I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

I NOSTRI EROI

RINO GERMANI

Tra gli ignoti martiri Il salesiano don Elia Comini nel 75° del suo sacrificio

Il 16 marzo 1935 venne ordinato sacerdote a Brescia. Scrisse: “Ho domandato a Gesù: la morte, piuttosto che venir meno alla mia vocazione sacerdotale; e l'amore eroico per le anime”.

Estate 1944. Quinto anno della seconda guerra mondiale. I nazisti ormai sconfitti sull'Appennino avrebbero potuto andarsene e “tornare dalle loro famiglie da uomini e non da assassini”. Non lo fecero. Il loro comandante neanche riuscì a concepire una simile opportunità. Walter Reder guidava, dalla sua villa alla fine del viale dei cipressi a Borgheri, gli spietati granatieri della 16ª divisione corazzata Reichsführer-SS e decise di lasciare, senza alcun motivo, una scia di sangue e lacrime, con operazioni feroci, disumane, con crudeltà quasi incredibile.
I ricordi della maestra
Dina Rosetti Pescio, ad anni di distanza, ricorda così quell'estate: «Ero l'insegnante della scuola elementare di Salvaro di Grizzana. Terrorizzata dai bombardamenti su Bologna dove risiedevo, avevo trovato calda ospitalità nella sede parrocchiale, presso il parroco monsignor Mellini. M'illudevo che la guerra terminasse da un giorno all'altro e che i tedeschi in ritirata fuggissero frettolosamente lungo la strada provinciale Porrettana. Con la stessa pia illusione, quasi tutti gli abitanti rimasti a Pioppe (una frazione di Salvaro) erano corsi a rifugiarsi verso le colline e i monti limitrofi; un gruppo numeroso aveva trovato, come me, rifugio in parrocchia.
Un brutto mattino però ci accorgemmo che parte della colonna tedesca s'era fermata proprio sotto di noi e che stava installando mitragliatrici, mentre grossi cannocchiali scrutavano verso il Monte Salvaro. Passarono poche ore e un gruppo di radiotelegrafisti arrivò da noi e s'installò nelle stanze dell'ufficio parrocchiale. Vollero sapere il numero dei presenti. Nessuno poteva allontanarsi. Intanto le notizie delle stragi aumentavano. I partigiani, numerosi tra i boschi della Creda, erano ricercati senza sosta. I civili delle case coloniche sparse lassù scesero e fu dato asilo anche a loro. C'era una cantina (già occupata da alcuni giovani) alla quale si accedeva da una botola che avevamo nascosto con del grano, che ogni tanto spostavamo per dar loro un po' d'aria. La riempimmo al massimo, ma tutto diventava sempre più difficile: bastava il minimo errore per essere scoperti.
«Arrivò zoppicando don Elia Comini»
La bontà divina venne in nostro soccorso: al tramonto di uno di quei giorni, mentre sul piazzale vigilavo per avvertire qualche improvviso pericolo, vidi arrivare un giovane sacerdote zoppicante, che si sosteneva a un improvvisato bastone. Seppi che era don Elia Comini che, come ogni estate, veniva a passare le vacanze a Salvaro, dove viveva la sua vecchia madre. Era arrivato da Treviglio, dove insegnava nel collegio salesiano. Lungo il viaggio, per aiutare una persona, si era rovinato seriamente una gamba (una corriera l'aveva investito). A lui, come di solito, il parroco aveva riservato una piccola stanza. Gli altri ospiti, che lo conoscevano dall'infanzia, diedero proprio in urla di gioia, ed io ne fui contagiata. Realmente il suo arrivo ci tolse dall'angosciosa vita di quegli ultimi giorni.
Il suo viso sereno, la sua calma, le sue buone parole ci ridettero la speranza nella sopravvivenza. Incurante della ferita, che doveva fargli tanto male e che avevamo disinfettato alla meno peggio, era sempre presente ai nostri richiami: era il consolatore, l'organizzatore e il moderatore.
Dopo di lui arrivò un altro sacerdote, padre Martino Capelli, missionario del Sacro Cuore. Era un tipo molto riservato e silenzioso: passava le sue giornate in montagna, dove esplicava la sua missione fra le persone che vivevano lassù...».
Tra il fruscio dei pioppi e il gorgogliare del Reno
Il luogo esatto dov'era nato don Elia Comini è la casa attigua al vetusto tempietto della Madonna del Bosco, a poco più di un chilometro dalla chiesa parrocchiale di Calvenzano, sulla riva del fiume Reno - racconta Angelo Carboni -. Di qui la famiglia Comini si trasferì ben presto sull'opposta riva del Reno, e sebbene a pochi passi di distanza dalla casa natale, tuttavia in un'altra parrocchia, quella di Salvaro, nel comune di Grizzana.
Elia nacque il 7 maggio 1910. Poche notizie sulla sua prima infanzia, che si svolse serena nella quiete domestica, in compagnia del fratello Amieto. Il babbo morì che lui era ancora piccolo, ma il lavoro sacrificato e sereno della mamma e gli aiuti del bravissimo parroco non gli fecero pesare la situazione di orfano.
Il primo incontro con i figli di don Bosco avvenne a Finale Emilia, dove iniziava un aspirantato salesiano. Elia aveva 14 anni. I suoi modi erano impacciati, ma in classe si rivelò molto intelligente e si classificò tra i primi. Nel 1925 entrò nel noviziato di Castel de' Britti, e a 16 anni era Salesiano.
Studiò filosofia a Torino Valsalice, lavorò come chierico tra i giovani, e il 16 marzo 1935, a Chiari, fu ordinato Sacerdote.
La prima Messa al suo paese andò a dirla con solennità il 28 luglio, festa della Madonna di Salvaro. Nella processione accompagnò la statua della Vergine tra il fruscio dei pioppi e il «giulivo gorgogliare del Reno», come ricorda il numero unico stampato per l'occasione. Poi tornò a Chiari, a insegnare e a studiare, e il 17 novembre 1939 si laureò in lettere classiche all'Università di Milano con 110 e lode. L'aria non era ormai più festosa, perché dal 1° settembre, con l'aggressione di Hitler alla Polonia, era iniziata la seconda guerra mondiale.
Nel 1942 don Elia Comini è chiamato dall'ubbidienza a Treviglio, incaricato di gestire la vita di studio nella grande scuola salesiana. «Era da ammirare la sua continua calma - ricorda il suo Superiore salesiano -: ricordo di non averlo mai visto perdere la pazienza nel trattare coi giovani, ottenendo con facilità una buona e ragionevole disciplina... Non ha mai amato la popolarità: fu sempre modesto e umile».
L'amore tenerissimo a sua madre fu un segno costante della sua vita: «Ti penso sola nella nostra piccola casa a pensare ai tuoi figli lontani e a pregare per loro - le scriveva nel Natale 1940 -. Ti sia di consolazione e di conforto il nostro affetto che cresce con gli anni, comprendendo tutto il bene che ci hai fatto...».
29 settembre: inizia la passione
Alla parrocchia di Salvaro, stipata di clandestini nascosti alla meglio e di tedeschi armati, le cose precipitarono nel mattino del 29 settembre. La maestra Dina Rosetti ricorda: «Era la festa di San Michele, patrono della parrocchia. Mentre don Elia stava celebrando la santa Messa ed il rumore di tanti scoppi fuorviava la nostra attenzione, irruppe in chiesa un gruppo di parrocchiani atterriti a chiedere aiuto. Lassù, alla cascina Creda, c'era stato uno scontro tra partigiani ed SS. Un capo delle SS era stato colpito, e la feroce rappresaglia era stata immediata. Vecchi, donne, bambini (uno nato da pochi giorni della famiglia Macchelli) erano stati catturati, ammucchiati come bestie, depredati di ogni avere, mitragliati, dati alle fiamme (le SS di Reder usarono i lanciafiamme). Sapemmo che tra i morti c'erano dei moribondi, e don Elia e don Martino ebbero un solo impulso: portare il Viatico e salvare qualche vita.
Io avrei dovuto seguirli dopo colazione e dopo aver trovato qualche medicinale.
Purtroppo il loro viaggio di consolazione fu breve: catturati quasi subito come spie, furono costretti come bestie da soma a portare munizioni dalla pianura al monte. La sera furono accomunati con altri ostaggi alla scuderia della Canapiera. Fu detto loro che li avrebbero consegnati a Bologna all'Arcivescovado, mentre gli uomini validi sarebbero stati avviati ai campi di lavoro in Germania».
30 settembre: il processo e la condanna
Nella scuderia si imbastisce una farsa di processo. Un giovane diciassettenne, mezzo impaurito e mezzo vigliacco, dice di aver visto i due preti coi partigiani di Caprara. Essi erano veramente andati a Caprara, ma per predicare e confessare in preparazione alla Madonna del Rosario. Ma come spiegarsi con gente che invece della legge agita il mitra? Essere stati a Caprara, in quel momento, è una colpa che merita la condanna a morte.
Nel pomeriggio due suore coraggiose portano cibo e vestiti ai prigionieri. Fra urla e spintoni riescono solo ad arrivare sotto le finestre della scuderia, e a scambiare poche parole con don Elia: «Come mai si trova lì?». «A far la carità si paga», riesce a dire il prete. Alza il dito verso il cielo e aggiunge: «II premio è vicino. Portateci un breviario». Un tedesco infuriato punta il fucile sulle suore e le costringe ad allontanarsi.
1° ottobre: i tentativi e l'esecuzione
Nella mattinata del 1° ottobre giungono alla scuderia Emilio Veggetti, persona autorevole di Vergato, e Luisa Bettini. Tra i prigionieri c'è un loro nipote. Sono decisi a salvare almeno qualcuno. Emilio Veggetti affronta coraggiosamente il comandante delle SS. «Sono il Sindaco di questo paese», dice mentendo. «Tra i vostri prigionieri ci sono due preti. Dovete liberarli». Il comandante tedesco si mostra esitante. Don Elia si affaccia alla finestra: «No, signor Veggetti. O ci libera tutti o nessuno». Altri volti vengono alle finestre: «Don Elia è il nostro unico conforto. Rimane con noi».
Poche ore dopo, coraggiosamente, si presentò la maestra Dina Rosetti. Racconta: «Al milite di guardia mi presentai come sorella di uno di loro e mi permise di salutarlo per pochi minuti. Entrai: dal folto gruppo (una cinquantina di uomini) sdraiato nella paglia si alzò don Elia. Col solito senso del decoro, si rassettò la veste, col solito sorriso sereno cercò di confortare me, pregandomi di rassicurare sua madre, poi mi benedisse. Padre Martino, che si era anche lui avvicinato, non aprì bocca e seguitò a pregare, mentre gli altri uomini imploravano i sacerdoti di non lasciarli e pregavano me di far qualcosa per tutti. Il tempo che trascorsi con loro fu più breve di quello che mi serve ora a descriverlo. La guardia mi tirò fuori in malo modo».
Ciò che avvenne nella sera di quel 1° ottobre fu raccontato da Aldo Ansaloni e Pio Borgia, scampati miracolosamente dal «mucchio» dei giustiziati. Nell'incerta luce del crepuscolo le SS fanno alzare dalla paglia della scuderia i 52 prigionieri e li scortano alla «botte»: la vasta cisterna rifornita dal canale che passando porta acqua dal fiume Reno alla Canapiera. Non c'è acqua nella cisterna, ma solo un profondo strato di melma. I prigionieri devono schierarsi ai bordi della «botte», e davanti a loro vengono piazzate alcune mitragliatrici. Le povere vittime urlano come impazzite, e don Elia intona le litanie della Madonna: «Santa Maria, prega per noi; Santa Madre di Dio, prega per noi...».
Quando i soldati si curvano sulle mitragliatrici grida: «Pietà! Pietà Signore!...». Le mitragliatrici sparano nel mucchio, e i 52 cadono nella cisterna.
Ignoti martiri
La maestra Dina Rosetti finisce così la sua testimonianza: «La sera del 1° ottobre, mentre pregavamo, giunse fino a noi l'eco del crepitio di tanti colpi, ai quali seguì un silenzio agghiacciante. Il mattino seguente, insieme ad un'altra donna, scesi verso la Canapiera. Nella “botte”, fra la melma e l'acqua arrossata dal sangue innocente, vedemmo galleggiare la salma di padre Martino... Il corpo di don Elia doveva essere stato coperto dai cadaveri degli altri innocenti, perché non lo vidi, il lutto era stato consumato. Dopo qualche giorno, per le piogge torrenziali, fu dato (non so da chi) l'ordine di alzare le griglie, così quelle salme martoriate anche dall'inclemenza del tempo, saranno andate forse verso il mare, ignoti martiri».
Nell'aria di allora e di sempre è rimasto solo quel grido, contro la cattiveria e la crudeltà ripetuta di tempo in tempo: «Pietà! Pietà Signore!».

L'ECCIDIO DI MARZABOTTO
Tra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944 i caduti furono 770, ma nel complesso le vittime di tedeschi e fascisti, dalla primavera del 1944 alla liberazione, furono 955, distribuite in 115 diverse località all'interno di un vasto territorio che comprende i comuni di Marzabotto, Grizzana e Monzuno (e alcune porzioni dei territori limitrofi). Di questi, 216 furono i bambini, 316 le donne, 142 gli anziani, 138 le vittime riconosciute partigiani, 5 i sacerdoti, la cui colpa agli occhi dei tedeschi consisteva nell'essere stati vicini, con la preghiera e l'aiuto materiale, a tutta la popolazione di Monte Sole nei tragici mesi di guerra e occupazione militare. Insieme a don Elia Comini, Salesiano, e a padre Martino Capelli, Dehoniano, in quei tragici giorni furono uccisi anche tre sacerdoti dell'Arcidiocesi di Bologna: don Ubaldo Marchioni, don Ferdinando Casagrande, don Giovanni Fornasini. Di tutti e cinque è in corso la Causa di Beatificazione e Canonizzazione. Don Giovanni, l'“Angelo di Marzabotto”, cadde il 13 ottobre 1944. Aveva ventinove anni e il suo corpo rimase insepolto fino al 1945, quando venne ritrovato pesantemente martoriato. Don Ubaldo morì il 29 settembre, ucciso dal mitra sulla predella dell'altare della sua chiesa di Casaglia; aveva 26 anni, era stato ordinato prete due anni prima. I soldati tedeschi trovarono lui e la comunità intenti nella preghiera del rosario. Lui fu ucciso lì, ai piedi dell'altare. Gli altri - più di 70 - nel cimitero vicino. Don Ferdinando fu ucciso, il 9 ottobre, da un colpo di pistola alla nuca, con la sorella Giulia; aveva 26 anni.