I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

STORIE DI GIOVANI

CLAUDIA GUALTIERI

Mimmy Squillaci, 26 anni
Al servizio degli altri

Sembra che i giovani vivano solo per loro stessi. E invece date a un giovane l'opportunità di mettersi al servizio del prossimo e troverà la sua missione di vita, proprio come l'ha trovata Mimmy.

«Londra? Parigi? Budapest? New York? Thailandia? Ma, se andassimo in Africa? Se inaugurassimo così la nostra carriera professionale?
Questa è stata la proposta che ho fatto alle mie amiche mentre fantasticavamo ad occhi aperti immaginando la meta del nostro agognato viaggio post laurea. La risposta non poteva che essere affermativa, e così, zaini in spalla e antizanzare in valigia, ci siamo ritrovate su un volo per Entebbe.
Quella era la terza volta che mi dirigevo in Africa. La prima è stata in Tanzania, al quinto anno di università, tramite il Wolisso Project, un progetto realizzato dal SISM (Segretariato Italiano Studenti di Medicina) in collaborazione con il Cuamm, che consente ogni mese a quattro studenti di medicina di fare un'esperienza di tirocinio in un ospedale in Tanzania o in Etiopia. Poi un Natale all'insegna della semplicità con la mia famiglia a Kalango, il villaggio nel Nord dell'Uganda dove adesso stavo trascinando le mie amiche.
Già, perché l'Africa è contagiosa e recidivante, con quel qualcosa che ti attira come una calamita. Lì si trovavano i miei “pazienti 0”, i primi responsabili di questa catena di contagi: i miei genitori. L'ospedale di Kalongo è stato fondato nel 1956 dal chirurgo e missionario comboniano padre Giuseppe Ambrosoli. Lì mio padre ha lavorato come pediatra dal 1984 al 1986; lì è tornato a lavorare 30 anni dopo; e lì mia mamma si stava occupando della realizzazione della “casetta di Giovanni” che, situata a pochi passi dalla scuola, permette a bambini affetti da disabilità fisiche di avere accesso all'istruzione.

«Quando gli elefanti combattono, sono i fili d'erba a soffrire»
In punta di piedi siamo entrate e in punta di piedi siamo uscite. Con la consapevolezza della nostra piccolezza e con una promessa nel cuore: vivere la medicina nel modo più genuino possibile. Vedere l'uomo oltre il paziente, la fragilità sotto la corazza. Lavorare non per collezionare meriti ma per migliorare la vita dell'ammalato, che sia ricco o povero, bianco, nero o giallo. C'era bisogno di andare così lontano per capirlo? Forse sì, forse no. Questa è solo una delle vie. La più semplice forse, paradossalmente. Perché l'essenziale, qui ricoperto da mille superficialità, lì è allo scoperto, a toccata di mano, a toccata di sorriso. A volte andare tanto lontano ti aiuta ad avere uno sguardo più attento anche verso il tuo vicino. La sfida è riuscire a scavare a fondo, non perdere mai di vista l'essenziale qui e adesso.
L'Africa non è solo povertà, l'Africa non è solo malnutrizione, l'Africa non è solo il sorriso del bimbo neretto che ci intenerisce. L'africa è tradizioni, odori, colori, danze, musiche. L'africa è qualcosa che ti mette in discussione, qualcosa che ti mette in crisi, qualcosa che ti consente di guardare da un'altra prospettiva. Qualcosa che ti fa pensare che forse i “poverini” siamo noi. Qualcosa che ti fa arrabbiare. Qualcosa che ti fa venir voglia di combattere. Qualcosa che ti fa venir voglia di cambiare. Un proverbio africano recita: “quando gli elefanti combattono, sono i fili d'erba a soffrire”. Gli elefanti non sono solo le grandi potenze geopolitiche, non sono solo le multinazionali. Gli elefanti siamo noi, noi che direttamente e indirettamente le sosteniamo, noi che preferiamo stare seduti sul divano a dire che non è colpa nostra e che purtroppo non possiamo farci niente. Io invece credo che qualcosa possiamo farla, questo qualcosa non significa che tutti devono partire per l'Africa ma che ognuno nel suo piccolo deve cambiare. Solo così sotto i piedi degli elefanti non ci sarà più erba da calpestare».