I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

CASA DON BOSCO

Il cuore di Valdocco

Entriamo nel “sacrario” di Valdocco. Ai tempi di don Bosco, dopo una visita, il direttore di una grande scuola rilasciò un commento sorprendente: «Voi avete una gran fortuna in casa vostra, che nessun altro ha in Torino e che neppure hanno le altre comunità religiose. Avete una camera, nella quale chiunque entra pieno di afflizione, se ne esce raggiante di gioia». Il biografo di don Bosco che riferisce il fatto aggiunge: «E mille di noi han fatto la prova».

Ancora oggi le camerette di don Bosco conservano un singolare profumo di accoglienza serena e di pacificante intimità. Caratteristica che dovevano avere tutte le sue «case». Il suo sogno era una «casa dei giovani», casa di preghiera e cultura, centro ricreativo, punto di incontro.

Anticamera già prima camera di don Bosco (1853-1861)
Questa camera fu abitata da don Bosco per otto anni, dal 1853 al 1861. Per accedervi, come agli altri vani dell'edificio, si doveva passare sul ballatoio esterno. Essa era illuminata dalla porta a vetri e da una finestra a mezzogiorno. Per molto tempo questa stanza servì da camera da letto, sala di ricevimento ed ufficio. Qui don Bosco scrisse molte delle sue prime opere popolari.
Con l'ampliamento del 1861 ed il trasferimento dei mobili nel vano successivo, questa camera venne trasformata in sala di aspetto per i visitatori. Nel 1872, quando si verificarono i primi seri incomodi di salute per don Bosco, fu collocato un altarino (dissimulato da una custodia simile ad un armadio) sul quale celebrava Messa ogni volta che non poteva scendere in chiesa (le fonti ricordano a questo altare l'estasi del dicembre '78. Cfr. MB XIII,897): l'altare portatile si trova ora nell'adiacente cappella nuova. A sinistra, entrando dal ballatoio, vi era una porta comunicante con la stanza che serviva da biblioteca sulla quale era collocata la scritta: “Lodato sempre sia il ss. Nome di Gesù e di Maria”.

Proprio qui accadde...
Il 26 gennaio 1854 don Bosco raduna in questa stanza i giovani Rua, Cagliero, Rocchietti, Artiglia, e dice loro: «Con l'aiuto di Dio, vi invito a formare con me una Società. Ci chiameremo Salesiani». Risuona qui, per la prima volta, questa parola «Salesiani». Nella teca è esposto il taccuino originale con le pagine autografe di don Rua, relative a tale avvenimento.
29 ottobre 1854. In questa stanza, passando dalla porta che dà sul ballatoio (era l'unica porta d'ingresso!) entra Domenico Savio con suo papà. La prima cosa che vede è quel cartello: «Da mihi animas caetera tolle». Don Bosco l'aiuta a capire quello che è il motto della sua prima Messa: «Dammi le anime, prenditi tutto il resto». Domenico, serio, commenta: «Ho capito. Qui non c'è commercio di denaro, ma di anime. Spero che anche la mia anima farà parte di questo commercio».
25 marzo 1855. Il chierico Michele Rua (ha la veste nera da tre anni) si inginocchia su questo pavimento, e davanti a don Bosco pronuncia i voti di povertà, castità, obbedienza. Alcune vecchie mattonelle di quel primo pavimento sono conservate nell'angolo destro. Qui don Bosco ha pure scritto le prime regole dei Salesiani, e il fulmine che scese dal camino, sbatacchiando il suo letto e rovesciando il tavolino, macchiò tutto il primo manoscritto.
18 dicembre 1859: don Bosco fonda, con 17 collaboratori, la Congregazione Salesiana ('Pia Società di San Francesco di Sales'). Vediamo qui esposto l'originale del verbale di fondazione. Nel 1858 il Santo aveva iniziato in questa camera a scrivere le prime Regole.

Camera di don Bosco (1861-1887)
In questo luogo don Bosco abitò e lavorò per 27 anni. Quando, durante la sistemazione della Casa Filippi (1861), si provvide a raddoppiare il braccio del fabbricato, parallelo alla chiesa di San Francesco di Sales, al secondo piano si ricavò un'altra stanza che divenne l'ufficio e la camera da letto di don Bosco.
Qui trascorse molte notti lavorando e studiando: rimane la caratteristica 'lampada all'acetilene'. È degna di rilievo la semplice scrivania (con il relativo scaffale da corrispondenza), dove il Santo compose le Regole dei Salesiani, delle Figlie di Maria Ausiliatrice e scrisse moltissime lettere e testi fondamentali della spiritualità salesiana (come il Testamento Spirituale).
Il letto, dal 1887 spostato nella camera attigua, è testimone di alcuni sogni 'rivelatori' del carisma salesiano e degli ultimi mesi di malattia. Sono originali: il divano, le sedie a schienale, la poltrona in tessuto e il comodino.
Appartennero a don Bosco anche: l'appendiabiti, il crocifisso, il calamaio, il leggio mobile, che sono successivi al 1861.
Dopo la morte del Santo questa stanza servì per 22 anni (1888-1910) da ufficio e da camera da letto di don Rua. Egli dormiva sopra il povero divano, riposò su di un letto solo nella sua ultima malattia.
Nella sistemazione museale attuale, la stanza è stata riportata al suo aspetto originale. Sulla base della documentazione storiche, sono stati ricollocati gli arredi e la sistemazione dei mobili in relazione agli anni principali trascorsi qui da don Bosco (1861-1887).
L'attuale stanza risale all'ottobre del 1876, quando il locale già esistente al piano terra venne sopraelevato. Delle due camere ottenute con l'ampliamento, la prima venne adibita a camera di lavoro del segretario del Santo e poi a cappella; nella seconda don Bosco trascorse gli ultimi mesi della sua vita.
La poltrona qui collocata riveste una notevole forza simbolica: su di essa venne adagiato il corpo di don Bosco nel giorno della morte, prima nella galleria delle camerette, poi nella chiesa di San Francesco di Sales.
Così narrano le Memorie Biografiche (XVIII, 549): 'La chiesa di San Francesco di Sales era tutta vestita di ampie gramaglie. Il corpo del Santo non fu adagiato sul letto funebre, come si suole, ma assiso sul seggiolone, che un palco rilevava da terra. Ardevano intorno molti ceri. Tosto i giovani sfilarono dinanzi rimirando con occhi lacrimosi il loro Padre, che era nella sua posa di dormiente, con la testa leggermente inclinata dal lato sinistro, col sembiante calmo, composto e quasi sorridente, con gli occhi semichiusi e fissi nell'immagine di Gesù crocifisso, che stringeva fra le mani giunte.
La chiesetta fu aperta al pubblico verso le otto. Il flusso e riflusso dei visitatori durò dal mattino alla sera così numeroso che dovettero intervenire le guardie per regolarlo, disponendo che l'uscita fosse diversa dall'entrata. Chi vide allora i viali di Valdocco, provò l'impressione che l'intera Torino si riversasse nell'Oratorio'
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