I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

I NOSTRI EROI

B.F.

Don Luigi Cocco

A 17 anni disse in casa che voleva andare nelle missioni come salesiano. Suo padre e gli altri famigliari, che erano seduti a tavola, si alzarono l'uno dopo l'altro e uscirono costernati. Rimase solo il nonno, e gli sorrise: «Lo sapevo, don Bosco me l'aveva detto:
“Non tu, ma uno dei tuoi”».

«Nel 1864, a 19 anni, mio nonno voleva farsi salesiano, ma don Bosco non lo accettò». Gli disse: «Nen ti, ma un dij tó». Allora il nonno lasciò l'Oratorio, piuttosto dispiaciuto. Avrebbe poi voluto andare con Garibaldi, ma neppure Garibaldi lo volle: era troppo piccolo. In realtà raggiungeva sì e no il metro e mezzo. Più tardi si era trasferito a Grugliasco appena fuori Torino, e si era messo per conto suo a fabbricare spazzole. Mio padre Giacomo, nato nel 1882, mi raccontava che partecipò ai funerali di don Bosco. Non aveva ancora sei anni, e suo papà lo aveva portato a spalle quasi tutto il tempo perché potesse vedere bene. Ricordava di aver patito tanto freddo.
Nel 1922, quando finii le scuole elementari, volle che entrassi come artigiano nell'Oratorio, ma non fu possibile; eravamo molto poveri, e il babbo non arrivava a pagare la piccola retta. Andai a lavorare nella vicina filanda, poi come modellatore presso un artigiano. Quando andai ad Avigliana per prepararmi a diventare salesiano, mio papà si privò delle 15 lire settimanali che gli spettavano in famiglia e mi pagò per due anni e mezzo le 50 lire di pensione. Partii per le missioni e non lo rividi più. Morì povero, in casa di una mia sorella. Donando me a don Bosco aveva dato generosamente tutto, e accettato di vivere nella più grande povertà. Avevo 17 anni (ricordo bene: era il giorno dopo l'Immacolata del 1927) quando dissi in casa che volevo andare nelle missioni come salesiano. Eravamo a tavola per la cena. Fu un fulmine a ciel sereno. Mio padre e gli altri famigliari, che erano seduti, si alzarono uno dopo l'altro e uscirono costernati. Rimasti soli il nonno e io, egli mi sorrise e mi disse: «Lo sapevo. Don Bosco me l'aveva detto: “Non tu, ma uno dei tuoi”. Non ero sicuro chi potesse essere, ma adesso capisco che sei tu». Così don Luigi Cocco iniziava la sua storia.

Bambini e partigiani
Divenne un magnifico prete d'oratorio. I superiori per evitargli il servizio militare gli avevano anticipato l'ordinazione di un anno, e lui già prete ma ancora studente e senza la patente di confessione, poteva solo dire messa e far giocare i ragazzi.
«In sua presenza il cortile si animava» ricorda un oratoriano di quei tempi «partite a non finire a palla in campo, ancor più appassionate a guardie e ladri. Lui giocava come uno di noi, ce la metteva tutta. Quand'era guardia, un mastino mai visto più feroce e più allegro. Quand'era ladro, succedevano scene epiche: al fischio che apriva le ostilità tutte le guardie piombavano come un sol uomo su di lui, non gli lasciavano fare più di dieci passi e lo catturavano. Allora un urlo di trionfo, e le guardie fiere e felici lo scortavano trafelato e sorridente in prigione. Una volta alla settimana affittava dall'azienda municipale un tram e trasportava tutti in collina a giocare a tattica. Ricordo gli attraversamenti di Porta Palazzo mentre i ragazzi cantavano a squarciagola e il tranviere strillava con il campanello: il mercato per un attimo sospendeva i traffici, e tutti salutavano sorridenti».
Il suo oratorio fu pieno di ragazzi fino all'estate 1943. Il 13 agosto Torino conobbe il primo tremendo bombardamento, anche l'Oratorio ne uscì molto malconcio, tutte le famiglie che poterono sfollarono dalla città. Don Cocco, rimase quasi senza ragazzi nei cortili pieni di macerie.
Dal novembre 1943 l'Oratorio diventa il punto di convergenza dei partigiani dei più vari schieramenti politici. L'Oratorio per sua natura è un porto di mare, dove chiunque può entrare e uscire senza dare nell'occhio. I capi partigiani arrivano di sera, alla chetichella, don Cocco li porta in camera sua, o da qualche altra parte, e quelli tengono le loro riunioni segrete.
Lui si faceva in quattro per i suoi ragazzi. Una domenica mattina mise in uno zaino due latte di conserva vuote, si arrampicò su fino al lontano nevaio, le riempì di neve e scese a precipizio prima che si sciogliesse. La mise nei grossi bicchieri di alluminio, aggiunse zucchero e qualche goccia di essenza, e portò in tavola la granita per tutti.
Le commissioni d'igiene pretendevano che la colonia avesse la doccia; don Cocco si fece regalare dai suoi amici militari due grossi serbatoi di benzina per aereo, li collocò sul tetto, li riempì d'acqua e affidò al sole d'agosto il compito di scaldarla. La commissione d'igiene voleva che don Cocco separasse con alti reticolati l'area destinata alla colonia dei ragazzi da tutto il resto; lui recinse l'area alla meglio con dei grossi tronchi d'albero tagliati e messi sul terreno uno dopo l'altro, che invece di rinchiudere invitavano i ragazzi a saltare dall'altra parte. Quelli della commissione, tornati, minacciavano di chiudere la colonia, e don Cocco a scuotere la testa e a tentar di spiegare: «Le masnà a son come i pasarót... I bambini sono come i passeri, se li si chiude in gabbia intristiscono e muoiono».

Padre Cocco de los Guaicas
Lui che ancora sognava le missioni come quand'era ragazzino dell'Azione Cattolica, rinnovò per lettera ai superiori la sua domanda di partire, e nel '51 ci riuscì. Fu inviato in Venezuela, prima in un collegio in città, poi nella foresta amazzonica, sul fiume Orinoco. Iniziò una missione in mezzo alle tribù Guaicas, considerate selvagge e pericolose.
Cominciò a combattere contro una natura aggressiva. E la malaria. Un vero flagello, con cui don Cocco impegnò una lotta spietata (e alla fine soccomberà).
Il capo tribù, il giorno in cui don Cocco svenne per la fatica, al risveglio lo confortò così: «Ora tu muori perché sei pallido, freddo e sudato. Tu non hai parenti qui fra noi, ma sta' tranquillo: noi ti vogliamo molto bene e non ti abbandoniamo. Già abbiamo combinato: ti bruceremo con molta legna e mangeremo con grosse banane le tue ceneri tutti quanti insieme, come se fossi un parente nostro». E questo lo diceva con tanta dolcezza, e insieme con tanto dolore, da non lasciare il minimo dubbio sulla sincerità del suo affetto.

Sotto le magnifiche stelle
I giorni passano all'apparenza monotoni nella foresta. Don Cocco ha una lunga barba, i piedi scalzi nelle ciabatte, e un eterno sorriso. Nel 1960 si stabiliscono a Santa Maria de los Guaicas tre Figlie di Maria Ausiliatrice, e la missione cambia volto. Le donne Guaica trovano nelle suore un aiuto provvidenziale, imparano un'infinità di cose; i bambini sono più accuditi, crescono sani e amati.
«I primi tempi furono duri - ha riferito suor Maddalena Mosso che passò nove anni accanto a don Cocco -, ma le tante difficoltà furono superate dalla sua grande fede, dalla sua speranza che confinava con il cielo. Nel silenzio della notte, sotto le magnifiche stelle fitte fitte, che in quel cielo terso sembravano a noi così vicine, vedevo padre Cocco con la sua barba incolta penetrare nella piccola cappella che aveva costruito con fango e paglia. Aveva una candela in mano, andava a pregare. Mentre nelle capanne tutti dormivano, don Cocco pregava per i suoi indios, per noi, per tutti».

Un fucile rotto e un piccolo forno
Non che don Cocco fosse l'arrendevolezza in persona, tutt'altro. Ricorda suor Maddalena: «Lottò sempre contro ogni ingiustizia di cui fossero vittime i suoi fratelli Guaicas. Li vedeva deboli e sentiva il sacro dovere di proteggerli: se qualche volta lui così mite fece la voce grossa, era la voce di un popolo che gridava attraverso di lui». E racconta di un commerciante di banane che fece fare la raccolta dei frutti agli indigeni, e dopo aver riempito la barca li ripagò con un fucile rotto. «Padre Cocco fece scaricare tutto, controllò ogni cosa, e li fece rimunerare in maniera adeguata. Rimproverava quel commerciante: “Siamo noi che dobbiamo esercitare la giustizia. Loro non sanno. Non inganniamoli!”»
Il bilancio. I giorni passano all'apparenza monotoni; gli episodi si succedono e si dimenticano. La malaria infierisce anche contro don Cocco, la sua salute scricchiola. Ogni tanto egli scende a Caracas, si mette nelle mani dei medici, sotto i ferri dei chirurghi, alla fine le operazioni subite saranno sette.
Nel 1972 facendo il bilancio della sua presenza tra i Guaicas scriveva: «Sono riuscito a stabilire tra loro una residenza fissa di FMA, che sono sorelle, mamme, infermiere, catechiste, tutto (credo sia la cosa più concreta che sono riuscito a realizzare). Poi ho costruito un campo di aviazione, permettendo un contatto rapido e costante con il mondo civilizzato (i malati gravi riescono a raggiungere gli ospedali di Caracas in aereo; in caso di epidemia i medici e le medicine possono arrivare con rapidità). Recentemente abbiamo costruito un dispensario e una scuola, che cominciano a dare i primi frutti...». Nel suo elenco di realizzazioni don Cocco ha dimenticato di dire che i Guaicas hanno finalmente trovato qualcuno che li ama.

«Mio compito fu seminare altri raccoglieranno»
«Parlando con don Cocco - scrisse lo studioso Paolo Henry della spedizione “Ocamo '68” -, la prima cosa che balza agli occhi è che quando dice noi non intende dire noi europei, o noi bianchi, o noi preti. Dice noi yanomami, noi guaicas. Con un'identificazione totale che le prime volte ci faceva sorridere, poi ci stupiva, poi ci commuoveva». Trovò difficile imparare lo spagnolo, a volte commetteva errori che suscitavano benevola ilarità. A Caracas in un'omelia annunciò ai fedeli che il Papa era stato colpito da una malattia e che bisognava pregare per la malattia del Papa. Malattia in spagnolo si dice enfermedad, mentre “malatia” - come dovevano intendere i suoi uditori - significa “cattiva zia”. Così i fedeli se ne uscirono di chiesa preoccupati che il Papa venisse colpito da una cattiva zia, e persuasi che bisognava davvero pregare per questa cattiva zia del Papa.
Ma nel 1973 usciva in spagnolo un grosso volume di 500 pagine intitolato “Iyewei-teri, 15 anni tra gli Yanomami”, a firma Luigi Cocco. Capitava nelle mani di un etnologo di fama mondiale, il francese Jacques Lizot, che stupefatto lo inviava sul tavolo del re degli etnologi Claude Lévi-Strauss.
L'elogio di Lévi-Strauss. Poco dopo don Cocco riceveva questa lettera: «Stimato padre, Jacques Lizot di ritorno da Caracas mi ha consegnato il suo libro. Da quel momento non mi sono stancato di ammirare quest'opera, le sue illustrazioni di straordinaria ricchezza, la quantità prodigiosa di informazioni etnografiche che una permanenza di quindici anni fra gli Yanomami le ha permesso di mettere insieme.
Don Cocco aveva attraversato l'oceano e accettato di vivere per 17 anni in una capanna in mezzo alla foresta, per portare ai Guaicas il dono della fede. Ebbene, a conti fatti, aveva battezzato quasi nessuno. Solo bambini in punto di morte, qualche ragazzino orfano che sarebbe andato a studiare in scuole salesiane e quindi aveva probabilità di crescere nella fede. Qualche anziano malato da lui sommariamente istruito, e ormai vicino al traguardo della morte. Sembra un insuccesso.
«Certo, io desidero che diventino cristiani, proprio perché voglio loro bene - spiegava -. Per me diventare figli di Dio e fratelli di Gesù Cristo, avere la fede e la carità, è il valore più grande che un uomo possa avere. Per questo desidero tali valori anche per i Guaicas. Ma la prima virtù che il cristianesimo insegna è il rispetto degli altri, e io rispetto la loro coscienza e le loro scelte». Infatti, secondo la loro coscienza e le loro scelte, ancora non erano pronti a diventare cristiani.
L'antropologo Jacques Lizot andò a vivere per qualche mese con don Cocco. Alla fine riconobbe: «Solo voi missionari potete fare un lavoro serio fra gli indios, perché solo voi li amate sul serio. Non come oggetto di studio, ma come persone».
Nel 1974 tornò in Italia con la salute definitivamente compromessa. Lavorò nella sua patria come animatore missionario finché gli ressero le forze. Si arrese a 70 anni meno un giorno.
Le sue ultime parole le ha scritte in un libro: «Per i miei bravi indios Iyewei-teri ho dato tutto; e se dovessi nascere un'altra volta, darei di nuovo tutto per loro».