I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

SALESIANI NEL MONDO

GIAMPIETRO PETTENON

Perù

Dinamici, instancabili e generosi, in questa nazione bellissima e difficile, i salesiani tengono aperte le porte delle loro case a tutti: ai giovani delle città e a quelli delle zone più sperdute della selva e delle montagne e ultimamente ai tanti migranti del Venezuela.

I primi salesiani arrivarono in Perù nel 1891. Era la prima spedizione missionaria che fece don Rua, il primo successore di don Bosco alla guida della Congregazione Salesiana, dopo la morte del fondatore, avvenuta nel 1888.
Attualmente le opere salesiane in Perù sono 16, distribuite in tutte le regioni del paese. Ci sono grandi scuole frequentate quotidianamente da migliaia di allievi che vanno dalla scuola dell'infanzia alle superiori. Ci sono poi tante parrocchie, sia nelle città, sia nella foresta amazzonica con decine e decine di cappelle sparse in villaggi così remoti che il missionario riesce a visitare una sola volta all'anno.
Una bella iniziativa che i salesiani del Perù hanno avviato da alcuni anni è quella della “Casa Don Bosco”. Si tratta di convitti, sono attualmente una decina, affiancati alla scuola o alla parrocchia salesiana, in cui vengono accolti i ragazzi più poveri. Spesso sono ragazzi con problemi familiari, non orfani ma in famiglie numerose, con i genitori ammalati e impossibilitati a lavorare per il sostentamento dei figli. A volte sono figli di ragazze madri che, per sposarsi, lasciano il figlio dai salesiani ed iniziano una nuova vita.
Le Case Don Bosco accolgono anche ragazzi poveri e semplici che vengono dai villaggi più lontani e sperduti, i cui genitori sopravvivono lavorando un piccolo pezzo di terra e non potrebbero mai pagare un posto in un collegio pubblico per permettere ai figli di frequentare le scuole che nel proprio villaggio non ci sono.
Ordinariamente in ognuna della Case Don Bosco vivono una cinquantina di ragazzi in clima di famiglia, proprio come avveniva anche da noi fino all'avvento del boom economico degli anni '60 e '70 dello scorso secolo.
I ragazzi del Venezuela
L'ultima frontiera della povertà che i salesiani del Perù si sono trovati a gestire è quella dei profughi venezuelani che fuggono dal caos nel quale il Venezuela è precipitato di recente. In America Latina i due paesi che accolgono più profughi venezuelani sono la Colombia ed il Perù. Le stime ci dicono che attualmente i rifugiati del Venezuela approdati in Perù sono un milione. Il loro sogno è arrivare a Lima, dove qualche occupazione si può sempre trovare. Numerosissimi sono i giovani soli che sono arrivati in Perù a piedi, attraversando la Colombia e l'Equador. Hanno impiegato mesi per arrivare, camminando senza sosta ed approfittando di qualche mezzo di fortuna, quando si trovava. Sono partiti senza un soldo in tasca, all'avventura, disperati perché nel proprio paese non c'è da mangiare, non ci sono medicine, non c'è più nulla!
Essendoci un'ala del collegio salesiano in Lima che non era utilizzata, i figli di don Bosco hanno deciso di destinarla ad un centro di prima accoglienza dei ragazzi del Venezuela. Ora sono 52 i giovani accolti, dai 18 ai 25. Arrivano in città stanchi, delusi, dimagriti.
L'anima di questo apostolato è padre José, l'economo ispettoriale di tutte le opere salesiane del Perù. Costui passa tutto il giorno in ufficio fra bilanci, contratti, rendiconti... e dopo cena prende l'auto e va a stare con i ragazzi del Venezuela fino a tarda notte. Questo stare con i giovani, ci dice lui è la “messa a terra”, quella degli impianti elettrici, per capirci. Cioè quel contatto con la realtà giovanile che lo aiuta a dare senso al servizio amministrativo che quotidianamente la congregazione gli chiede di svolgere. Rientra a volte a mezzanotte, ma spesso anche più tardi. Sì, perché questi giovani vengono avviati subito a trovarsi un lavoro, spesso anche irregolare, ma pur sempre un lavoro. Uno di questi giovani si imbarca ogni mattina, alle 4.00, su un peschereccio per 7 dollari al giorno... ed una volta è finito pure in mare agganciato dalla pesante rete da pesca calata nelle acque dell'oceano Pacifico. Oltre ai pesci hanno ripescato anche lui. Se l'è cavata con un bello spavento.
Le ore lavorative in Perù sono per tutti almeno 10, a volte anche 12, perché per vivere la gran parte della gente svolge più di un lavoro. I giovani quindi rientrano in Casa Don Bosco non prima delle otto, nove di sera. Si fanno una doccia, cenano e poi stanno un po' insieme. Sono questi i momenti in cui il sistema educativo di don Bosco trova il suo spazio naturale. Fra una chiacchiera e l'altra si può dire una buona parola, si può intuire la sofferenza di chi sta in silenzio, si può trovare il tempo per ascoltare confidenze personali che questi poveri giovani non hanno più nessuno con cui condividere, ed essere ascoltati. Assieme a padre José c'è anche padre Marino. Costui è un missionario originario della mia terra, il Veneto, partito dal bellunese per le missioni una sessantina di anni fa ed approdato in Perù. Padre Marino ha 88 anni e si trova nella casa di riposo dei salesiani. Invitato da padre José ad andare una sera a visitare i giovani venezuelani, non ha più smesso di farlo. È praticamente rinato, questo anziano sacerdote un po' sordo, amatissimo dai giovani. Li incontra con tutta la ricchezza della sua lunga esperienza di prete e di educatore. Capace di consolare, incoraggiare, amministrare il perdono del Signore a coloro che si accostano a lui per il sacramento della riconciliazione.
C'è poi la signora Roxana, la cuoca del centro che ha un largo e buon sorriso e che prepara la cena e la distribuisce man mano che i giovani rientrano stanchi dal lavoro. Anche lei è un punto di riferimento indispensabile nell'opera salesiana perché, oltre ai sorrisi, è capace di dare una carezza e sussurrare qualche buona parola all'orecchio dei giovani, proprio come una brava madre. Dio solo sa quanto ne hanno bisogno, ora che sono lontani dalla propria casa, dalla propria famiglia, dalla loro mamma.
Padre José, padre Marino, Roxana.... sono i nomi di don Bosco, don Borel, mamma Margherita per i ragazzi del Venezuela che arrivano a Lima, proprio come i ragazzi poveri nella Torino dell'Ottocento che scendevano dalle valli del Piemonte e arrivavano a Valdocco a cercar lavoro ed un futuro migliore.
Cusco
Il nostro viaggio in Perù continua con la visita alle comunità salesiane che sono nella sierra, cioè nella zona andina, e poi nella selva della conca amazzonica.
Lasciamo Lima per dirigerci a Cusco, l'antica capitale imperiale degli Inca a 3300 metri di altitudine. L'aria è rarefatta ed ogni movimento fa venire il fiatone.
La città ha un centro storico coloniale stupendo e i siti archeologici degli Inca, pur ridotti a pochi resti dai coloni spagnoli che volevano cancellare la cultura pagana incaica, raccontano di un passato glorioso di una società ben organizzata.
Nella città di Cusco i salesiani gestiscono una scuola con un migliaio di allevi molto apprezzata dalla gente del luogo, tanto che per ogni posto disponibile nelle classi del primo anno ci sono una cinquantina di richieste di iscrizione. La gran fatica non è quella di trovare gli allievi, ma di fare una selezione per vedere quali poter accogliere! Ci sono poi l'oratorio festivo e la Casa Don Bosco, cioè il collegio che accoglie una cinquantina di ragazzi poveri ed abbandonati che hanno problemi familiari oppure vengono dalle valli andine più disperse e tutti trovano al Don Bosco una nuova famiglia che li accoglie e li accompagna nel cammino formativo fino a trovarsi un lavoro.
Da Cusco procediamo in discesa verso l'interno del Perù e la zona della selva, in auto, per strade sempre più strette, piene di curve, su pendii con dirupi scoscesi che fanno venire i brividi quando si guarda in basso il torrente che scorre a volte anche cinquecento metri più in basso, ovviamente senza guardrail, in cui l'asfalto e le buche si contendono lo spazio della carreggiata in egual misura.
Le sfide di Monte Salvado
Dopo un intero giorno trascorso in macchina, facendo tappa in altre due piccole opere salesiane che gestiscono le Case di Don Bosco, cioè i collegi per ragazzi poveri, a sera inoltrata arriviamo alla meta del nostro viaggio: l'opera salesiana di Monte Salvado.
Siamo nella zona in cui la sierra cede il passo alla selva. Sempre in montagna, ma a soli 1100 di altitudine, vicino al torrente, in una grande scuola agricola che si trova al centro di una proprietà di circa 80 ettari di terra, non tutti coltivati perché alcuni terreni sono in pendii troppo ripidi. La temperatura è tropicale, ci sono insetti che pungono, ma la frutta qui è buonissima!
I duecento ragazzi e ragazze che frequentano la scuola sono campesinos, cioè figli di agricoltori che vivono coltivando la terra. Povera gente che vive isolata spesso nelle zone alte delle montagne. Portano i figli a frequentare l'unica scuola superiore presente in queste zone isolate, infatti la metà degli allievi vive nei due collegi annessi alla scuola. Quello maschile è proprio vicino alle aule scolastiche, quello delle ragazze invece è nel vicino paese di Quabrada Honda.
Stare con questi ragazzi è una bella esperienza perché sono semplici e diretti, un po' timidi e chiusi, come tutti i montanari. Si respira un vero clima di famiglia. Stare a contatto con la natura e con gli animali, imparare a trasformare i prodotti della terra (producono ottime marmellate e gustosi succhi di frutta) educa i giovani alla pazienza e alla dedizione di cure continue per vedere i risultati del proprio lavoro. Gli aranceti, le coltivazioni di caffè e cacao, gli ortaggi, insieme con galline, conigli, mucche e maiali sono l'habitat nel quale studiano e, alla fine dei cinque anni, si diplomano ogni anno i figli dei campesinos della valle.
Non mancano le sfide per i salesiani che devono gestire una simile opera.
La prima sfida è quella educativa, perché non è facile trovare docenti che accettino di vivere in questo luogo sperduto per essere insegnanti della scuola agricola... molto più facile cercare una cattedra in città dove tutti i comfort sono a portata di mano.
La seconda sfida da affrontare è quella economica, perché le famiglie di questi allievi sono poverissime. Vivono di un'agricoltura di sussistenza che non permette loro di pagare la retta per la frequenza e ancor meno quella per metter in convitto i figli. Per questo la scuola agricola ha anche una sezione produttiva con la vendita di animali e prodotti della terra. Ma non è facile vendere in città, le distanze sono enormi!
La terza sfida è quella tecnologica. La scuola è così isolata che non arriva l'energia elettrica. I salesiani hanno costruito una piccola centrale idroelettrica che, sfruttando l'acqua del torrente vicino, produce l'energia elettrica. Quando però siamo nella stagione secca e l'acqua scarseggia... il problema energetico diventa serio.
Il futuro quindi di questa scuola è duro da affrontare, ma certamente non possiamo abbandonare questa presenza così salesianamente significativa. È proprio per questi ragazzi poveri ed abbandonati che don Bosco ha speso tutta la vita, fino all'ultimo respiro. Non ci resta che confidare nella Provvidenza per andare avanti!