I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

IL LORO RICORDO È BENEDIZIONE

COSIMO SEMERARO

Don Mario Cimosa

biblista con il “cuore oratoriano”, morto a Caserta, il 22 novembre 2019 a 79 anni

Don Cimosa oppure don Mario. Usavano tutti chiamarlo così. E non è che gli mancassero titoli accademici e di alto peso: licenze, lauree, diplomi di consulenze e significativi gradi accademici. Varie università, molti enti culturali lo avevano membro istituzionale, consulente o “visiting professor”. Lui rimase sempre e semplicemente “don Mario Cimosa”. Fino al saluto finale fattogli lo scorso 22 novembre nel bel Santuario della Casa salesiana a Caserta. Il 29 aprile in questa stessa Comunità aveva trascorso il suo ultimo 79° compleanno.
Discreto anche nella sua napoletanità. A Napoli era nato e ne viveva appieno il respiro. Il napoletano è accogliente: ti fa sentire subito a tuo agio. Non importa da dove tu provenga, il napoletano “ti stringe la mano e ti sorride”. Don Mario era fatto così, nonostante il distacco dal luogo d'origine per studi o impegni assunti. Visse a Torino-Crocetta, a Torino-Leumann, a Gerusalemme e Cremisan (Israele), a Göttingen e a Kronach (Germania), a Londra, a Philadelphia, in Canada a Toronto e, soprattutto, a Roma, per oltre trent'anni, presso la facoltà di teologia dell'Università Salesiana (dal 1981 al 2014). È rimasto sempre felicemente “partenopeo”, pregi e difetti compresi.
La sintesi più riuscita è stata la sua vocazione salesiana dedicata agli studi biblici e a disposizione dei giovani e dei colleghi con l'insegnamento e tanti convegni e pubblicazioni. Viene a proposito la confidenza appena fattami da un vescovo, monsignor dal Covolo: «Don Cimosa mi donò un'ampia appendice alla mia primissima pubblicazione. Era il 1987. Lo conoscevo appena (ero all'UPS da pochi mesi), ma lui non esitò a darmi una mano. Uscì così il libro Letture bibliche per la preghiera e per la vita, prefazione del cardinale Saldarini e, appunto, il lavoro di Mario Cimosa sulle pubblicazioni bibliche di don Bosco, con una ricca bibliografia di carattere catechetico-biblico. Tutto questo - ribadisce l'ex Rettore dell'Università Lateranense poligrafo ora ben noto - mi ha dato la spinta giusta per le mie successive pubblicazioni».
Così don Mario si è pienamente realizzato come uomo, come sacerdote, come figlio di don Bosco. Almeno due settori lo hanno contraddistinto: quello educativo e quello pastorale. Penso, infatti, che, tra i tanti, gli incarichi più amati siano stati quelli di “Direttore dell'Istituto Superiore di Scienze Religiose” e quelli, apparentemente meno accademici, di “Guida Ufficiale” per i viaggi di studio in Terra Santa per giovani studenti e docenti del Dipartimento di Pastorale Giovanile e di Catechetica dell'Università Salesiana. In questi ruoli aveva la possibilità di scoprire il suo “cuore oratoriano”: dedizione, preparazione, occhio per i più bisognosi di “doposcuola e di ripetizioni”... Il suo ufficio, al primo piano del Palazzo di Teologia all'UPS, potrebbe riferire gli innumerevoli incontri per studenti giovani e meno giovani che lì, a tu per tu, ritrovavano il bandolo della matassa dei loro piani di studio... Spesso quel corridoio risuonava della voce squillante e della risata aperta e rassicurante del direttore dell'Istituto Superiore di Scienze Religiose. Ero, in quegli anni, docente di metodologia scientifica e ricordo ancora con quanta sollecitudine egli mi segnalava studenti e lavori scritti da rivedere e “ripulire” prima degli esami finali.
Chi ha avuto il privilegio di visitare i luoghi della Terra Santa con la “guida ufficiale” potrà confermare lo stesso clima di familiarità unito alla serietà della preparazione e dei risultati dell'esperienza vissuta sul piano culturale, come su quello umano e religioso. L'esclamazione più usata al rientro di questi viaggi era: “Fantastico, mi è stato davvero utile!” Per don Mario non c'era rimborso migliore.
Così nell'attività pastorale extra accademica. Ampia disponibilità per ritiri e conferenze, soprattutto a favore di comunità religiose femminili. Consueta nella portineria dell'UPS la scena di un compassato don Mario prelevato e riportato a casa in auto da suore sempre sorridenti. In tali frangenti, la sua caratteristica barba a punta, che ne ingentiliva il mento, si animava particolarmente nel riferire dove andava o da dove tornava.
Un angolo, sconosciuto, della sua attività pastorale, rimane quello vissuto nei dintorni di Kronach in Germania. Vi andava, nel mese di agosto, per sostituire il parroco. Allora diventava “Herr Pater Mario” o “der italienischer Pfarrer”: il prete italiano. Ho avuto modo di parlarne spesso con lui quando, prima di partire, preparavamo in anticipo le omelie in tedesco. Non avevo difficoltà a capire quanto fosse contento di fare - come lui diceva - il “curato di campagna”. Confessare, visitare gli ammalati, ridiventare “chierico tirocinante” con i ministranti e i giovani del posto...
Il raffinato studioso del Pentateuco, l'erudito docente di Bibbia trovava a Kronach il suo essere prete e la sua vissuta salesianità. E ne godeva come un bambino.