I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

L'INVITATO

O. PORI MECOI

Simba, il primo

«Sono un giovane salesiano felice, il primo sacerdote salesiano dello Zimbabwe e missionario tra i miei connazionali»

Puoi presentarti?
Il mio nome è Simbarashe Oscar Muza, ma in genere mi chiamano semplicemente “Simba”. Ho trentaquattro anni, sono un salesiano dello Zimbabwe e ho la fortuna di essere il primo sacerdote salesiano locale e un missionario per i miei connazionali. Sono un giovane salesiano felice che desidera diventare un salesiano santo.
Perché sei diventato religioso e salesiano?
Sono felice di aver trascorso gran parte della mia infanzia all'oratorio, dov'è avvenuto il mio primo incontro con i salesiani. L'esperienza dell'oratorio ha orientato la mia vita, perché ha determinato sotto molti aspetti quello che sono oggi. I salesiani mi hanno dato molti insegnamenti importanti, con la loro cordialità, l'impegno e la dedizione per i giovani. Attraverso di loro, Dio mi ha dato tanto e crescendo ho sentito sorgere il desiderio di servire Dio aiutando altri giovani come i salesiani avevano fatto con me. Frequentando il centro vocazionale vicino a dove vivevo ho potuto discernere e approfondire le mie motivazioni e, con l'aiuto di un direttore spirituale, ho sentito che Dio mi stava chiamando a dedicargli la mia vita. Naturalmente ci sono molti modi per servire Dio e i giovani, ma questo modo è unico; mi sono sentito chiamato a dedicare la mia vita a Dio attraverso il servizio ai giovani. Per illustrare i dettagli del mio percorso vocazionale dovrei scrivere un libro intero.
Come ha reagito la tua famiglia?
I legami familiari nello Zimbabwe hanno un'importanza essenziale e occorre ricevere il consenso e la benedizione della famiglia, per prendere le decisioni fondamentali della vita. Non ero certo di ricevere l'approvazione della mia famiglia e ne ero preoccupato. Sono infatti l'unico maschio di una famiglia con quattro figli e la nostra società segue il principio della discendenza paterna. La mia scelta del celibato avrebbe dunque implicato che la “linea familiare” non sarebbe continuata dopo di me. Per questo temevo che la scelta della vita religiosa non fosse accolta dalla mia famiglia. Sebbene la mia famiglia sia cattolica, pensavo che per i miei congiunti sarebbe stato difficile lasciarmi andare via. Con mia sorpresa, invece, accettarono e mi diedero la loro benedizione. Sono stati una forza su cui ho potuto contare e mi hanno sostenuto durante il mio percorso vocazionale.
Quale incarico svolgi attualmente?
Faccio parte di una comunità di quattro confratelli a Hwange, nello Zimbabwe, dove ci occupiamo di un istituto professionale e tecnico e di una parrocchia. Sono responsabile della gestione dell'istituto tecnico, frequentato da un centinaio di studenti. Speriamo anche di poter istituire una scuola secondaria nel prossimo futuro. In parrocchia aiuto il parroco, impegnandomi in particolare con il gruppo giovanile, e nella nostra comunità sono assistente del Rettore.
Com'è il lavoro che svolgi?
Il lavoro che svolgo è impegnativo e dà soddisfazioni. È impegnativo perché stiamo cercando di ampliare la scuola e di migliorare sempre la qualità in un ambiente piuttosto difficile. A volte a causa dell'instabilità nel nostro Paese occorre il doppio dello sforzo, della pazienza e della preghiera per fare le cose. Eppure nulla dà più soddisfazioni della sensazione di fare la differenza, anche piccola, nella vita dei giovani che incontriamo quotidianamente. Alla fine di ogni giornata siamo dunque stanchi, ma felici.
Come sono i vostri giovani?
I giovani a cui ci dedichiamo hanno molte potenzialità non sfruttate, energie che devono solo essere incanalate per permettere loro di compiere passi da gigante nella loro vita e per gli altri. È vero che stanno attraversando un momento molto difficile a causa della situazione politica ed economica del nostro Paese, ma sembra che non manchino loro mai ragioni per continuare a sorridere e sperare. Sono molto creativi e disposti a imparare e a scoprire realtà nuove. Sono anche alla costante ricerca di significato e hanno bisogno di qualcuno che li ascolti. In altri termini, sono pronti a camminare... hanno solo bisogno di una guida!
Com'è considerata la Chiesa nello Zimbabwe?
Nello Zimbabwe molti vedono la Chiesa come una luce in una tempesta. Questo accade perché tanti vi si rivolgono per mantenere viva la speranza. Qui la Chiesa è giovane, dinamica e offre anche una testimonianza di amore e unità in una società profondamente polarizzata come la nostra. Per la sua voce profetica è percepita da alcuni come una minaccia e da altri come un rifugio.
E i salesiani?
Nello Zimbabwe i salesiani per ora hanno solo due comunità e sono dunque un seme che sta germogliando. Anche se il nostro numero è relativamente piccolo e la nostra storia è recente, abbiamo prospettive brillanti: possiamo diventare una forza di cui tenere conto. Con le nostre attività di apostolato abbiamo già potuto raggiungere migliaia di giovani e certamente Dio vuole che cerchiamo di fare molto di più e ci stiamo impegnando. A Harare, la nostra prima comunità, siamo impegnati in particolare nelle attività di animazione giovanile e nel lavoro in parrocchia, mentre nella comunità di Hwange sembra che l'istruzione sia il segno distintivo della nostra opera di apostolato.
Quali sono le realtà più belle?
La realtà più bella è l'immenso campo di opportunità che si apre per noi salesiani. Qui la percentuale di giovani è alta ed è in ulteriore crescita. Crescono dunque anche le occasioni per compiere opere di apostolato di ampia portata. Il futuro è luminoso; dobbiamo solo avviarci verso di esso con i giovani come faceva don Bosco.
Quali problemi dovete affrontare?
I problemi principali che dobbiamo affrontare qui sono di natura strutturale. Il contesto politico ed economico ostacola un po' la piena realizzazione dei sogni che i giovani nutrono. La disoccupazione e la povertà minano la speranza dei giovani e li espongono a comportamenti rischiosi, come l'abuso di droghe e alcol, l'HIV e l'AIDS, e all'emigrazione illegale nei Paesi vicini.
A causa di queste difficoltà molti giovani mettono anche in discussione la loro fede. Ho dovuto rispondere spesso a questa domanda da parte dei giovani: «Perché in tutto questo sembra che Dio taccia?».
Qual è il tuo sogno?
Il mio sogno è sempre stato vedere la missione salesiana fiorire nello Zimbabwe e avere un impatto positivo e visibile nella vita dei giovani. Sogno una “cultura giovanile salesiana” vivace nelle zone in cui ci troviamo. Se è successo altrove, può accadere anche qui. Dio ci ha dato tanti giovani; vorrei che tramite loro don Bosco potesse raggiungerne molti altri, in modo che coloro che sono trasformati possano trasformare gli altri, sempre per la gloria di Dio e la loro salvezza.