosco parlò subito con mamma dopo la Messa: “Il ragazzo è sveglio, sa pregare, si vede che è buono... perché non lo lascia a studiare coi miei salesiani?”
Non andai subito, non volevo lasciare mamma da sola ma quando anche lei raggiunse il paradiso andai a Torino, toccai con mano i miracoli che il Signore faceva in quel luogo, diventai salesiano per essere come don Bosco, per salvare le vite di tanti giovani, diventai don Peppino Brancati...» (Dal “diario” di Peppino Brancati. Napoli 29-31 Marzo 1880).
Il 25 luglio del 2017 i salesiani di Torre Annunziata hanno inaugurato la Casa Famiglia per minori “Peppino Brancati”. A guidarla un salesiano dello stesso quartiere di Peppino Brancati, don Luca De Muro. La storia continua ... per dare di più a chi la vita ha dato di meno.
Don Luca non è solo il coordinatore della Comunità “Peppino Brancati” ma è soprattutto il responsabile dei ragazzi che ne fanno parte. Come don Bosco li accoglie nella loro interezza, cogliendo in ognuno il lato “buono”, guidandoli nel percorso di crescita, in un momento particolare della loro vita, aiutando ognuno a trarre fuori il meglio che è già dentro di sé. Il suo spirito salesiano emerge soprattutto nel lato educativo, infatti egli con amore “paterno” se ne prende cura, ponendo attenzione ad ogni loro singola necessità e bisogno, compreso quello spirituale poiché, come dice don Bosco, bisogna educare ad essere “buoni cristiani ed onesti cittadini”.
Questa la testimonianza di don Luca.

Com'è nata la tua vocazione?
La mia vocazione è nata in età adolescenziale, lì dove sono cresciuto, nei tristemente famosi “Quartieri Spagnoli”.
Come ogni adolescente ero alla ricerca di me stesso, alla ricerca di quel “qualcosa” che mi avrebbe fatto sentire bene, che mi avrebbe fatto sentire realizzato. Cercavo di colmare quel vuoto in vari modi: nella politica, negli affetti, nel divertimento... e alla fine ci riuscii in una parrocchia, quasi per caso (ora direi per “provvidenza”).
Iniziai a frequentare la parrocchia per stare insieme ad alcuni amici che si preparavano per ricevere la cresima, ma a dirla tutta, non ci credevo poi più di tanto. Venni coinvolto in un progetto che prendeva vita proprio in quegli anni, un “oratorio” per i ragazzi del quartiere, guidato da una ragazza, Mary, che molti chiamavano ancora Suor Mariarosa nonostante avesse abbandonato quella strada da qualche anno. Con lei iniziai a conoscere don Bosco, il suo sistema educativo, la sua voglia di salvare i giovani.
I cammini di formazione per gli animatori sfociarono per due estati consecutive in campi estivi: nel primo campo si affrontarono dei temi molto forti, tra cui il progetto di vita. Questo campo mi mise in crisi, avevo pensato altre volte a quale fosse la mia “strada” ma quel mercoledì mattina, fuori da una chiesetta, gli animatori del campo (due suore e un sacerdote) raccontarono delle loro “chiamate” e dei loro percorsi... tutti percorsi difficili, ricchi di rinunce e di sacrifici, un discorso che prima di allora non mi avrebbe per niente colpito, ma quella volta invece sì, mi colpì e mi lasciò scosso, si accese qualcosa in me, compresi che quella grande passione e quel grande amore che cercavo da tempo era l'amore di Dio, che quel “qualcosa” che cercavo era invece un “Qualcuno”. L'impegno sociale per i ragazzi del mio quartiere legato al percorso di fede assunse un valore diverso, iniziavo a comprendere che ero “chiamato” a fare ciò.
Iniziai l'accompagnamento spirituale per capire tutto quello che mi accadeva e cercare il “filo rosso” che univa tutto il mio passato, tutte le mie esperienze, tutti i miei incontri. Don bosco aveva bussato al mio cuore, allora presi la decisione di andare concretamente a “bussare” alla porta dei Salesiani più vicini dicendo “io voglio diventare salesiano!”. Ovviamente mi presero per pazzo, ma mi accompagnarono a comprendere cosa il Signore mi chiedeva.
Dopo qualche tempo feci un'esperienza missionaria in Madagascar dove ricomposi gli ultimi pezzi del puzzle: i poveri, i giovani, e il Signore sarebbero stati la mia vita. Ed eccomi qui, sono un salesiano di don Bosco, e sono felice.

Ti senti un po' il “papà” dei ragazzi di cui ti prendi cura?
In casa famiglia devi entrare al 100% nella vita dei ragazzi, vivono con noi i momenti forse più difficili e delicati della loro vita. È necessario che trovino nella comunità una figura che li “guidi”, che faccia loro da padre o madre in quel momento. È un'esperienza che non si può vivere “part-time”, in qualsiasi momento del giorno e della notte potrebbe essere necessario il tuo intervento, il tuo supporto, o semplicemente un tuo consiglio. Per fortuna l'equipe di educatori che lavora in comunità mi è di grande supporto sia professionale che affettivo, siamo una gran bella famiglia.