I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

L'INVITATO

O. PORI MECOI

Don Gigi Zoppi

«Era proprio la figura di don Bosco che con entusiasmo e la testimonianza della vita mi trasmetteva uno dei giovani salesiani, don Andrea. Fu proprio a lui che rivelai il desiderio che stava nascendo dentro di me di “fare come don Bosco”. Nasceva quel sogno che oggi, quasi novantenne, posso raccontare con gioia come avverato».

Gli amici mi chiamano Gigi, ma nella famiglia del nonno e dello zio, una vera comunità contadina di 15 persone, mi chiamavano Rino, dal nome di mamma Rina che era partita per il cielo, da un ospedale di Firenze, la notte di S. Lorenzo del 1931, quella della mia nascita. Undici anni dopo, entrato nell'aspirantato salesiano in Casentino, per la prima media, tornai Luigi, con il nome del nonno paterno, tanto caro alla mamma.
Insieme all'affetto del babbo, dei nonni e di tante zie e cugine arrivò, fin dai primi giorni di vita, quello della balia che mi allattò insieme al figlio suo, Foresto. Fu, di certo, un latte speciale perché diede vita a due futuri sacerdoti.
Dopo 4 anni ritrovai una seconda mamma a Figline Valdarno, con la quale mio papà, operaio che lavorava in fabbrica ben 10 ore al giorno, si era risposato. La casa era poverissima, fredda, come mi apparve da subito anche quella signora che non conoscevo, che mi regalò una cara sorella. Ci volle un po' di tempo per riscaldarmi. Mi mancava la campagna del nonno, con la sua bellezza e la libertà di movimento che poteva offrire ad un bimbo come me. Finché un giorno ritornarono in paese i Salesiani, tanto desiderati dai Figlinesi, nel loro oratorio. Imparai la strada e non li lasciai più, tanto che la mamma mi diceva: «Perché non ci porti anche il letto?»

Fare come don Bosco
Era proprio la figura di don Bosco che con entusiasmo e la testimonianza della vita mi trasmetteva uno dei giovani salesiani, don Andrea. Fu proprio a lui che rivelai il desiderio che stava nascendo dentro di me di “fare come don Bosco”. Nasceva quel sogno che oggi, quasi novantenne, posso raccontare con gioia come avverato.
Ma le scelte della vita hanno, spesso, un prezzo molto alto da pagare. Ho visto mio padre piangere come se perdesse il figlio quando ho deciso di partire per il noviziato. «Tu sei un povero operaio. Lascia che i preti lo facciano studiare; poi, è intelligente e tornerà a casa» gli consigliò il segretario della sezione del Partito Comunista. Mi avrebbe rivisto l'anno dopo cresciuto di 20 centimetri e rivestito da prete ma deciso a frequentare senza paura i dibattiti culturali-politici insieme a lui nella sezione. Volevo capire in che consistesse la politica del Paternoster che don Bosco raccomandava ai Salesiani, ma soprattutto quale fosse l'ideale che aveva conquistato mio padre ed i suoi compagni operai. Erano i tempi dello scontro diretto fra la Chiesa ed il Comunismo Marxista; ma di marxismo mio padre ed i compagni di lavoro ne capivano poco e neppure sconoscevano i misfatti di quel regime. Sembrava invece il partito capace di risolvere i problemi della gente: la pace, la giustizia, il lavoro, la libertà che gli era stata impedita con violenza durante la dittatura fascista.
Credo che tutti questi avvenimenti sopra descritti fossero le esperienze necessarie per prepararmi ad affrontare quelle situazioni che si sarebbero verificate durante la mia vita di sacerdote di periferia. Dio è amore e provvidenza.
Il 1956 fu l'anno della consacrazione sacerdotale nella basilica di Maria Ausiliatrice. Fui assistito, insieme agli altri 22 compagni di 11 diverse nazioni da don Quadrio, un insegnante dell'università pontificia salesiana, campione di santità, che la Chiesa ha riconosciuta in lui e che presto, mi auguro, santificherà.
Le tappe della mia vita nelle case salesiane: assistente e insegnante dei giovani artigiani a Sampierdarena, degli studenti delle medie a Collesalvetti, catechista dei convittori a Livorno per 5 anni, delegato della pastorale giovanile ispettoriale, direttore dell'oratorio salesiano di Pietrasanta ed insegnante dell'istituto.

I tossici delle piazze
Nel novembre del 1976, allo scadere del V anno di insegnamento si scatenò una vera burrasca di incomprensioni: rispetto alla pratica pastorale di quella diocesi, all'attuazione di quanto indicato nel Concilio Vaticano II di cui ero entusiasta e alle sue aperture pastorali e, di conseguenza, socio-politiche. Avvenne un cambio improvviso di destinazione e di missione.
La nuova destinazione per me sarebbe stata Livorno, con il compito dell'assistenza e della cura dei giovani tossicodipendenti delle piazze della città, compito che avevo in parte già avviato a Pietrasanta ma che, trattandosi di un fenomeno ancora molto sconosciuto, era inviso alla gente e al clero.
Il vescovo di Livorno, monsignor Ablondi, mi accolse confortandomi ed affidandomi, con fiducia, la nuova missione.
Era opinione corrente che “il disordine sociale” che si stava diffondendo con le contestazioni giovanili in tante nazioni di Europa e insieme la comparsa delle droghe, si sarebbe potuto stroncare con la repressione ed il carcere. Soprattutto, per coloro che si drogavano, si ritenne necessaria una legge più severa. Quello dell'uso della droga era invece il sintomo di un grave disagio sociale che sarebbe diventato un fenomeno di dipendenza da stupefacenti che avrebbe ucciso milioni di persone, dilagando nel mondo intero, soprattutto fra i giovani. Non era un problema sanitario, come poi sarebbe anche diventato, ma educativo, formativo, sociale.
La nostra scommessa fu quella di proporre ai nostri giovani alti valori e proposte alternative concrete di impegno sociale e di cambiamento. Nacque Operazione Mato Grosso, Impegno Medio Oriente e per le necessità di recupero dalle droghe, il servizio delle comunità di accoglienza. Queste proponevano una esperienza di vita alternativa basata sulla accoglienza, il rispetto, l'amicizia, la stima di sé attraverso la pratica di un lavoro a misura di uomo che gratifica e diventa una delle migliori terapie (ergoterapia), che garantisce autonomia e indipendenza; la vita in comune di servizio reciproco, di amicizia, di responsabilità superando il bisogno dell'analgesico usato per placare il disagio. Mai più eroina o quelle sostanze che alienano, come gli allucinogeni, o che scatenano energie innaturali come la dopamina, la cocaina ma distruggono il sistema nervoso centrale. Importanti le terapie di gruppo che fanno riscoprire fragilità e risorse comuni a tutti e le strade per uscire dai conflitti interiori, o sociali, familiari, esistenziali.

Vecchie canoniche
Una tale esperienza è da vivere in un ambiente preferibilmente rurale, agricolo, soprattutto per gente di città, per inebriarsi dell'aria pura e del verde della campagna, dei suoi silenzi, le aurore ed i tramonti, il cielo stellato, i fiori, i frutti e gli animali più diversi. Oppure l'ambiente del mare, o quello dei monti, con i tanti tesori della natura, impossibili a vedersi in città.
Il nostro programma era quello di ricostruire la persona umana ristrutturando gli edifici da abitare, vecchie canoniche e vecchie chiese abbandonate da tempo. Una proposta di vivere insieme, liberamente, alti valori in spirito evangelico. Ricomporre le famiglie distrutte dalla droga, genitori e figli, facendoli dialogare insieme con attenzione e rispetto per riprendere insieme un cammino di libertà.
Anche i bimbi, in quel tempo era possibile tenerli in comunità con la mamma o con il papà a vantaggio di tutti, senza conseguenze spiacevoli. Ma quelli erano altri tempi.
Poi, verso la fine degli anni '80, arrivò l'AIDS fra i giovani che nelle piazze si passavano la siringa sporca di sangue “per farsi la pera”. Chi era infetto trasmetteva al compagno la malattia. Allo stesso modo succedeva attraverso i rapporti sessuali non protetti. La sentenza era per tutti entro i 10 anni nefasta. Le medicine erano inadeguate e così rimasero fino al '97, quando, le nuove, cominciarono ad arrestare la mortalità. Ma il vaccino è ancora oggi da scoprire mentre il contagio continua a propagarsi causando milioni di morti in tutto il mondo, soprattutto in Africa ed Asia, dove le medicine difettano.

La casa famiglia
Per questo lasciai ai miei bravissimi collaboratori le comunità terapeutiche e avviai la casa famiglia del Ce.I.S. Tre Ponti presso la Rotonda sul mare di Livorno.
La cura di questi ammalati è stata per me e per i miei collaboratori l'esperienza più forte. Senza i volontari, sempre disponibili, non sarebbe stato possibile offrire servizi, testimonianza, e voglia di vivere, in piena gratuità. Non una clinica di cure palliative ma una casa-famiglia che lavora per riempire le nostre giornate di interesse e di valori.
Quanti giovani ci furono affidati dalle famiglie per la paura errata di un contagio diretto fra persone o dagli ospedali che non avevano altra possibilità di trattenere il degente se non in prossimità di decesso. Con questi giovani il rapporto fu così profondo che diventammo davvero i loro cari, tanto che qualche volontario/a fu da loro considerato come il loro papà o la loro mamma.
La loro fede religiosa particolare fu rivissuta, dai cristiani e dai musulmani, in piena libertà e consapevolezza così che, anche la fine dei loro giorni si rivestì di speranza. Commovente fu la consegna fattami da Doudou, del suo libro del Corano, a me sacerdote, perché lo donassi all'Iman, prima di partire per il Cielo.
Pieno di tenerezza fu il dono degli anelli di sposa che mi volle fare Laika. Aveva contratto il virus dal marito che aveva curato con tanto amore e che era morto qualche anno prima di lei. Fu un gesto di totale affidamento, dopo aver ricevuto i sacramenti per poi chiudere gli occhi in serenità.
Accompagnammo così nei loro ultimi giorni 14 giovani sui trent'anni di media. Fra loro anche una ventenne prossima alle nozze.
Il nuovo millennio cambiò gli scenari dei «Tre Ponti»: diminuirono le richieste degli ammalati che ricevevano dagli ospedali medicine sempre più potenti, tali da sconfiggere la mortalità che portava il virus, sicché le loro condizioni migliorarono radicalmente.
Cominciarono invece a bussare a quella porta gli immigrati senza permesso di ingresso, in cerca di lavoro, i profughi, le donne della tratta che riuscivano a liberarsi, i disperati che cercavano un rifugio. A volte erano nuclei familiari che bussavano e insieme a loro arrivarono quindi anche i loro bimbi. Fu necessario moltiplicare le residenze perché la convivenza restasse familiare. Prendersi cura di loro voleva dire aiutarli in tutto: offrire gli alimenti, aiutarli a mettersi in regola con i documenti, a trovarsi il medico, il pediatra, l'assistente sociale, la scuola, il lavoro, la casa popolare, la cittadinanza, ma soprattutto ritrovare la speranza di una vita migliore, dignitosa, più felice. Questo è tuttora il compito dei volontari che se ne sono assunti pienamente la responsabilità e sono certi che la Provvidenza, che ha sempre vegliato sulla casa-famiglia del “Ceis-Tre Ponti” continuerà la sua opera.
Giunto alla soglia dei 90 anni, con la consapevolezza e la gioia di una esperienza pastorale pienamente vissuta come un sogno di gioventù, auguro ad ogni mio fratello salesiano di andare con coraggio nelle periferie della vita, fra gli ultimi della società del benessere, quelli che essa produce, lo “scarto”, come dice papa Francesco, per prendersi cura dei piccoli, dei poveri, dei fragili. Lì il vangelo della misericordia si fa più urgente e più chiaro.
I miei preziosi collaboratori, che hanno formato con me il Centro di Solidarietà di Livorno, sono stati compagni di viaggio e di fede alcuni, ma i più erano agnostici se non atei. Ci ha legato un forte senso umano di solidarietà con i più svantaggiati. Ci abbiamo creduto fino a mettere in gioco la nostra vita. Insieme abbiamo imparato il da farsi in un campo sconosciuto ottenendo risultati a volte positivi, a volte negativi con tanti errori che abbiamo cercato di correggere.
Grazie a Dio che mi ha scelto ed ha tracciato per me questo cammino ed alla mamma che, donando la sua vita per me, ha permesso quanto è successo.