I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

LA STORIA SCONOSCIUTA DI DON BOSCO

FRANCESCO MOTTO

Don Bosco e la “salvezza” degli ebrei di ieri e di oggi

Un rabbino francese a fine occupazione (giugno 1944) chiese a don Alessandrini perché i salesiani avessero “salvato” tanti ebrei. Rispose semplicemente: “Non abbiamo fatto che il nostro dovere”.

Don Bosco era figlio del suo tempo, in cui l'espressione “extra ecclesia nulla salus” era intesa in senso strettamente letterale, ossia che solo il battesimo nella fede della chiesa cattolica apriva le porte della salvezza eterna. Da qui anche la sua ardente preoccupazione per la salvezza degli indios della Patagonia, dove inviò schiere di missionari in risposta all'invito del Signore: “andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo (Mt 28, 19).
Ma anche in casa propria, a Torino-Valdocco, come risulta dalle nostre memorie, non mancarono battesimi di giovani o adulti convertiti dal protestantesimo e dall'ebraismo. Soprattutto non era facile questa ultima conversione, anche dopo l'emancipazione del 1848, a motivo delle possibili ostilità della famiglia e della comunità ebraica cui il neoconvertito apparteneva, non escluse pesanti conseguenze sul suo futuro in ambito lavorativo ed economico.
Don Bosco comunque coltivava amicizie con vari ebrei anche di primo piano. Uno fra gli altri il commendatore Giuseppe Malvano, segretario del ministero degli Esteri, cui non solo professava “incancellabile gratitudine” per quanto aveva fatto in favore dell'Oratorio, ma anche dichiarava che tutti i suoi giovani in lui riconoscevano “un vero insigne benefattore” (lett. 1° nov. 1878).
Pur pienamente convinto che la salvezza si trovava solo nella fede cattolica, don Bosco era lontano dal viscerale antisemitismo che si sarebbe scatenato in Europa mezzo secolo dopo per motivi politici (affare Dreyfus e lotta Francia-Germania), per non dire fra le due guerre mondiali.
Un altro giovane ebreo a Valdocco
Per avere una formazione adeguata a ricevere il battesimo era giocoforza che il candidato si affidasse ad una struttura adeguata (ad es. all'Ospizio dei catecumeni di Torino, di Pinerolo...) o ad una persona in grado di farlo, magari in forma privata. Don Bosco, da tempo in relazione con il vescovo di Casale, fu lui giudicato tale. Ecco dunque che il 17 luglio 1851 monsignore gli scriveva se era disponibile a catechizzare un certo “nostro antico [conoscente?] De Angelis 'pieno di desiderio di istruirsi per ricevere il santo battesimo'. La risposta di don Bosco del 29 agosto fu positiva, quasi entusiastica: “Io sono pronto ad occuparmi totis viribus e di buon grado”.
Ma c'era un però. Don Bosco era a conoscenza delle possibili conseguenze per il neoconvertito ed immediatamente esprimeva al vescovo le sue apprensioni al riguardo: “avrei bisogno che ella avesse la bontà di farmi significare” tre cose: “Se aggiunti [i parenti] siano favorevoli. 2. se tale deliberazione sia quella di una volta [di cui si era parlato?] oppure una novità. 3. Se ricevuto il battesimo possa guadagnarsi il vitto coll'industria personale”.
Il rischio che il De Angelis perdesse l'appoggio della famiglia (fra cui l'eredità), e della comunità ebraica (fra cui il lavoro) e dunque potesse presumere di “mettersi a carico” di altri, e magari di don Bosco, era evidente. Don Bosco non poteva che premunirsi contro quel rischio, considerato anche che le sue risorse economiche erano sempre inferiori al bisogno dei suoi ragazzi.
Non è dato sapere se l'aspirante catecumeno sia poi stato accolto a Valdocco per il tempo della sua formazione cristiana - il vescovo ne avrebbe pagato la pensione - e se abbia colà ricevuto il battesimo. Ma rimane un fatto che don Bosco si era reso disponibile per la “salvezza” di quella persona.
Da uno... a settanta
Quasi un secolo dopo, nel 1943-1944, il collegio salesiano Pio XI di Roma apriva generosamente le porte a settanta ragazzi ebrei, onde “salvarli” dalla cattura, dalla sicura deportazione nei campi di concentramento nazisti e dunque da una morte praticamente certa. Don Francesco Antonioli e don Armando Alessandrini, rispettivamente direttore ed economo dell'Istituto Pio XI, a rischio delle loro vite e della stessa casa salesiana, li accolsero uno per uno, per pochi giorni o per tanti mesi, facendoli “confondere” tra tutti gli studenti cattolici della scuola. Chiesero loro solo di imparare canti, preghiere e usanze cristiane, onde evitare eventuali riconoscimenti da parte dei tedeschi. E al rabbino francese che a fine occupazione (giugno 1944) chiese a don Alessandrini perché avessero “salvato” tanti ebrei, risposero semplicemente: “Non abbiamo fatto che il nostro dovere”.
In occasione del 50° dell'avvenimento (1994) i due salesiani vennero insigniti del prestigioso titolo ebraico di “Giusti fra le Nazioni” ed il passato 18 ottobre 2019, in occasione del 75° della Liberazione di Roma e nel 90° della fondazione dell'Istituto, la Fondazione Internazionale Raoul Wallenberg, alla presenza di varie autorità, ha apposto sull'ingresso principale la targa che identifica l'Istituto come “House of Life”, ossia luogo di rifugio e di salvezza di persone ebree perseguitate.

LO SCUDO DELL'ALTRO. LA MEMORIA DEL DOVERE
Per saperne di più e non dimenticare, nell'ambito del Piano Nazionale Cinema per la scuola, dal MIUR e dal MIBACT è stata finanziata la docu-fiction “Lo scudo dell'altro. La Memoria del Dovere” in collaborazione con l'Istituto Storico Salesiano, la Senape Production, la Madriland Art e il Centro Cooperazione Culturale. I giovani allievi dell'Istituto hanno rimesso i panni dei ragazzi di allora e si sono rivestiti delle loro emozioni, della paura, della fame e del freddo e infine della gioia per la liberazione tanto attesa. Un film per le scuole, per gli oratori, per gli ambienti giovanili, tutto da vedere e su cui riflettere anche e soprattutto in questi tempi.