I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

I NOSTRI EROI

GIUSEPPINA BELLOCCHI

Nino Baglieri Sulle ali della croce

“Sono Nino Baglieri - disse - e sono immobilizzato sul mio lettino. Tanti hanno portato dei doni; io non posso muovermi e non posso venire all'altare, ma offro volentieri quello che ho: la mia preghiera, la mia croce, la mia sofferenza, la mia vita per lei Rettor Maggiore, per la Famiglia Salesiana, per le vocazioni, per i giovani”.

Era il 24 novembre del 1985 e il Rettor Maggiore dei Salesiani del tempo, don Egidio Viganò, si era recato in Sicilia presso il Santuario della Madonna delle Lacrime di Siracusa per incontrare la Famiglia Salesiana dell'isola in una solenne celebrazione eucaristica. Nino aveva voluto essere presente. Disteso sul suo lettino in prima fila, seguiva con emozione ogni momento. Io ero proprio accanto a lui e avevo modo di osservarlo bene. Lo incontravo per la prima volta. Avevo sentito molto parlare di quel giovane, del suo incidente quando era appena diciassettenne, dei suoi dieci anni di disperazione, della sua conversione e della sua incredibile testimonianza di gioia. Mi colpirono subito il suo sguardo sereno e il suo sorriso.
All'offertorio vennero portati vari doni all'altare. In quel momento Nino chiese che gli accostassero un microfono alla bocca per poter parlare. “Sono Nino Baglieri - disse - e sono immobilizzato sul mio lettino. Tanti hanno portato dei doni; io non posso muovermi e non posso venire all'altare, ma offro volentieri quello che ho: la mia preghiera, la mia croce, la mia sofferenza, la mia vita per lei Rettor Maggiore, per la Famiglia Salesiana, per le vocazioni, per i giovani”. Tutti avevamo le lacrime agli occhi, anche don Viganò che poco dopo scese dall'altare per abbracciarlo.
Iniziai quel giorno a scoprire lo spessore della santità di quel giovane che ad uno sguardo superficiale poteva apparire una persona da compatire, un “rottame umano”, ma che con la sua testimonianza ha saputo, nel corso degli anni, mostrare a tutti il valore della vita, di ogni vita, e cantare la gioia pur essendo inchiodato alla sua croce.
«Ero sano, forte, robusto»
Nato a Modica, una cittadina siciliana in provincia di Ragusa, il 1° maggio del 1951 da una modesta famiglia, trascorse la sua infanzia tra giochi e monellerie, come tanti ragazzi della sua età. Frequentò le ultime classi della scuola elementare nell'Istituto salesiano, vicinissimo alla sua casa, ma alla fine della quinta classe preferì lasciare i libri e andare a lavorare come garzone presso un muratore. Continuò, però a frequentare l'oratorio salesiano dove incontrava gli amici per giocare al calcio, anche se quando arrivava l'ora della preghiera preferiva svignarsela, scavalcando il muro del cortile perché non era molto attratto da quei momenti per lui tanto noiosi! La domenica, però, era sempre presente alla messa, contento perché alla fine della celebrazione ai ragazzi presenti veniva data una bella pagnotta con la mortadella o un biglietto per andare al cinema e, ai più assidui, un punteggio per la premiazione annuale. Da adolescente era sempre l'anima della comitiva di amici: passeggiate, allegre nuotate al mare, giochi a carte. Cominciarono anche le prime simpatie, i sogni per il futuro, e a lui sembrava di avere il mondo nelle sue mani. Nel suo diario, molti anni dopo, scriveva: “Quanti desideri e progetti da realizzare allora! Mi affacciavo alla vita: diventare qualcuno importante, avere una donna accanto da far felice, dei figli da crescere ed amare... Ero sano, forte e robusto. Mi sembrava che dovessi conquistare il mondo con le mie forze, bastava allungare la mano e sentivo tutto mio”.
Erano passati pochi giorni da quando aveva festeggiato il suo diciassettesimo compleanno. Era il 6 maggio del 1968, festa di san Domenico Savio. Il giorno prima, domenica, aveva voluto godere della bella giornata primaverile e con i suoi amici era andato al mare, cimentandosi in gare di nuoto e giochi sulla sabbia. Il lunedì aveva ripreso il suo lavoro. Salito sull'impalcatura, era intento ad intonacare la facciata di un palazzo quando, verso le 11.00, il tavolone su cui si trovava si spezzò. Un tonfo e Nino precipitò giù per diciassette metri. Fu portato immediatamente in ospedale: la colonna vertebrale risultava spezzata e il corpo era totalmente immobilizzato. La situazione era molto grave e i medici prevedevano il decesso da un momento all'altro. Uno di loro mise i genitori di fronte alla dura situazione: “Se il ragazzo riuscirà a superare questi momenti, il che sarebbe solo frutto di un miracolo, sarà destinato a rimanere tutta la vita in un letto”. E azzardò la proposta dell'eutanasia: “Se credete, con una puntura letale, risparmierete sia a voi sia a lui tante sofferenze”. La mamma, però, grande donna di fede, rispose subito: “Se Dio lo vuole con sé, lo prenda, ma se lo lascia vivere sarò felice di accudirlo per tutta la vita”. E, per prima, abbracciò la croce.
Iniziò allora una lunga via crucis da un ospedale all'altro, da un'operazione all'altra. Le speranze puntualmente crollavano dinanzi alla cruda realtà: sarebbe rimasto per sempre immobile come un tronco secco; avrebbe potuto muovere solo un po' la testa. Nino sentiva la sua vita ormai finita, inutile; in un momento aveva perduto tutti i suoi sogni, i suoi progetti.
«Accettai e rinacqui»
Ritornò a Modica, ma lo sguardo di pietà e commiserazione di amici e conoscenti piuttosto che sostenerlo lo fecero rinchiudere in se stesso: non volle incontrare più nessuno e si imprigionò nella sua solitudine.
In quegli anni a Modica erano nate varie realtà ecclesiali: gruppi di giovani e di adulti impegnati nello studio della Parola di Dio, nella preghiera e nel servizio. Uno di questi era il Rinnovamento nello Spirito. Si diceva che durante i momenti di forte preghiera avvenissero delle guarigioni. Un'amica della famiglia Baglieri invitò alcuni giovani di questo Movimento a visitare Nino e lui, sperando in un miracolo, accettò di accoglierli. Era il 24 marzo del 1978, verso le 17.00. Nino aveva chiesto alla mamma di mettergli il pigiama nuovo perché se avesse ricevuto il miracolo voleva essere vestito nel modo migliore. Il sacerdote che accompagnava il gruppo impose le mani su di lui e invocò lo Spirito. Tutti si unirono alla preghiera. Sarà lo stesso Nino, dopo, a raccontare di quel momento: “Sentii una sensazione stranissima, un grande calore invadere il corpo, un forte formicolio in tutte le membra, come se una forza nuova entrasse in me e qualcosa di vecchio uscisse. In quel momento dissi il mio sì al Signore, accettai la mia croce e rinacqui a vita nuova, diventai un uomo nuovo. Dieci anni cancellati in pochi istanti, perché una gioia sconosciuta entrò nel mio cuore. Io desideravo la guarigione del mio corpo e invece il Signore mi graziava con una gioia più grande: la guarigione spirituale”. Scelse di fidarsi di Dio, del progetto che aveva su di lui, e in questo scoprì e sperimentò il senso della sua vita.
«Mettimi una matita in bocca»
Un pomeriggio alcuni ragazzini erano andati da Nino per fargli un po' di compagnia e, nello stesso tempo, fare i compiti scolastici. Uno di loro doveva fare un disegno, ma aveva qualche difficoltà. Nino allora disse: “Mettimi una matita in bocca e avvicina il tuo quaderno: vedrò cosa posso fare”. Si accorse che la sua bocca riusciva a far muovere speditamente la matita, realizzando forme e figure. Questa scoperta lo riempì di gioia. Provò a cimentarsi con le lettere e in poche settimane riuscì a scrivere speditamente in corsivo. Era lo strumento di cui aveva bisogno per comunicare la sua esperienza. Iniziò a scrivere poesie e riflessioni, preghiere e ricordi. Una radio locale lo invitò a leggere i suoi scritti e tanta gente lo seguiva. Cominciarono a giungere lettere, telefonate, visite: chi chiedeva un consiglio, chi raccontava i suoi problemi, chi semplicemente voleva conoscere questo giovane tanto speciale che riusciva a sorridere malgrado la sofferenza. Pian piano il nome e la storia di Nino Baglieri superarono i confini dell'isola; i giornali e la radio parlavano di lui; anche qualche TV diede spazio alla sua esperienza e iniziarono a giungere lettere da tanti Paesi del mondo.
Quando nella Famiglia Salesiana nacque il gruppo di secolari consacrati salesiani, i Volontari con Don Bosco (CDB), lui chiese di farne parte ed ebbe la gioia di pronunziare i suoi voti perpetui il 31 agosto del 2004. Giunse l'anno 2007. L'inverno era stato molto rigido e una bronchite particolarmente fastidiosa affliggeva Nino. In gennaio si tenevano a Roma le Giornate di Spiritualità e il Rettor Maggiore lo aveva invitato a dare la sua testimonianza; il medico, però, non gli dava il permesso di viaggiare e lui ne era molto rammaricato perché non voleva rispondere negativamente all'invito del Successore di don Bosco. Alla vigilia dell'incontro, però, sentendosi un po' meglio, chiese al cognato di accompagnarlo: “Su, andiamo a dare l'ultima testimonianza!” disse. Sentiva che il Paradiso si avvicinava. E a Roma, ad un'assemblea attenta e commossa, lui parlò ancora una volta della sua storia, del suo amore per don Bosco, dell'importanza di lavorare per i giovani. “Ci vuole molto più impegno da parte nostra per portare Cristo ai giovani, per annunciarlo, non soltanto con le parole, ma soprattutto con la nostra vita, con la nostra testimonianza di vita... Cerchiamo di non restare chiusi dentro gli uffici e le sacrestie ad aspettare i giovani che vengono, mentre essi purtroppo si perdono... Andiamo a cercare i giovani là dove si trovano”. Sembrano le parole di papa Francesco quando invita ad essere una Chiesa in uscita!
Le scarpette per poter correre
Le sue condizioni di salute iniziarono a peggiorare rapidamente. In ospedale dissero che non c'era più nulla da fare. Lui, cosciente e sereno, consegnò al suo confessore il testamento spirituale da leggere al suo funerale e chiese alla sorella di preparare ogni cosa per rivestirlo dopo la sua morte: voleva che gli facessero indossare la tuta da ginnastica e che gli mettessero ai piedi le scarpette per poter correre, libero, dopo 39 anni di immobilità, nei giardini del Paradiso. Appena si divulgò la notizia, molta gente si radunò nella stradina di accesso alla sua casa per stargli vicino con la preghiera e accompagnarlo nel suo ultimo viaggio. Era il 2 marzo. Con un filo di voce disse alla sorella: “Vedo il Signore, vedo la Madonna!”. Furono le sue ultime parole. La mattina seguente, primo venerdì di quaresima, serenamente, partì per la Casa del Padre. Una marea di persone si riversò nella cittadina: volevano dare l'ultimo saluto al “santo di Modica”, come ormai tutti lo chiamavano e come tanti giornali, quel giorno lo hanno definito nei loro titoli. E realmente la santità era stato l'unico interesse, il solo obiettivo di Nino. In tanti avevano assistito, alcuni anni prima, ad una scena che dice, simpaticamente, qual era il suo desiderio più profondo. Una volta aveva avuto l'occasione di incontrare il cardinale Sodano, allora Segretario di Stato Vaticano. Questi, scherzando, mise sulla testa di Nino la sua berretta rossa ed esclamò: “Ehi Nino, vorresti essere cardinale?”. E lui: “No”. “Ma allora vorresti forse essere Papa?” incalzò ancora il cardinale. La risposta fu precisa e disarmante: “No eminenza: vorrei essere solo santo!”.

LA CAUSA DI BEATIFICAZIONE
Il 3 marzo del 2012, trascorsi cinque anni dalla morte, si è aperta la causa di beatificazione nella Diocesi di Noto (Siracusa). Sono numerose le grazie che vengono segnalate per sua intercessione e moltissime le persone che si recano in visita nella sua casa per pregare accanto al suo letto.
Oltre i libri scritti da Nino per raccontare la sua esperienza, segnaliamo il bel libro di Giuseppina Bellocchi “Nino Baglieri L'atleta di Dio” Elledici.