I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

CASA DON BOSCO

Le «catacombe» di Valdocco

All'entrata del Museo, sono esposti due targhe e due busti particolarmente cari alla memoria dei Salesiani. Erano originalmente collocati altrove.
LA LAPIDE DI MAMMA MARGHERITA. Fu inaugurata il 27 aprile del 1930. Il medaglione è opera dello scultore Gaetano Cellini (morto a Torino nel 1937), autore, tra l'altro, dei due monumenti dedicati a don Bosco (collocati il primo nella piazza antistante la Basilica, il secondo nel cortile interno).
LA LAPIDE DI DON GIOVANNI BOREL. Venne inaugurata il 7 maggio 1931. Il medaglione bronzeo è opera di Gaetano Cellini.
IL BUSTO DI MONSIGNOR GIOVANNI CAGLIERO. Eseguito in marmo di Carrara venne scolpito da Arturo Tomagnini. Era collocato presso la porta laterale della chiesa di San Francesco di Sales.
IL BUSTO DI DON MICHELE RUA. Collocato originariamente su di un piccolo monumento dinanzi al porticato, è opera bronzea di Ennio Ferrari.

Andiamo alla scoperta di un'assoluta novità. I sotterranei del primo oratorio di Valdocco non erano visitabili. Ora, completamente restaurati fanno parte integrante di 'Casa Don Bosco'. Sono stati rimessi a nuovo soprattutto quattro locali, anticamente d'uso e di servizio: il grande refettorio dei ragazzi, sito sotto la chiesa di San Francesco di Sales, la prima cucina, un refettorio più piccolo e la cantina. Questi ambienti sono collegati da un corridoio dalla forma stretta ed allungata. Anche il più piccolo spazio era prezioso per don Bosco. Questo che vedete ne è la più evidente testimonianza.

La cantina Il locale, che si trova sotto il porticato (lato orientale dell'edificio delle Camerette), fu costruito nel 1860-'61, come cantina dell'Oratorio di San Francesco di Sales. L'importante soffitto a volta è in mattoni piemontesi senza intonaco: l'ambiente non era pertanto destinato ad uso abitativo, ma solo per la custodia del vino e degli oggetti necessari alla vinificazione. La cantina custodiva le botti e il torchio per la spremitura dei grappoli, che erano calati all'interno da appositi fori aperti sulla volta. I tombini in pietra sul pavimento erano destinati allo smaltimento dei liquidi eccedenti e alla pulizia. Ora il locale ospita una collezione di immagini mariane, provenienti dal precedente museo mariano e dalle varie nazioni in cui è presente la Famiglia Salesiana, a testimonianza della diffusione della spiritualità mariana, legata al Santuario dell'Ausiliatrice. Al centro della sala la statua dell'Immacolata: fu collocata da don Bosco nella nicchia che divideva i due ambienti della prima sacrestia della Basilica. Lì rimase dal 1868 al 1935.

Il primo refettorio dei ragazzi Non si conosce con certezza l'uso di tale locale; è assai probabile che fosse il primo refettorio dei ragazzi, data l'immediata vicinanza alla cucina. I giovani dell'Oratorio stettero a mensa in questo locale fino all'autunno del '58, quando venne poi predisposto il grande refettorio sotto la chiesa di San Francesco di Sales. La sala in cui ci troviamo era più ampia: venne successivamente (1860-'61) ristretta dal corridoio, che collegava l'intero sotterraneo con la cantina. Di tale locale meritano attenzione le murature in laterizio, alternate a grossi ciottoli di fiume, provenienti dalla Dora e dalla Stura. Il materiale di costruzione era offerto a don Bosco da benefattori, e talvolta portato anche dai suoi giovani, i quali, durante le ricreazioni, aiutavano i muratori nella costruzione, così da accelerare i lavori.

Il grande refettorio Nove anni dopo, aumentando il numero dei giovani (circa 200), fu necessario pensare a nuovi locali per i pasti. Dal 1858 al 1866 il nuovo ampio refettorio servì anche da teatrino. A questo locale si accedeva attraverso due scale, probabilmente costruite in tempi successivi ed ora in parte demolite. Entrambe scendevano di fianco alla chiesa ed avevano la loro origine in due punti distinti del cortile. Quella di percorrenza principale, posta al centro dell'edificio, è la scala storica della Casa, utilizzata da don Bosco e dai Salesiani della prima ora. Essa pone in collegamento il piano interrato con gli abbaini del sottotetto.

La cucina dell'oratorio La prima cucina di Mamma Margherita era nella casetta Pinardi, dove don Bosco aveva affittato e poi comprato le prime stanzette e fu completamente demolita. Da quel primitivo focolare si passò a questo ampio locale. La cucina fu realizzata forse già nel 1853 e rimase in uso fino al 1927. L'ambiente era sufficientemente attrezzato affinché si potessero preparare pasti per una comunità che nel 1858, tra giovani ed adulti, contava 220 persone circa. Questa prima cucina godeva di un pozzo, cui è collegata la fontana del cortile (dove è visibile la primitiva base originaria), una dispensa in muratura ed uno spazio adibito alla preparazione delle vivande calde (nell'intercapedine murario è ancora presente la canna fumaria originaria). Il pozzo, con le sue qualità refrigeranti, separava la dispensa dal calore della canna fumaria, permettendo così un'ottimale conservazione degli alimenti. Vi era un disimpegno adibito a locale di servizio e dispensa per il pane. La carrucola e i ganci metallici delle volte servivano per sospendere principalmente le ceste di pane e di grissini.


RAGAZZI ALL'ASSALTO

Un'istantanea bellissima dalle Memorie: «Gli alunni venuti fuori del loro refettorio si accalcavano nel vestibolo di quello di D. Bosco, aspettando che i chierici avessero finita la preghiera del ringraziamento; e non appena udivano il Dominus del nobis suam pacem, Amen, urtata la porta, si precipitavano entro. Qui succedeva un grazioso scontro, si licet parva componere magnissi, simile a quello dell'Orinoco col flusso dell'Atlantico. I giovani volevano entrare, i chierici uscire, ma dopo qualche istante prevalevano i giovani, che gareggiavano a chi primo arrivasse presso a D. Bosco seduto all'estremità della sala in fondo. I chierici erano obbligati ad appoggiarsi ai muri laterali per lasciarli passare e non essere travolti. Qui accadeva una scena inesprimibile. I più fortunati si sono già stretti a D. Bosco in modo che i più vicini appoggiano il loro capo sopra i suoi omeri. Dietro a lui si vede una siepe di faccette allegre, che gli fanno larga spalliera. Intanto è presa d'assalto la fila di tavole, che prima erano state sparecchiate in fretta, e su quella innanzi a don Bosco, varie file di giovani seduti colle gambe incrociate a mo' degli orientali; dietro a questi molti altri inginocchiati, in ultimo, sempre sulle tavole, una turba in piedi. Chi non vi può salire, prende le panche, le accosta ai muri e vi monta sopra; ed ecco due lunghe file di occhi vivaci, che si fissano in D. Bosco. I più tardivi riempiono tutto lo spazio tra le panche e le tavole. Sembra che nessuno possa più giungere ad avvicinare D. Bosco; eppure alcuni piccolini tentano la prova. Si mettono a correre carponi sotto le tavole ed ecco le loro testoline sporgere tra la tavola e la persona di D. Bosco, che faceva loro una carezza. Sovente D. Bosco essendo stato trattenuto in camera dal lavoro, aveva incominciato solo allora a prendere un po' di cibo. Eppure li accoglieva con festa e, assordato dai loro canti e dalle grida, in quell'ambiente respirato da tanti petti, che a stento rimaneva acceso il lume, finiva il suo povero pasto, rivolgendo un sorriso affettuoso, uno sguardo affabile, un motto d'incoraggiamento agli uni ed agli altri. Non si mostrava mai contrariato dall'insistente importunità de' suoi figli; anzi provava rincrescimento, quando qualche visitatore non necessario veniva a rubargli la dolcezza di questi famigliari trattenimenti. Talora faceva atto di voler parlare a tutti, ed all'istante cessava quella confusione di voci, e in mezzo al più profondo silenzio narrava un breve aneddoto, proponeva una questione, faceva un'interrogazione, finché la campana scioglieva l'assemblea coll'invito alla scuola di canto o alla preghiera» (MB IV, 74).