I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

I NOSTRI PADRI

BIESSE

Il settimo successore di don Bosco
Don Egidio Viganò

Nato cent'anni fa, il 26 luglio 1920 a Sondrio, eletto Rettor Maggiore dei Salesiani il 15 dicembre 1977.
Bastò il secondo scrutinio, dopo una prima votazione di orientamento, per designare il settimo successore di don Bosco in questo sondriese di 57 anni e dall'aria rude, già missionario “per errore” nel Cile.

«Vi dico che ho molta paura», esordì don Viganò, appena eletto. Ma subito cambiò registro: «Quando mi è toccato nella vita fare un'altra esperienza non così difficile ma per me altrettanto paurosa - quella di andare in America inviato dai superiori -, avevo chiesto molti consigli. Il consiglio più bello, l'ho ascoltato in dialetto lombardo dal mio papà: “Quel che Dio vuole, non è mai troppo”. Quindi, anche se con un'umiltà del tutto cosciente delle mie limitazioni, accetto con grandissima speranza».
Il primo e sorprendente dato biografico - quasi a confermare la matrice schiettamente popolare della Famiglia Salesiana - è che ha visto la luce in una fabbrica: papà e mamma erano operai di Sondrio, abitavano all'interno del cotonificio Fossati. E in quel cotonificio don Egidio ha aperto gli occhi. Egidio vi arrivò ottavo di dieci fratelli: lo precedevano due sorelle, e altri cinque prematuramente volati nel cielo; lo avrebbero seguito Angelo e Francesco, che sulla sua scia diventeranno a loro volta salesiani.
Ebbe il dono più prezioso che si può avere: due grandi genitori. A un anno e mezzo si ammala. Lo si apprende da uno scritto della mamma (un ampio testamento spirituale tracciato su un quaderno di scuola, con grossi caratteri ma con mano sicura, nel 1965 a 80 anni). «Te Egidio sei lontano; sono sicura però che è volontà di Dio. Mi pare di averti già detto di una promessa che ho fatto al Signore quando avevi un anno e mezzo. Eri tanto malato, e io ho detto al Signore: fammelo guarire: non sarà per me, ma per Te. Ora il Signore ci ha esauditi, e ha proprio voluto che tu andassi lontano. Sii contento, non te la prendere a male, vedrai cosa saprà fare il Signore su di te». Metà consolazione e metà profezia, come è nello stile dei patriarchi.

Una falciata
Don Bosco entrò nella casa Viganò di straforo, come in tante altre famiglie, con i ragazzi che vanno a giocare all'oratorio. In più, nel 1929 il parroco invitò i fedeli - chi volesse - a un pellegrinaggio fino a Torino: per la beatificazione di don Bosco. Papà non poteva lasciare il lavoro, le sorelle avrebbero badato ai fratelli più piccoli, e la mamma andò. Sfilò da Valsalice nel grande corteo che accompagnava la salma di don Bosco a Valdocco, e visitò le camerette in cui il santo dei giovani era vissuto. C'era un suo quadro appeso al muro: si guardarono. «Mi ha guardato con occhi vivi e penetranti - riferirà più tardi mamma Maria -. Che occhi ha don Bosco!» Ed ebbe l'impressione che le chiedesse i suoi figli: «Io ho capito che glieli dovevo dare tutti e tre, e glieli ho dati». In un solo colpo. In dialetto precisava: «Na ranzada», che vuol dire una falciata.
Da quel giorno l'immagine di don Bosco entra in casa, e don Bosco è tra le persone da consultare nelle decisioni importanti.
Intanto il ragazzo Egidio, riferisce ammiccando il fratello don Angelo: «Era un po' scatenato. Sul ghiaccio si rompe una gamba, un cane lupo lo aggredisce, a scuola la maestra ne lamenta la scarsa applicazione. Papà sovente deve ricorrere ai modi forti per farlo studiare».
L'oratorio salesiano di Sondrio, aperto nel 1887, è l'oratorio disadorno di quei tempi, popolare e alla mano, e vicino alla gente. Era fatale che i tre fratelli lo frequentassero. E vi trovarono salesiani cresciuti direttamente alla scuola di don Bosco. Quanto alla mamma, era tranquilla circa il futuro del suo don Egidio, e lo portò all'aspirantato salesiano di Chiari. Ciò naturalmente non bastava a cambiare questo ragazzo, ancora bisognoso per studiare delle cure paterne. Di fatto dopo la terza ginnasiale, come si diceva allora, nei superiori del collegio sorsero perplessità sul suo ritorno alla casa di formazione. La mamma viene convocata dal Direttore, ma lo rassicura comunicandogli la sua convinzione: «Non sono io a dirlo, ma questa è la sua strada». E la mamma lascerà andare a Chiari anche gli altri due fratelli, Angelo e Francesco, che don Bosco le aveva “falciato”.

L'americano
Era davvero la sua strada: a 15 anni Egidio è novizio, riceve la talare. La svolta decisiva e imprevista giunge al termine degli studi filosofici a Torino, quando apprende dai suoi superiori che la sua domanda di partire per le missioni è stata accettata, e che è destinato al Cile. Il fatto è che lui questa domanda non l'ha mai fatta.
Don Berruti, il superiore con cui si spiega, fa eseguire ricerche e risulta che c'è stato un disguido: a fare la domanda era stato un altro Viganò, di nome Pietro (salesiano, parroco di Codigoro, mai mandato in missione).
Quando tutto è chiarito, don Berruti guarda il chierico Egidio negli occhi e gli domanda: «Ma tu ci andresti in missione? E i tuoi genitori avrebbero qualche difficoltà?»
«I miei genitori certamente non porranno difficoltà - risponde -. E quanto a me, se mi mandate vado».
Così una sera di dicembre del 1939 c'è una mamma sul molo di Genova, che piange perché il suo figlio parte e va in America, ma trova pieno conforto nella sua fede: «Te Egidio sei lontano. Sono sicura però che è la volontà di Dio».
Tre anni fra i ragazzi di una scuola di formazione, 4 anni di studi teologici (frequenta la Pontificia Università Cattolica di Santiago), poi il sacerdozio, poi la laurea. La mamma lo chiama «l'americano» e dice: «Quello lì è un teologo, ma di fronte a sua madre ha ancora qualcosa da imparare».
Il 1949 segna una svolta nella sua vita: l'addio al lavoro tra i giovani (con loro ha lavorato sempre, dal giorno in cui è arrivato in America, e anche durante gli anni intensi degli studi universitari). Ora è chiamato a insegnare nello Studentato salesiano, e nell'Università Cattolica. Direttore del Centro salesiano è un certo padre Raúl Silva Henríquez, che diventerà cardinale e primate del Cile. Poi direttore diventa lui. Vent'anni di magistero, generazioni di salesiani e di sacerdoti diocesani alla sua scuola.
Il Concilio lo trova preparato: l'Episcopato cileno lo sceglie come esperto e lo vuole a Roma. Contribuisce tra l'altro ad arricchire i testi mariologici della Costituzione sulla Chiesa, e lo schema su «La Chiesa nel mondo». Poi è chiamato a Medellin, dove i vescovi dell'America Latina si propongono di applicare il Concilio alla situazione del loro continente, e dove egli dà un solido contributo.
Messo come Ispettore a capo dei salesiani del Cile, don Viganò in tre anni ha intensificato il dialogo della Congregazione con le altre forze della Chiesa: le Congregazioni, i Vescovi, il clero.
E, molto più semplicemente, ha giocato a calcio con i suoi chierici teologi. Da consigliere per gli studi, da direttore. Perché la teologia educa, ma anche il giocare insieme col pallone.
Nel 1971 partecipa come Ispettore al Capitolo Generale speciale, quello voluto dalla Chiesa per il rinnovamento della Congregazione, e vi partecipa fin dalle Commissioni preparatorie; alla fine è chiamato al difficile ruolo di Consigliere per la formazione salesiana.
Il «missionario per errore» rientra in patria, e la mamma sentenzia: «L'hanno mandato a Roma vicino al Rettor Maggiore: adesso ha da imparare ad abbassare il capo», e ne è molto felice.

Rettor Maggiore
Rettor Maggiore per quasi tre sessenni (fino alla morte che lo colse ancora in carica). In tale ruolo di governo e di animazione, intelligente, energico e volitivo come era, ha impresso alla Congregazione salesiana impulsi ed orientamenti paragonabili, nella storia della congregazione, a quelli di don Pietro Ricaldone, quarto successore di don Bosco. Con il rinnovamento delle Costituzioni salesiane, chieste dal Concilio, con splendide circolari, con profonde conferenze su tematiche ecclesiali, educative, socio-politiche, salesiane, attraverso decine e decine di viaggi internazionali di animazione, con interventi di spessore a cinque Capitoli Generali, di fatto ha tramesso ai singoli confratelli quel “sentire cum ecclesia” chiesto dal Concilio ad ogni battezzato e quel “sentire cum don Bosco” chiesto dal Capitolo Generale Speciale (1971).
Di don Viganò viene sottolineato soprattutto l'ottimismo. «Il suo non è un ottimismo razionalizzato ma spontaneo, istintivo, che lo riporta sempre al punto di tranquillità. Anche quando deve riconoscere uno scacco, lo fa senza agitarsi, senza inquietarsi, e subito ricupera la serenità».
«Mai ho sentito don Viganò esprimersi in modo pessimista. Anche quando in Cile abbiamo avuto da soffrire per le difficoltà della situazione, mai l'abbiamo visto scoraggiato. Nei momenti difficili arrivava con la sua parola, con una lettera: «È il Signore che guida la storia, non noi. Quindi, non dobbiamo avere paura». Ma nello stesso tempo non rimaneva passivo, anzi era l'uomo fatto per rispondere ai problemi con l'azione».
Alla Famiglia Salesiana ha dato nuova linfa con l'inserimento in essa di numerosi gruppi e il rilancio di altri già esistenti.
All'apostolato missionario ha offerto con il “progetto Africa” l'intero continente africano, oggi bacino di vocazioni anche per altre aree geografiche vocazionalmente in difficoltà purtroppo meno riuscito è stato il progetto Est Europa (anche per motivi ecclesiali). A servizio della comunicazione sociale nella Chiesa e nella Congregazione ha dato avvio all'attuale Facoltà di Scienze della comunicazione sociale e al dipartimento di pastorale giovanile e catechetica presso la Pontificia Università Salesiana di Roma, di cui è stato attivo Gran Cancelliere. Per la conservazione del carisma educativo della Congregazione ha fondato l'Istituto Storico Salesiano, dedito particolarmente alla pubblicazione e allo studio delle fonti per la storia, la pedagogia e la spiritualità salesiana. Fra le “battaglie spirituali” più ardue di don Viganò a servizio dei salesiani e delle Figlie di Maria Ausiliatrice, si possono annoverare quelle contro la superficialità spirituale, l'imborghesimento, l'individualismo, il genericismo educativo, le mode transitorie che intaccavano l'identità carismatica lasciataci dal Fondatore. Discorso analogo andrebbe fatto per i Cooperatori, gli Exallievi, le Volontarie ed i Volontari di don Bosco, vari gruppi della Famiglia Salesiana.
Nell'ambito più ampio della Chiesa, don Viganò, con la ricca esperienza di primo responsabile di una forte istituzione a carattere mondiale e radicata sui territori cittadini e nelle estreme periferie del mondo come quella salesiana, è stato invitato e ha potuto dare il suo contributo di pensiero ad assemblee delle Conferenze episcopali (Puebla, Roma, S. Domingo) a numerosi sinodi internazionali e nazionali (dal 1980 al 1994), all'Unione Superiori Generali (di cui fu presidente) a vari Pontifici Consigli (per la famiglia, per i laici) e a varie Congregazioni vaticane (per gli Istituti per la vita consacrata e Società di vita apostolica, per l'Evangelizzazione dei popoli) ecc.
Amico stimato di san Giovanni Paolo II, che lo invitò a predicare gli esercizi spirituali a lui e alla curia romana (1986), ne fu ricambiato con il dono alla Congregazione salesiana della canonizzazione dei martiri monsignor Luigi Versiglia e don Callisto Caravario (2000) e di numerose beatificazioni di salesiani e membri della Famiglia salesiana.
Ammalatosi a fine 1994 mentre era ancora in carica, don Egidio visse nella sofferenza gli ultimi mesi di vita. Sul letto di morte nella Casa Generalizia di Roma in cui aveva vissuto oltre vent'anni, ebbe la consolazione di essere chiamato al telefono da san Giovanni Paolo II che, assicurandogli la preghiera in quel difficile momento, lo ringraziava di tutto cuore del tanto bene fatto da lui alla Chiesa intera. Con la morte del settimo successore di don Bosco, la Congregazione e la Famiglia Salesiana avevano perso un faro di sicuro orientamento, ma avevano acquistato un nuovo protettore in cielo. Mamma Maria doveva presentire tutto questo, lei che gli aveva scritto: «Vedrai che cosa saprà fare il Signore su di te».