I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

L'INVITATO

O. PORI MECOI

La mia Africa

Il salesiano Virgilio Radici dirige una grande scuola professionale ad Iringa in Tanzania.

Puoi autopresentarti?
Il mio nome è Virgilio Radici, sono nato a Bariano in provincia di Bergamo. Sono ora uno fuori dal “comune”... Vivo infatti ad Iringa in Tanzania. Sono un salesiano laico di don Bosco (nome lungo che ha quasi sostituito quello di Coadiutore). Ho fatto la mia prima Professione Religiosa al Colle Don Bosco (Asti) il 29-11-1969.
Da Bariano sono andato al Colle Don Bosco per le scuole Medie nel 1964. Non ho scelto io, ma mia mamma che sapeva dei salesiani perché è stata ex-allieva delle suore di Maria Ausiliatrice a Legnano (Mi). Eccettuato l'anno di Noviziato a Monte Oliveto nel 1968 tutti gli altri anni li ho passati al Colle Don Bosco, prima come allievo e poi come salesiano. Nel 1990 sono partito per l'Africa, prima 9 anni in Kenya e poi dal 1999 ad Iringa.
Come ti è venuta la vocazione salesiana?
Al mio primo incontro con i Salesiani al Colle ho notato una cosa che mi ha subito attratto: la cordialità e la gentilezza di tratto. Sono subito rimasto attratto da questo. Concluse le scuole Medie, ho scelto di continuare al Colle per la Scuola Professionale con indirizzo di arte grafica. Dopo il primo anno di Scuola Grafica il Direttore, don Antonio Mason, di cara memoria, mi chiese se volevo entrare in Noviziato. Mi ricordo come fosse ora che risposi subito di sì. Quando mi chiese se volevo essere sacerdote gli risposi che mi piaceva essere Coadiu­tore, come ce n'erano tanti al Colle (più o meno erano una quarantina ed i sacerdoti una ventina). Mi attraeva il loro modo gentile e la capacità di stare con noi giovani.
In Noviziato sono stato tre mesi in più (da agosto 1968 a novembre 1969) per aspettare di aver compiuto i 16 anni allora richiesti dal Diritto Canonico. Nel 1972 il Canone innalzò a 18 anni di età l'anno della prima Professione. Io dico sempre che dopo aver visto me..., era meglio cambiare l'anno di ingresso nella vita religiosa.
Come l'ha presa la tua famiglia?
Mio papà si chiamava Giuseppe Radici e mia mamma Nazzarina Belloni. Mi hanno educato bene alla vita cristiana. Ricordo che mamma ci faceva alzare al mattino presto per andare alla Santa Messa ed essere sempre puntuali al Catechismo all'oratorio, dedicato a don Bosco, la domenica pomeriggio. Io sono il terzo della famiglia. Due fratelli prima di me, Angelo, Luigi ed uno dopo di me, Franco. Siamo sempre in ottima relazione.
A comunicare della vocazione ai miei genitori furono gli stessi Salesiani del Colle. Prima di andare in Noviziato, infatti, un Coadiutore ed un Sacerdote mi portarono a casa in macchina. C'era a casa solo mia mamma. Mio papà era in ospedale per un incidente sul lavoro a Milano (era muratore). Il giorno dopo sono andato con mia mamma a trovare papà a Milano in ospedale. Alla notizia del mio prossimo ingresso in Noviziato, mio papà rimase in silenzio per un po'. Poi disse: “Se pensi che questa sia la volontà di Dio, fai pure”.
Mia mamma è mancata a 57 anni nel 1969. Mio papà visse ancora per altri 20 anni, fino al 1999. Mi hanno sempre voluto bene ed aiutato in tutto.
Perché sei partito per le missioni?
Come ho detto per il Colle non ho scelto io, ma mia mamma, così anche per le missioni non ho scelto io, ma il mio Ispettore di allora, don Angelo Viganò.
Era l'anno 1990. Ero al Colle che insegnavo ai tipografi compositori e venni chiamato al telefono. Era l'Ispettore che da Roma (era al Capitolo Generale) mi chiamava dicendomi se volevo andare in Kenya per installare una tipografia. Io risposi che per fare questo era necessario conoscere anche tutti gli altri settori del mestiere tipografico (litografia, fotoriproduzione, stamperia e legatoria), che io non conoscevo praticamente (solo teoricamente). Lui mi disse di pensarci ed al suo ritorno ne avremmo parlato.
Venne al Colle il primo di aprile dello stesso anno e mi disse di andare per due mesi e mezzo a Makuyu e studiare un po' di lingua Inglese e conoscere il posto. Il primo aprile è proprio un giorno “speciale”. Ma so anche che ricorda la nascita di mamma Margherita. Quindi l'Obbedienza è quello che ho cercato di fare. Ora sono contento.
Partii il 4 luglio 1990 per Makuyu e ritornai il 15 settembre dello stesso anno. Parlai nuovamente con l'Ispettore presentandogli un miniprogetto della costruzione del capannone tipografico e mi diede la conferma per il ritorno in missione. Prima andai a Malta (gennaio-giugno 1991) per approfondire la lingua Inglese ed il 4 settembre 1991 eccomi nuovamente a Makuyu in Kenya.
Come è stato il tuo impatto con l'Africa?
Da ragazzo avevo paura della gente di colore. Quando al pae­se vedevo un nero, scappavo nella direzione opposta. Anche qui ci sono dei bambini piccoli che quando mi vedono si nascondono dietro la mamma. Penso sia una cosa naturale per alcuni. Nella maggioranza invece sono contenti di vedermi...
Mi sono trovato, da subito, bene. Come carattere le persone sono molto cordiali. Mi si avvicinavano con gentilezza e salutavano cordialmente e con il sorriso bello aperto.
In un primo tempo mi sono adattato a fare un po' di tutto. Non esisteva la tipografia e quindi ho iniziato con il lavoro nei campi, la raccolta granturco con gli allievi del corso della Scuola Professionale. Dal piombo e carta della tipografia al lavoro con la terra...
Dopo poco iniziano i lavori di costruzione della nuova tipografia con una ditta di Nairobi e nel 1993, le prime stampe con l'aiuto del generoso Coadiutore Salesiano Bertocchi Alessandro che, dalla tipografia Vaticana, venne a Makuyu.
Molto fu l'aiuto datomi, all'inizio, anche dal Salesiano sacerdote don Gianni Uboldi che attualmente si trova in Uganda. Lui era l'economo della casa e conosceva bene la lingua Inglese e quella locale Kikuyu. I contatti con le ditte e con l'estero erano sempre suoi. Senza il suo aiuto non sarei riuscito nell'intento.
Pensi che questo continente si salverà?
Penso che Dio sappia tutto. Lui è amore e l'amore vincerà. La loro tradizione è ancora fortemente religiosa. Quando ti incontrano ti salutano con “Tumsifu Yesu Cristo” (Sia lodato Gesù Cristo). Quando manca un loro caro dicono: “Noi gli volevamo bene, ma Dio di più”.
Secondo me devono fare un piccolo passo avanti riguardo al valore di mantenere la parola data. Mi sono trovato varie volte ad aspettare una persona che mi diceva che sarebbe venuta alla tal ora..., ma... Ancora oggi è così. Dicono che il tempo è a loro disposizione e non loro per il tempo... Va bene per loro, ma per te che hai aspettato invano? Mi ricordo che mio papà mi diceva sempre che se dai una parola, la devi mantenere.
Qual è il tuo compito attuale?
Come detto sopra, mi trovo attualmente ad Iringa in Tanzania. Si trova a circa 1600 m s.l.m. Il clima è sempre mite..., non fa caldo e non fa freddo. La temperatura si abbassa a 9 gradi Centigradi in maggio-luglio, ma durante il giorno arriva a 20-22. Non c'è mai la neve o il ghiaccio.
La comunità salesiana di don Bosco, in cui vivo, è composta dal Direttore sacerdote dell'India (ora cittadino della Tanzania), due sacerdoti uno dall'India ed uno dalla Tanzania, un salesiano laico del Kenya e dal sottoscritto.
Abbiamo una parrocchia, con la chiesa principale dedicata a Maria Assunta e due chiesette succursali in villaggi vicini ed una Scuola Professionale con 300 giovani (ragazzi e ragazze) che imparano un mestiere da loro scelto (sartoria, falegnameria, motomeccanica, tipografia, muratori, elettricisti, saldatori e computer). Questi fanno un corso che dura tre anni. Abbiamo poi un altro corso breve, della durata di sei mesi, con circa 700 giovani. In questo corso breve insegniamo anche idraulica ed installazione di pannelli solari. Tutti gli insegnanti sono locali. Io sono incaricato della tipografia.
Vengono tutti molto volentieri. Don Bosco aiutava il giovane ad inserirsi nella società in modo da vivere da onesto cittadino e da buon cristiano. Dando loro un mestiere in mano, possono aiutare i loro familiari e se stessi in modo da poter uscire dalla povertà e per qualcuno anche dalla miseria in cui vivono.
Per il sostentamento della scuola, viviamo con il nostro lavoro, anche se diventa un'impresa arrivare al termine del mese. Ci fidiamo della Provvidenza.
Che cosa sogni?
Da giovane mi ricordo di aver pregato il Signore, durante un corso di Esercizi Spirituali di aiutarmi per la commissione che lui intendeva darmi da fare. Era per me ancora un “sogno” la vita. Ora sogno di poter essere sempre pronto per questa commissione. Sogno di essere contento dove mi trovo per poter far felici gli altri. Nella loro felicità sta anche la mia. Ma non sono sempre riuscito nell'intento.
Mi permetto di raccontare solo un piccolo episodio.
Oltre alla mia normale routine di lavoro in tipografia, ero solito aiutare i bambini nel fare loro qualche medicazione. Questo abitualmente lo facevo dopo il lavoro e quindi nel tardo pomeriggio quando i bambini e giovani venivano per passare il tempo nell'oratorio da noi. Era però un periodo in cui mi trovavo in difficoltà circa i rapporti con le persone adulte. Da una settimana, infatti, parlavo poco; non salutavo e sorridevo più a nessuno. Ecco allora, una notte, che mi si presenta questo sogno. Stavo aspettando che i miei operai uscissero tutti dal laboratorio e nel mentre mi si avvicina una bambina tutta zoppicante. La raggiungo e vedendo la sua difficoltà a camminare, la prendo in braccio. Avrà avuto circa 6-7 anni e non l'avevo mai vista prima d'ora. La porto nel mio ufficio e la depongo a sedere sul tavolo di lavoro. Mentre mi chino, per medicare la ferita sanguinante che aveva sotto il piedino, lei mi suggerisce all'orecchio una frase nella sua lingua, in Swahili: «Bradha, usisahau kutabasamu» (Fratello, non dimenticarti di sorridere). Rimasi colpito da questa sua frase e le chiesi: «Per favore, dimmi qual è il tuo nome». Lei mi rispose: «Mimi ni Bikira Maria» (Io sono la Vergine Maria). Sentita questa risposta, fui preso da grande agitazione e mi svegliai. Inutile dire quanto ripresi a sorridere e salutare nuovamente le persone che incontravo. Maria Bambina mi ha fatto comprendere, o almeno questo è quello che cerco di interpretare, che si risolvono i problemi più con il sorriso che con mutismi e facce tristi.