I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

CASA DON BOSCO

Il primo cortile

Tutto è incominciato qui

Da Piazza Maria Ausiliatrice si scende. I posti famosi di solito sono in alto. Questo è in basso. Duecento anni fa qui c'erano solo cespugli, boscaglia, prati e qualche rara casupola. Era pure umido, tanto che lo chiamavano Valdocco, che suona un po' come valle delle oche. Allora, tanti anni fa, scendeva di qui un giovane prete con un gruppo di ragazzini scalmanati.
Il nostro itinerario comincia dove erano diretti quel prete che si chiamava don Giovanni Bosco e i suoi ragazzi. Erano felici perché, dopo essere stati cacciati via per cinque anni da altri posti di Torino, lui aveva trovato un angolo tutto per loro.
Tutto quello che vedrete racconta l'inizio di una storia bellissima. Che, sul calendario di Dio, è appena incominciata.

Il cortile della casa Pinardi
Cominciamo da un angolino dietro la casa. Guardate quella piccola lapide. La prima cosa che don Bosco ha voluto è un cortile: il più bel posto per dei ragazzi e dei bambini, per essere allegri, correre e saltare e soprattutto essere felici.
Un ragazzo di quel tempo racconta: «Don Bosco era sempre il primo nei giochi, l'anima delle ricreazioni. Non so come facesse, ma si trovava in ogni angolo del cortile, in mezzo a ogni gruppo di giovani. Con la persona e con l'occhio ci seguiva tutti. Noi eravamo scarmigliati, talvolta sudici, importuni, capricciosi. Ed egli provava gusto a stare con i più miseri. Per i più piccoli aveva un affetto da mamma».
Ci sono altri ricordi legati a questi pochi metri quadrati.
LA FONTANA. È dei tempi di don Bosco, che scrisse: «Butta acqua abbondante, freschissima e salubre». Ora butta quella dell'acquedotto torinese. Qui i ragazzi venivano a «bagnare la pagnotta» della colazione e della merenda: l'acqua era il solo companatico.
LA SCALA DEL GRIGIO. Sotto il portico, alla sinistra di chi lo percorre da ovest a est, c'è una scala che ai tempi di don Bosco portava alla cucina di Mamma Margherita. Sul primo gradino, una sera dell'inverno 1854, si sdraiò un cane misterioso, che don Bosco chiamava «'L gris». L'aveva visto qualche mese prima venirgli incontro festoso mentre attraversava il terreno boschivo che separava Valdocco da Torino. Era chiara l'intenzione dell'animale di volerlo difendere. Riapparve in quello stesso punto in novembre, quando due malandrini gettarono un mantello sulla testa di don Bosco e cominciarono a malmenarlo. Don Bosco gridò, il cane saltò fuori da un cespuglio e balzò alla gola dei malviventi. Fu don Bosco a dover difendere i malcapitati dal cane, che poi lo accompagnò fino a casa. Il pensiero di scoprire la provenienza di quel cane venne più volte a don Bosco, ma non riuscì mai a trovarla. Alla baronessa Frassati che nel 1872 gli domandò che cosa ne pensasse, rispose: «Dire che sia un angelo, farebbe ridere. Ma neppure si può dire un cane ordinario».
GLI ABBAINI. Sul tetto si affacciano ancor oggi gli «abbaini» dove dormivano i primi, giovanissimi salesiani. Erano stanzini gelidi d'inverno e roventi d'estate. Cagliero (che vi abitava insieme a Francesia e Rua) ricordava che d'inverno, per lavarsi, aprivano il finestrotto, raccoglievano la neve con le mani, e si strofinavano energicamente il viso. Poi, ravvolti in una verde coperta militare, studiavano.
L'ORTO DI MAMMA MARGHERITA. Durante il Capitolo Generale è stata inaugurata una statua di Mamma Margherita che è stata collocata nel luogo in cui la mamma di don Bosco aveva fatto il suo orto. La scena raffigura un ragazzo nell'atto di superare la soglia della casa di don Bosco e sua madre per chiedere ospitalità, che viene accolto dallo sguardo amorevole e da una carezza di Mamma Margherita. Da buona massaia aveva trasformato un rettangolo di prato in orto. Vi aveva piantato lattughe e pomodori, per arricchire la poverissima mensa dei ragazzi. Difendeva quel suo orto anche con il bastone.
IL PORTICO. Il buon don Bosco aveva pensato subito di fare uno spazioso porticato davanti alla sua nuova casa. Pensava soprattutto ai ragazzi. Avevano bisogno di uno spazio in cui giocare e intrattenersi anche quando imperversava il maltempo e anche di un luogo tranquillo di transizione prima dello studio, della preghiera in chiesa, del sonno.
Ne venne fuori un porticato basso ma elegante, nello stile dell'epoca. Nella parte interna degli undici pilastri e nelle lunette don Bosco fece dipingere da Pietro Enria, in grossi caratteri, alcune iscrizioni tratte dalla Sacra Scrittura. Una vera galleria della bontà di Dio.
In capo al porticato, dalla parte della chiesa, fu collocata in una nicchia una bella statuetta della Madonna, dinanzi alla quale, durante la buona stagione, i giovani recitavano le orazioni della sera. Sotto la nicchia venivano esposti, in un quadretto, i fioretti e le giaculatorie proposte per ogni giorno.
LA CAREZZA. «Segui il tuo cuore» gli aveva detto don Cafasso, che era un suo grande amico, ma il cuore di don Giovanni Bosco soffriva perché alcuni dei suoi ragazzi, alla sera non avevano un posto per dormire. Si raggomitolavano negli androni dei palazzi o negli squallidi dormitori pubblici. Da tempo pensava di prenderli in casa. Aveva tentato due volte ma il mattino successivo i ragazzi si erano volatilizzati portandosi via le coperte e perfino il fieno e la paglia dei materassi. Ma una sera di maggio, alla luce dei lampi si stagliò al di là dei vetri, fradicio e spaurito, l'esile volto di un ragazzo. Don Bosco si precipitò fuori.
«Sono orfano. Vengo dalla Valsesia. Faccio il muratore, ma non ho ancora trovato lavoro. Non so dove andare». Il quindicenne giunto sulla soglia di Casa Pinardi quella piovosa sera di maggio 1847, tutto inzuppato d'acqua e in cerca di un tozzo di pane, non ebbe solo spalancato l'uscio, né ottenne solo ciò che cercava. Scoprì di essere amato. In casi come questo don Bosco sentiva un brivido in tutta la persona. Un groppo segreto lo afferrava alla gola. Sua madre, che lo conosceva bene, tagliò corto. «Lo sistemerò in cucina per stanotte» disse «e domani Dio provvederà». In tre raccolsero dei mattoni e quattro assi calcinate, da sistemare sui mattoni. Improvvisarono un letto, ma non c'era il materasso. Don Bosco portò il suo e Margherita rimediò un paio di lenzuola e due coperte. Mentre il ragazzo si sistemava, la santa donna gli parlò con amore del lavoro e della fede, come sogliono fare le mamme cristiane, e mormorò una preghiera con lui. Poi raccolse gli indumenti, che tra macchie, buchi e pioggia, si raccomandavano molto alle sue cure, e posò me, la sua più dolce carezza sulla fronte di quel «figlio». «Buonanotte» gli disse.
Quella «buonanotte», allo stesso modo, o trasformata in «buongiorno», viene tuttora ripetuta ai ragazzi e a chiunque vive nelle case di don Bosco.


IL “MONUMENTO” ALLA BUONANOTTE

Proprio qui, dove c'è il fedele modello in bronzo del pulpitino, don Bosco tutte le sere dava la “buonanotte” ai suoi ragazzi, raccontando spesso i suoi sogni.
Qui, nel cortile, c'era il primo refettorio: “Nelle belle giornate, dispersi qua e colà nel cortile, a gruppi di tre o quattro, alcuni soli, seduti quale sopra una trave, quale sopra un sasso o un ceppo d'albero, questi su di una panca, quelli sulla nuda terra, davano fondo a quel ben di Dio, che loro sommistrava la industriosa carità di D. Bosco. Nei casi d'intemperie mangiavano presso la stessa cucina e seduti sul pavimento di una stanza, e alcuni sui gradini della scala e altri nel dormitorio. E per bere?... scaturiva là presso una sorgente di acqua freschissima, e quella, senza costo di spesa, era la loro botte e la loro cantina” (Memorie Biografiche III, 350).