I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

SOGNI

ANS


Se don Bosco sognava alla grande, i Salesiani continuano a realizzare i sogni di migliaia di persone, ogni giorno, in tutto il mondo.

La storia di Musu e del piccolo “Juan Bosco”

La ragazzina si voltò a cercare qualcosa accanto a sé e mise nelle mani del salesiano un bambinetto di tre settimane.

Musu era una bambina quando il missionario salesiano don Jorge Crisafulli la trovò per strada sotto un tavolo, nel centro di Freetown. Pioveva molto ed era freddo per chi è abituato al caldo tropicale. “Come ti chiami? - le chiese - Sei ammalata?” Tossiva senza sosta, ma i suoi occhi e il suo volto annunciavano dolori più profondi di quelli fisici. Don Crisafulli le mise una mano sulla fronte e si accorse che scottava per la febbre. Quello fu l'inizio di una grande storia di speranza.
La piccola Musu gli raccontò che era andata in ospedale, ma non avendo 15 000 leones (circa 1,5 euro) per poter entrare, non era stata curata.
“Ti porterò subito in ospedale”, disse il salesiano; ma in quel momento Musu si voltò a cercare qualcosa accanto a sé e mise nelle mani del religioso un bambinetto di tre settimane, indifeso, scheletrico, quasi morente e senza nome.
Don Crisafulli accompagnò Musu all'Ospedale Generale, dove le diagnosticarono la tubercolosi e la polmonite. Quanto al piccolo, poiché lì non avevano i mezzi per curarlo, lo portò al “Cottage Hospital”, dove gli riscontrarono tubercolosi, disidratazione e malnutrizione. Quando il medico chiese un nome per registrare il bambino nel centro sanitario, il missionario salesiano non esitò un momento: “Il suo nome è Juan Bosco, Juanito Bosco”.
Quando tornò all'Ospedale Generale rassicurò Musu che il bambino stava bene e che sarebbe sopravvissuto. Don Crisafulli dovette anche dirle che gli era stato chiesto il nome del bambino per poterlo registrare in ospedale e che gli aveva dato nome Juan Bosco.
Musu cambiò espressione e sembrava contrariata. Il salesiano le chiese se non le piaceva il nome Juan Bosco e lei gli rispose: “avrebbe dovuto dargli il suo nome, Jorge Crisafulli!”.
Oggi, Musu e Juan Bosco sono in buona salute. Entrambi hanno superato i loro problemi. Musu ha ormai 18 anni, studia come parrucchiera e vende sandali, mentre il piccolo Juan Bosco è un ragazzo sano e sorridente, che rende onore al suo nome, corre dappertutto ed è un segno di resistenza, sopravvivenza e speranza di fronte alle avversità.
Musu e Juan Bosco sono due tra i tanti casi di successo del lavoro che i Salesiani compiono in Sierra Leone e in molti Paesi del mondo per togliere i bambini dalle strade e offrire loro un'educazione.

Il viaggio di Fatima


La sua vita è stata “come un viaggio, una strada ora in salita, ora in discesa, tortuosa o dritta”. Poi si è ritrovata a Valdocco.

Fatima è una giovane ragazza musulmana, di origine marocchina, giunta con il padre in Italia. Il suo percorso, di vita e di studi, non è stato facile, anzi: come recita il titolo di un tema che ha svolto durante l'ultimo anno scolastico, è stato “come un viaggio, una strada ora in salita, ora in discesa, tortuosa o dritta”. Nel suo percorso, però, si è ritrovata a Valdocco, e grazie all'incontro con dei veri educatori, qualcosa è cambiato.
“Ho incontrato Fatima presso una biblioteca civica torinese, dove svolgo servizio di volontariato per insegnare l'italiano agli stranieri - ha raccontato al quotidiano La Voce e il Tempo l'insegnante Rosarina Spolettini -. Mentre le davo una mano nello studio ho conosciuto la sua tormentata storia di figlia di migranti”.
Già, tormentata: perché Fatima ha fatto più volte avanti e indietro tra il Marocco e l'Italia. La prima volta che è arrivata a Torino era solo una bambina: vi rimase due anni e prese a frequentare la scuola elementare. Poi è tornata in Marocco, dove è rimasta per sette anni, con il rammarico di lasciare Torino, la scuola, i compagni e le maestre con cui si trovava bene - cosa facile quando si è bambini. Nel 2017, un terzo viaggio, ancora per motivi di lavoro del padre, l'ha riportata a Torino.
Questa volta, però, tutto è stato più difficile: abita con la sua numerosa famiglia in una stanza al piano terra, che in precedenza era una bottega, senza riscaldamento e con i servizi nel cortile; si iscrive presso un istituto tecnico insieme a una sua connazionale, ma si rende presto conto che quella scuola era troppo difficile, ha difficoltà con la lingua e a socializzare, e alcuni compagni le dicono di tornarsene al suo Paese.
Quell'incontro in biblioteca la porta a recuperare un sé smarrito: con la professoressa Spolettini inizia un percorso di conoscenza che fa bene a entrambe. Racconta la docente: “la solidarietà e l'empatia ci aiutano ad allargare i nostri orizzonti; confrontarci con lingue e culture nuove, ci cambia interiormente ed è proprio quello che mi è capitato con Fatima. Ho iniziato ad ascoltarla e lei si è sentita accolta, è riuscita a dire ciò che provava e parlare delle sue paure. Insieme abbiamo deciso di scegliere una scuola più adatta a lei e Fatima si è iscritta ad un corso di Formazione Professionale Salesiana del CNOS-FAP di Valdocco. E le si è aperto un mondo”.
Per lei, ragazza musulmana, lo stile educativo di don Bosco è stato terapeutico sotto tutti i punti di vista. Ha iniziato il primo anno con speranze e paure, poi le speranze sono diventate certezze e la paura è scomparsa. Ha conosciuto professori che hanno saputo accoglierla e guardare oltre le sue difficoltà, docenti che sono andati al di là della mera trasmissione di conoscenze; hanno saputo introdurre cambiamenti migliorativi, dare attenzione a tutto l'essere umano e offrire ascolto sensibile, basato sull'empatia, per ottenere il cambiamento.
Fatima si è impegnata molto, è migliorata e a fine anno scolastico ha raggiunto il traguardo della qualifica professionale.