I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

CASA DON BOSCO

Le tre vite della cappella Pinardi

Pinardi è il nome di un signore che affittò a don Bosco il cortile e un pezzo di casa. Era solo una tettoia, povera, bassa, appoggiata al lato nord della casa. Un muretto tutto intorno la trasformava in una specie di baracca o stanzone. Misurava metri 15×6.
Don Bosco disse: «Troppo bassa, non mi serve». Ma Pinardi: «Farò abbassare il pavimento di mezzo metro, farò il pavimento di legno, metterò porte e finestre. Ci tengo ad avere una chiesa». Don Bosco pagò 300 lire per un anno: per lo stanzone-tettoia e la striscia di terra intorno, dove far giocare i suoi ragazzi.
Tornò di corsa ai suoi ragazzi e gridò: «Allegri! Abbiamo trovato l'oratorio! A Pasqua ci andremo: è là, in casa del signor Pinardi!». Il 12 aprile era domenica di Pasqua. Tutte le campane della città squillarono a festa. Alla tettoia non c'era nessuna campana, ma c'era il cuore di don Bosco che chiamava tutti quei ragazzi, che arrivarono a centinaia.
Ora proviamo a dargli uno sguardo.
Questa che vedete ha solo le dimensioni della cappella di don Bosco. Tutto il resto, anche l'altezza, è stato “aggiornato”. Quando l'Arcivescovo monsignor Fransoni vi si recava per amministrarvi la Cresima, o per altre funzioni, salendo sulla piccola cattedra, doveva tener bassa la testa per non urtare nel soffitto colla punta della mitra! E don Bosco nelle Memorie scrisse: «Fu nell'occasione della prima visita dell'Arcivescovo che, nell'atto che gli si pose la mitra sul capo, non riflettendo che non era in duomo, alzò in fretta il capo e con quella urtò nel soffitto della cappella. La qual cosa eccitò l'ilarità in lui e in tutti gli astanti». La prima visita, a cui don Bosco accenna, avvenne il 29 giugno del 1847, e l'Arcivescovo nel togliersi la mitra, per poter stare in piedi, mormorò sorridendo: «Bisogna usare rispetto a questi giovani e predicar loro a capo scoperto!». I più grandicelli, montando su una panca, colla mano giungevano a toccare il soffitto. Sul piccolo pulpito, che era stato collocato verso la metà della cappella contro la parete a nord, non tutti potevano salire per la predica, perché un sacerdote alto avrebbe toccato il soffitto colla testa. Ma il teologo Borel, basso di statura, ci stava a meraviglia, quando faceva l'istruzione ai giovani.

La prima statua
Il 2 settembre di quell'anno, don Bosco comprò pure, per 27 lire, una graziosa statua di Maria SS. Consolatrice (detta popolarmente la Consolata) di cartapesta, e volle che fosse portata in processione, nei dintorni dell'Oratorio, quando ricorrevano le feste principali della Madonna. Questa statua fu collocata nella cappella, quasi di fronte al piccolo pulpito, contro la parete interna verso la casa Pinardi, e rimase nella tettoia anche dopo la costruzione della chiesa di San Francesco. Quando nel 1856 la tettoia venne abbattuta, don Francesco Giacomelli riuscì ad impossessarsene, trasportandola ad Avigliana nella sua casa paterna ove, da lui e dalla sua famiglia, fu sempre venerata con preghiere, lumini e fiori. Questo preziosissimo cimelio, dopo 73 anni, fu restituito all'Oratorio e si trova nel nostro museo.
Nelle feste, i ragazzi portavano la statua in processione «nei dintorni». I dintorni erano vastissimi prati e campi, pochissime casupole, e due osterie dove gli operai della periferia si ubriacavano regolarmente nel pomeriggio di ogni domenica. Questo fatto disturbava, specialmente d'estate quando bisognava tenere aperte le finestre della chiesetta. Durante la predica si sentivano i canti e gli urli degli ubriachi. A volte risse furibonde coprivano la voce del predicatore. Qualche volta don Bosco perdeva la pazienza, scendeva dal pulpito, si toglieva cotta e stola e correva all'osteria a pestare pugni sul tavolo e a gridare che adesso chiamava i carabinieri. Otteneva un silenzio sbigottito.
L'altare fu collocato verso levante, col quadro di San Francesco di Sales portato dal Rifugio. Lo potrete vedere in una sala del museo.
A destra, entrando, era stata collocata in una nicchia una statuetta di san Luigi, acquistata da don Bosco per animare i giovani a celebrare le sei domeniche dedicate al Santo. Dalla misera tettoia-cappella partì nel 1848 la storica processione con la statua di san Luigi fiancheggiata da un illustre personaggio, che si trova su tutti i libri di storia: il Conte Camillo Cavour.
Uscendo dalla Cappella Pinardi, si sfiora a destra la minuscola sacrestia. È il locale strettissimo in cui, nel 1853, don Bosco collocò il primo laboratorio dei calzolai: due deschetti e quattro seggioline. Non ci stava di più (don Bosco non aspettò mai di avere i «locali adatti» per cominciare qualcosa: starebbe ancora aspettando adesso!). Don Bosco si sedette al deschetto e martellò una suola davanti a quattro ragazzini. Poi disse: «Adesso provate voi».

Non andò in pensione
La povera ed angusta tettoia Pinardi servì da cappella ai giovanetti dell'Oratorio per sei anni, dal 12 aprile del 1846 al 20 giugno del 1852, giorno della benedizione e dell'inaugurazione solenne della nuova chiesa di San Francesco di Sales.
Servì pure in seguito da dormitorio e da sala di studio e anche di ricreazione e fu demolita nel 1856 insieme coll'attigua casa Pinardi, per dar luogo a quel tratto di fabbrica che dalla scala, che è al centro del più antico edifizio dell'Oratorio, si stende sino alla chiesa di San Francesco di Sales.
Il nuovo locale, che a pianterreno venne a trovarsi nel luogo dov'era la storica tettoia, fu destinato ad uso refettorio dei Salesiani e in esso don Bosco per molti anni sedette a mensa circondato dai suoi figli. Alla sua modesta mensa accolse amici carissimi, umili collaboratori, benefattori insigni, ospiti illustri tra cui ci è caro ricordare monsignor Giuseppe Sarto che fu poi papa Pio X e dichiarò don Bosco Venerabile, e il giovane sacerdote professor Achille Ratti che divenne papa Pio XI, che glorificò don Bosco dichiarandolo Beato (1929) e Santo (1934).
Quando adunque il 19 maggio del 1927 il refettorio dei Superiori dell'Oratorio fu trasportato nei nuovi ampi edifizi appositamente costruiti, il Rettor Maggiore, don Filippo Rinaldi, fece allestire questa cappella che occupa precisamente il posto dell'antica, quale era da principio, prima che don Bosco l'ingrandisse abbattendo il muro tra la cappella e la piccola sagrestia.
La cappella è dedicata alla Risurrezione di G. Cristo a ricordo della Pasqua del 1846.


LA MUSICA IN CAPPELLA

Don Bosco amava tantissimo il canto e la musica. “Un Oratorio senza musica è come un corpo senz'anima” ripeteva spesso. Il teologo Vola, che lo sapeva, gli fece una bella sorpresa: comprò per lui al prezzo di Lire 88,50 (ch'era una bella somma) una piccola campana di 22 chili, e gliene fece regalo. Il gradito dono rallegrò l'animo di don Bosco, dei giovani dell'Oratorio e dei sacerdoti amici dell'Opera: «Grande fu il tripudio dei giovani quando la videro portata in alto sul culmine della casa e collocata bellamente nella finestrella del suo campanile; e specialmente quando la sua voce argentina, per lunga ora, diffuse intorno le sue onde sonore», raccontano le Memorie di don Bosco.
La campana era una bella cosa, è vero, ma la sua musica era soltanto esteriore; dentro la cappella non vi era alcun strumento che accompagnasse i canti sacri. Don Bosco amava la musica, e, con molta buona volontà, s'era industriato a metter su fra quei giovani, così eterogenei, una Scuola di Canto. Anzi, da vero autodidatta, senza maestro aveva imparato da sé a suonare il pianoforte. Non potendo però in casa permettersi il lusso di un così costoso strumento, talora si esercitava su quello di qualche amico sacerdote.
«Per ritenere in tono i suoi discepoli — dicono le «Memorie» — e anche per accompagnare le lodi alla Madonna col suono, nel luglio del 1847 comprò, per 12 lire, una fisarmonica. Per la sua cappella-tettoia, il 5 novembre 1847, si procurò un organetto, che gli era costato la somma favolosa di 35 lire. Si suonava girando una manovella e i pezzi musicali del suo cilindro portavano l'Ave maris stella, le Litanie della Madonna, il Magnificat e qualche altro inno della Chiesa... Ma, se poteva servire per le feste ordinarie, diveniva inutile allorché era conveniente variare la musica. Quindi la necessità che don Bosco trovasse un pianoforte... Il buon teologo Giovanni Vola ancora una volta provvide a quel bisogno, donando un cembalo, o meglio una vecchia spinetta, che aveva in casa.