I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

SALESIANI NEL MONDO

KIRSTEN PRESTIN

Foto: Marco Keller / Don Bosco Mission Bonn

Traduzione di Marisa Patarino

La vita per un mattone

Tarun ha dieci anni e non è mai andato a scuola. Aiuta la sua famiglia a fabbricare mattoni da quando aveva otto anni. I Salesiani sono l'unica organizzazione che aiuta le famiglie impegnate nella fabbricazione di mattoni.

Fa caldo. Si soffoca. Già da lontano si vedono i primi camini fumanti delle fabbriche in cui si producono mattoni. Ce ne sono circa 400 qui a Jhajjar, nello Stato di Haryana, nell'India settentrionale, a un'ora di auto dalla capitale, Nuova Delhi. Spiccano i colori dei sari delle donne che lavorano qui con i loro figli. I più piccoli si siedono sulla sabbia o stanno in braccio a un fratello maggiore, ancora molto piccolo. I loro vestiti sono impolverati e sporchi, molti hanno i capelli arruffati. Hanno la pelle scura; il sole brucia i volti dei bambini. D'estate la temperatura supera i quaranta gradi.
Fin dall'alba, Tarun, accovacciato sul pavimento polveroso, fabbrica mattoni. Lavora da dieci a undici ore al giorno, per quattordici giorni consecutivi. Ha poi un giorno libero e va con la sua famiglia a Dasha, una cittadina nei dintorni della fabbrica di mattoni. La sua famiglia vi fa acquisti per le due settimane successive.
È mezzogiorno. Il sole picchia inesorabile nel cielo senza nuvole. Non c'è ombra. Solo un panno avvolto intorno alla testa protegge il bambino di dieci anni dai raggi del sole. Tarun non è mai andato a scuola. Aiuta la sua famiglia a fabbricare mattoni da quando aveva otto anni. Modella fino a 200 mattoni al giorno con le sue piccole mani. Ogni sera mille mattoni devono essere pronti per essere ritirati. Per riuscirci, è necessaria l'opera di tutte le mani disponibili. In cambio di questo lavoro, la famiglia riceve da 400 a 500 rupie, corrispondenti a 5-6 euro.
Rania, la sorella minore di Tarun, è fortunata. Oggi può andare alla scuola Don Bosco con le due sorelle minori. In una busta di plastica sporca ha messo un paio di penne, i quaderni e i piatti per il pranzo. L'autobus Don Bosco va a prenderla e la riaccompagna alle 14,30. Le ragazze salgono felici sul mezzo. Solo Tarun non c'è, oggi deve aiutare di nuovo suo padre. Il lavoro è estenuante. Il bambino di dieci anni rimane accovacciato tutto il giorno a modellare mattoni. Ripete più e più volte le stesse azioni: strofina gli stampi con sabbia, quindi li riempie di argilla pesante e bagnata. Rimuove poi l'argilla in eccesso e leviga la superficie. A questo punto il mattone è pronto per la cottura. Ogni giorno vengono prodotte decine di migliaia di mattoni per Delhi e per l'area circostante. È un affare redditizio per i proprietari delle fabbriche di mattoni.
Il lavoro minorile è proibito in India. Molti bambini e molte bambine devono però lavorare. Molti di loro devono aiutare economicamente le loro famiglie. La povertà è la causa principale di questa situazione. «La povertà è un problema molto grave in India. Il divario tra ricchi e poveri diventa sempre più ampio», ha dichiarato don Jose Matthew, Ispettore di tredici Stati dell'India settentrionale. «Siamo l'unica organizzazione che aiuti le famiglie impegnate nell'attività di fabbricazione di mattoni a Passor. All'inizio era diffusa una certa sfiducia. Ora le famiglie si fidano di noi». In questo momento sei maestre, due maestri e tre Salesiani lavorano là.
La famiglia di Tarun proviene dal vicino Bihar, uno degli Stati più poveri dell'India. La sua famiglia possiede un piccolo pezzo di terra là, ma i proventi non bastano a provvedere al fabbisogno alimentare dell'intera famiglia. Tutti devono dunque lavorare nelle fabbriche di mattoni per otto-dieci mesi. Tornano al loro paese nella stagione delle piogge. «Speriamo che anche nel loro paese d'origine i bambini possano andare a scuola. Ovviamente è difficile saperlo e abbiamo quindi assunto un dipendente che va regolarmente a fare visita alle famiglie, quando si spostano», ha detto don Alingjor Kujur, vicedirettore amministrativo nel Centro Don Bosco di Passor.
Le famiglie vivono in capanne vicino ai campi in cui fabbricano i mattoni. Hanno l'elettricità solo per un'ora al giorno, non c'è acqua corrente. Lavano a una fontana gli abiti e anche pentole e piatti. Una volta la settimana arriva un trattore con l'acqua. «L'acqua qui è di pessima qualità e non è potabile. Il rischio di ammalarsi è molto alto. Per questo acquistiamo l'acqua a Dasha e la portiamo qui una volta la settimana», ha spiegato il sacerdote salesiano di quarantadue anni.

Il Centro Don Bosco
Le famiglie sono indebitate, di solito ricevono in anticipo una parte del loro compenso. È una moderna forma di schiavitù. «Che cosa dovremmo fare? Non abbiamo scelta. Abbiamo bisogno di denaro», ha detto il padre di Tarun. Ha un piccolo pezzo di terra, che però non permette di guadagnare risorse sufficienti per la sua famiglia. «Certo, vogliamo che i nostri figli vadano a scuola, ma non posso mandarceli tutti», ha aggiunto il padre di famiglia.
Il nonno concorda: «Voglio che i miei nipoti vadano a scuola e imparino qualcosa. Così in futuro non dovranno più lavorare qui». I nonni di Tarun lavorano nelle fabbriche di mattoni da oltre trent'anni. La loro pelle è bruciata dal sole. Hanno tre figli, due maschi e una femmina. I figli sono rimasti a Patna, mentre la madre di Tarun è venuta qui con il marito e sette figli. L'aspettativa di vita media è di 45 anni.
«Alcune famiglie sono qui da generazioni. Non hanno mai fatto nient'altro. Noi cerchiamo di mostrare ai bambini che esiste una vita diversa dal lavoro per fabbricare mattoni», ha detto don Mathew Kalathunkal, vicedirettore del Centro Don Bosco a Passor. Il Centro Don Bosco è attivo qui dal 2007 e la scuola è stata costruita nel 2011. La frequentano 180 ragazzi e ragazze di età compresa tra tre e dieci anni provenienti da otto fabbriche di mattoni. Si stima che in questa zona vivano circa 320.000 lavoratori. Circa un terzo sono bambini. Nel Centro Don Bosco i bambini seguono lezioni impartite da insegnanti locali. I bambini comprendono solo la lingua hindi. Il maestro Satbir Renu e sua moglie sono qui fin dall'inizio delle attività del Centro e conoscono tutte le famiglie che vivono nei dintorni della scuola. «Appena vengono a scuola, i bambini cambiano. Prestano maggiore attenzione al loro aspetto, si lavano e indossano abiti puliti. È bello vederli», ha detto Satbir. A scuola ricevono penne, quaderni, ma anche abiti puliti e sandali. «Soprattutto, qui hanno la possibilità di giocare e giocano a calcio o a cricket. Nei campi in cui fabbricano mattoni non hanno nulla, possono solo giocare nel fango».
Quando l'autobus giallo del Centro Don Bosco riaccompagna i suoi fratelli, Tarun è ancora accovacciato sulla sabbia e modella mattoni. A mezzogiorno ha avuto un po' di riso e acqua. Le bambine a scuola hanno ricevuto riso, pollo e salsa al curry. Hanno condiviso un piatto in tre dopo aver atteso pazientemente in una lunga fila. «Offriamo un pasto ai bambini. È importante per i loro genitori. Speriamo che così i genitori siano più disponibili a mandare i loro figli da noi», ha spiegato don Alingjor.

Una speranza su ruote
Scende la sera e inizia a diventare buio. Il nonno fa entrare i nipoti nelle capanne. Devono preparare la cena. Oggi c'è addirittura pesce. A mezzogiorno la sorella maggiore di Tarun ha pulito i piccoli pesci con un po' d'acqua. Ora i bambini li preparano. I genitori e i nonni devono continuare a lavorare. Non hanno ancora raggiunto l'obiettivo di produzione. Anche Tarun rimane con loro. Quando gli altri se ne vanno, alza un momento lo sguardo e dice piano: «Il lavoro è molto faticoso. Vorrei anche andare a scuola». China poi la testa sul mattone a cui sta lavorando e le sue manine continuano la loro opera.
L'autobus giallo tornerà domani. E dopodomani. Un po' di speranza per i bambini delle fabbriche di mattoni; forse un giorno anche per Tarun.