I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

CASA DON BOSCO

La chiesa di San Francesco di Sales

Don Bosco riuscì a comprare tutta la casa Pinardi nel febbraio del 1851. Un mese dopo disse a sua madre: «Ora voglio che innalziamo una bella chiesa in onore di san Francesco di Sales».
«Ma dove prenderai i danari?» gli domandò la buona Margherita. «Sai che di nostro abbiamo più nulla, perché tutto fu già speso per dare vitto e vestito a questi poveri giovani; quindi, prima di affrontare nuove spese per una chiesa, devi pensarci due volte e intenderti bene col Signore».
Il Signore era d'accordo e il 20 luglio del 1851 veniva collocata e benedetta la prima pietra, presenti 600 e più giovani, e il 20 giugno 1852 fu consacrata.
Per 16 anni (fino al 1868) fu cuore della Congregazione nascente.
Dal 1852 al 1856 venne negli ultimi banchi, a pregare sgranando il suo Rosario, l'anziana e stanca Mamma Margherita.
I grandi dipinti della chiesa ricordano le meravigliose storie che qui sono avvenute.
L'8 dicembre 1854, Domenico Savio entrò in questa chiesa, si inginocchiò davanti all'altare dell'Immacolata e si consacrò a lei con questa brevissima preghiera (che per tanto tempo i ragazzi salesiani impararono a memoria e fecero propria): «Maria, vi dono il mio cuore, fate che sia sempre vostro. Gesù e Maria, siate voi sempre gli amici miei, ma per pietà, fatemi morire piuttosto che mi accada la disgrazia di commettere anche un solo peccato».
Due anni dopo, Domenico Savio tornò a inginocchiarsi a questo altare, non più solo, ma in compagnia dei migliori ragazzi dell'Oratorio. Aveva fondato la «Compagnia dell'Immacolata». Si era chiesto: «Perché dobbiamo cercare di fare del bene agli altri da soli? Perché non unirsi, tutti i giovani più volenterosi, in una società segreta, per diventare un gruppo di piccoli apostoli tra gli altri?». Don Bosco approvò il progetto.
Michele Rua in questa chiesa celebrò la sua prima Messa nel 1860.
In questa stessa chiesa, dietro l'altare maggiore, Domenico Savio ebbe un'estasi davanti al tabernacolo che durò più di sei ore.
Verso la fine del 1852 e nel principio del 1853 fu pure costruito il modesto campanile che sorge accanto alla chiesa, e mancando esso d'una conveniente campana, perché l'antica era troppo piccola, il Conte Cays di Giletta e Casellette, eletto per la seconda volta priore della Compagnia di San Luigi, ne regalò una più sonora che per molti anni continuò a chiamare coi suoi squilli i ragazzi della città all'Oratorio festivo.
Nel 1929 le due campane furono rifuse perché squillassero, con rinnovata voce, il 2 giugno, giorno della Beatificazione di don Bosco.

I tre crolli di casa Pinardi
Della vecchia casa Pinardi non è rimasto nulla. Non è sorprendente: don Bosco guardava solo avanti e non si fermava.
Al principio del 1852 in casa Pinardi i ricoverati erano più d'una trentina. Mancava assolutamente il posto. Pochi giorni dopo l'inaugurazione della chiesa di San Francesco di Sales, don Bosco adunque si accinse alla costruzione d'un nuovo edificio che doveva partire dalla chiesa e spingersi fino alla casa Filippi verso levante (dove ora c'è il negozio dei ricordi).
Non potendo distruggere subito la poverissima casa Pinardi, che era l'unica abitazione, deliberò di costruire solo una parte della fabbrica progettata, e precisamente il tratto che dalla scala, che è ora al centro, va sino alle stanze di don Bosco.
La costruzione era a buon punto quando, il 20 novembre del 1852, un tratto della sommità del braccio a levante, per la rottura di un ponte, rovinò dall'altezza del terzo piano. Tre operai rimasero gravemente feriti e grande fu la costernazione e lo spavento di tutti. Don Bosco, senza sgomentarsi per il grave danno patito, ordinò che si rialzasse tosto il tratto di muro che era caduto. Ma quando l'edifizio era ormai al tetto, anche per causa dei danni recati dalle grandi piogge, una notte avvenne un pauroso e disastroso crollo di quasi tutta la nuova costruzione, che per poco non traeva nella rovina anche parte della vicina casa Pinardi, proprio dove dormiva don Bosco.
Per visibile protezione del cielo non vi furono vittime, ma danni gravissimi. Nel trambusto indescrivibile di quella notte, don Bosco si mantenne il più calmo e tranquillo di tutti. Mamma Margherita si mostrò la più coraggiosa. Anche quel poco che era rimasto in piedi crollò il giorno dopo. Poiché la stagione avanzata non permetteva più di riprendere i lavori, don Bosco, sempre industrioso, ridusse l'antica cappella-tettoia a dormitorio, e trasferì le scuole diurne e serali nella nuova chiesa di San Francesco di Sales.
Nel 1856, ogni angolo della casa di Valdocco era occupato da un letto: anzi nell'estate qualcuno aveva dormito perfino su un piano del campanile!
Venne abbattuta, anche coll'aiuto prestato dai giovani durante le ricreazioni, la vecchia e povera casa Pinardi e la storica tettoia, e si cominciò il nuovo tratto di fabbricato che veniva a completare il primo disegno concepito da don Bosco.
Ma la vecchia Pinardi non ne voleva sapere di morire e anche questa nuova costruzione crollò.
Don Bosco, sempre calmo e fidente nella Provvidenza, non solo diede immediatamente ordine che si rifacesse, ma per giovare ai molti fanciulli poveri del popolo, pensò anche di aprire una scuola diurna per accogliere almeno una parte di quelli che, in gran numero, andavano vagando lungo il giorno per le strade. Lui era fatto così.
In più, nel tratto dalla scala alla chiesa di San Francesco di Sales fece scavare subito i sotterranei dove fu collocato il refettorio dei giovani e la cucina.


PERÒ GLI RINCRESCEVA...

Divisandosi di sostituire con un nuovo organo l'organo stravecchio e logoro nella chiesa di S. Francesco: «No, diceva egli; fatelo accomodare, ma non si tolga. Accompagnò per anni e anni i canti dei nostri giovani!». Una volta, guardando giù dalla sua loggetta e posando l'occhio sull'edifizio diagonale che divideva in due l'odierno cortile degli studenti, disse a don Lemoyne: «Vedi quella costruzione? Tosto o tardi sparirà, sarà demolita, e a me costò tanti sudori innalzarla!»
«Possibile che si voglia atterrare quello che don Bosco ha costrutto?» osservò il suo interlocutore.
«Eppure sarà così. O per ragione di estetica o per ordinar meglio i locali o per dividere diversamente i cortili, quei muri quand'io non ci sarò più, spariranno».
Già prima durante una sua assenza, don Savio, per edificare il coro di Maria Ausiliatrice, parecchi anni dopo la costruzione della chiesa, aveva gettato giù lo storico gelso, sul quale si era rifugiato il giovane Reviglio inseguito dai genitori che non volevano che il ragazzo frequentasse l'Oratorio. Don Bosco al ritorno, appena s'avvide che era stata abbattuta quella pianta, esclamò: «Il non più vederla mi cagiona una pena come per la morte di un fratello».