I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

SALESIANI

DON EUGENIO BALDINA

«I miei primi novant'anni con Maria e don Bosco»

“Vorresti dirmi che cosa ti hanno insegnato i tuoi 68 anni di vita salesiana e i 58 anni di sacerdozio?” mi ha detto a bruciapelo un giovane amico.

Non ho rifiutato la proposta, ma ho pensato che per fare memoria del mio passato mi sarebbe stato di aiuto dire Grazie al Dio della Vita e della mia vita; invitando tutti quelli che verranno a conoscere questa “memoria” ad aggiungere al mio “piccolo e solitario grazie” il loro “Grazie”. Così formeremo insieme una meravigliosa e splendida sinfonia per lodare il Signore.
Ecco alcune, tra le tante cose che ho imparato e che gradualmente mi hanno aiutato a vivere la mia missione con gioia e fedeltà.
Nella storia della mia vocazione tutto è andato in un crescendo graduale e si è sviluppato come una piccola semente che germoglia, forma il primo stelo, mette le foglie, si arricchisce di fiori e alla fine offre i frutti maturi. Ho imparato che con Cristo o senza Cristo, tutto cambia nella vita. Il Signore ha detto che chi rimane in Lui produce “molto frutto”. E non ha detto: “senza di me potete far poco”, ma ha detto “senza di me non potete far nulla”... nel poco o nel molto! Nella mia vita l'ho sperimentato molte volte, sia nella buona sia nella cattiva sorte.
Ho capito che...
Ho capito che la vita mi è data per cercare, conoscere e amare Dio; la morte per incontrare il Signore; l'eternità per goderlo per sempre.
Ho capito che Maria mi ha preso per mano fin da piccolo. Non fu puro caso l'essere stato battezzato il 25 marzo, e 31 anni dopo essere stato consacrato prete il 25 marzo, Festa dell'Annunciazione.
Avevo poi 17 anni quando mi sono consacrato a Lei il 25 marzo 1947. Il 7 ottobre 1945 (Festa della Madonna del Rosario) lasciavo i miei genitori per iniziare gli studi presso i Salesiani di Ivrea.
Il 7 ottobre 1949 partivo come aspirante salesiano da Genova per il Perù.
Il 15 settembre 1957 (Festa dell'Addolorata) sbarcavo a Genova rientrando dal Perù per lo studio della Teologia a Monteortone (PD). Lei mi ha accompagnato fino al presente e sono certo che, tenendomi per mano, mi accompagnerà all'incontro con il Signore alla fine della vita.
È la Mamma che per prima in casa accende il fuoco: è Lei che ha acceso in me il fuoco dello Spirito. Ora La prego affinché mi aiuti ad attizzare ogni giorno la legna e questo Fuoco-Presenza del Signore non si spenga. Sicché io continui ad accenderlo in altri.
Sempre di più mi sono convinto che Maria è davvero Madre dei sacerdoti e Aiuto dei cristiani e non abbandona chi si affida continuamente a Lei.
Ho capito che se sono felice di essere quello che sono, lo devo all'aiuto di alcuni sacerdoti. Per esempio don Gelindo Rizzolo, cappellano a Brugine (la mia parrocchia) ed exallievo salesiano: dissi a me stesso “nella vita vorrei fare come faceva don Gelindo!” e così ho scoperto in me il primo germe di vocazione. La presenza di don Gelindo nella nostra parrocchia la paragono a una goccia di miele che attira le mosche. Così era quel santo sacerdote per noi ragazzi e i giovani: quando appariva Lui, Gli eravamo tutti attorno.
Poi conobbi il direttore dell'Aspirantato salesiano di Ivrea, don Lorenzo Chiabotto; ed ancora ricordo con gratitudine don Pietro Ciccarelli, insegnante nel Ginnasio e in seguito mio Ispettore per due anni.
In Perù l'indimenticabile don Ambrogio Tirelli, il P. Maestro del noviziato che aveva conosciuto don Bosco. Don Alcide Fanello, mio Confessore nei primi sette anni di vita salesiana in Perù padre Jerardo Juge che degli otto anni passati in Perù fu mio Direttore per sette.
Ritornato in Italia fui accolto da don Giuseppe Manzoni, Direttore dello Studentato teologico di Monteortone e per altri 25 anni mio confessore. Io lo definisco “il mio secondo papà” perché è stato colui che mi ha aiutato a risolvere il lungo travaglio affettivo durato tutto il terzo anno di teologia. Non dimenticherò mai il colloquio del dopocena del 12 giugno 1960. Avevo fatto la domanda per essere ammesso al Suddiaconato e nella domanda non dicevo una parola della mia lunga incertezza. Dato che al mattino seguente don Giuseppe doveva incontrarsi con il Consiglio Ispettoriale per l'ammissione all'Ordine, quella sera mi disse “Nella domanda non dici niente del tuo travaglio interiore. Se parlo io ti bocciano, e questo non lo ritengo giusto. Tu che risposta mi dai? La risposta me la porterai domattina prima che parta per Verona” e ci lasciammo. Prima di andare in camera, andai in Chiesa e facendo quei tre gradini per entrare risuonò chiara in me la convinzione “io rimango con don Bosco”. Non mi ricordo quanto tempo rimasi in Chiesa, so solo che andai subito a cercarlo per dargli la risposta. Lo trovai che pregava il Rosario passeggiando lungo il corridoio e gli dissi “Rimango con don Bosco”. Mi rispose sorridendo “lo sapevo già!”.
Da quel momento neanche per l'anticamera del cervello mi passò mai il minimo dubbio di non essere al mio posto. E quella sera, dal profondo del cuore è riemerso in me tutto quel felicissimo periodo degli otto anni passati in Perù che ancor oggi rivivo con grande riconoscenza sentendoli come la musica di sottofondo che accompagna la mia vita.
In questi anni della mia giovinezza quello che mi ha sempre aiutato ad andare avanti è stata la grande apertura d'animo e la docilità che ebbi con tutti questi miei amati “Superiori” Sacerdoti. Ho sempre notato in loro il grande rispetto per la mia libertà.
Tutto questo parla dell'importanza e del valore della Direzione spirituale. Nel campo spirituale difficilmente si è autodidatti e le decisioni grandi della vita sono sempre frutto del confronto e della Grazia di Dio.
Superate le difficoltà giovanili per la confessione grazie all'amatissimo don Gelindo, in essa ho sempre trovato, nella frequenza regolare, luce, forza e coraggio e la medicina giusta per ogni caso della mia vita. Sono convinto che la Confessione regolare ed accurata salverà il mio sacerdozio dalla superficialità, dalle illusioni, dalla tiepidezza e dalla catastrofe.
Nella frequente Confessione, sia come penitente sia come ministro della misericordia di Dio, ho capito che nessun'altra Persona mi ha amato e mi ama tanto come il Signore Dio. E mentre scoprivo la mia incoerenza e infedeltà, ho capito e conosciuto sempre di più la sua Fedeltà. Ed è per questo che non ho mai esitato a consegnargli tutta la mia vita.
Ho capito la verità delle parole di Mamma Margherita a don Bosco nel giorno della sua prima Messa: “Dici la messa. Da qui in avanti sei dunque più vicino a Gesù. Ricordati però che incominciare a dir Messa, vuol dire incominciare a patire. Non te ne accorgerai subito, ma a poco a poco vedrai che tua madre ti ha detto la verità.”
Ispirato da queste parole scelsi come motto della mia vita sacerdotale: “Per loro santifico me stesso affinché siano anch'essi santificati nella verità” (Gv 17,19). E l'esperienza di 58 anni di sacerdote mi ha fatto capire che senza la croce non c'è salvezza e che io prete per primo ogni giorno devo accogliere e portare la mia croce e, per tantissime volte, anche quella dei giovani e dei penitenti, se voglio essere solidale e coerente. E questo anche se non mi dovesse piacere. È come bere l'acqua - diceva don Giovanni Fedrigotti - non ha grandi sapori, ma mantiene la vita.
Ho capito che don Bosco non è solo un personaggio storico, ma un vero Padre e Maestro, che si è preso cura di me fin da quando ero giovanissimo. Sotto la guida di don Gelindo, ho incominciato a conoscere e amare don Bosco che fin da allora l'ho sentito potente intercessore. Per questo quando si trattò di scegliere la mia strada, non ho esitato a desiderare di essere prete: uno che, per primo, invoca e gusta la misericordia per essere testimone in mezzo ai fratelli; insomma, prete come don Bosco e prete con don Bosco dedicando la mia vita ai giovani.
Ho capito che le vie del Signore non sono le mie vie, e i suoi tempi e le sue stagioni sono diverse dalle mie. Da ragazzo avevo altri progetti e Lui un po' alla volta li ha modificati (mai imponendomeli, ma rispettando la mia libertà e aspettando i miei “sì”, a volte detti a denti stretti dopo dolorosi momenti di discernimento). Ho capito che la mia serenità e felicità spirituale non consistevano in ciò che io desideravo. E progressivamente con l'Aiuto di Dio, cercando di fare la Sua Volontà, ho trovato il coraggio di andare contro corrente per scoprire la strada che porta alla Sorgente della gioia vera.
Ho capito che... il detto di Gesù riportato da san Paolo: “Vi è più gioia nel dare che nel ricevere” è una grande verità. La sperimento un'infinità di volte lungo le mie giornate. Il dire “sono a tua disposizione quando vuoi” mi fa essere dono e apre sempre la porta del cuore del giovane o del fratello o sorella; mi rende utile alla sua vita. “Il Figlio dell'uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”.
Ho capito che essere nato in una famiglia cristiana, da un Papà e una Mamma, insieme ad altri sei fratelli è stato il modo più ordinario con cui il Signore mi ha amato fin dall'inizio.
Io sono il terzogenito. Ripensando alla mia esperienza familiare posso dire che la serenità e la felicità della propria vita sta nello scoprire, per poi viverlo, il progetto pensato dal Signore per la vita di ciascuno. È per questo che non ho badato a fatiche, (e ne sono felice) nel mio lavoro salesiano per aiutare i giovani e le giovani a scoprire, attraverso la direzione spirituale e la confessione, il progetto che Dio ha sognato per loro per una vita matrimoniale oppure totalmente donati a Lui nel sacerdozio o come religiosi.
Ho capito che il senso profondo della mia piccolezza e inadeguatezza si può accompagnare con la convinzione serena che al Signore è piaciuto servirsi di me per fare del bene. Non sono mai stato “una cima” (eccetto fisicamente per 1,90 di altezza). Mio papà, vedendomi contento e soddisfatto della mia vocazione sempre in mezzo ai giovani, un po' ironicamente, più volte mi ha ricordato una frase del nostro vecchio parroco a mio riguardo: “Eugenio è una testa dura e non arriverà mai a essere un prete decente”. Decente o no, ora con la gioia e consapevolezza del lavoro di 68 anni di vita salesiana e 58 di sacerdote, posso solo dire: GRAZIE, Signore, che hai avuto grande fiducia in “una testa dura” come me.
Grazie, Signore, per il dono della vita, della vocazione cristiana, della vocazione salesiana e
della vocazione sacerdotale. Tutto a Lode e Gloria del tuo Nome, per il bene della Chiesa e della Congregazione, dei giovani che spontaneamente mi hanno avvicinato... e di quelli che sono andato io a cercare.