I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

SALESIANI NEL MONDO

PAVEL ZENISEK

Mongolia
Don Bosco nell'impero di Gengis Khan

Quarantanove anni, originario della Repubblica Ceca, ha già due anni di esperienza missionaria nelle steppe delle Mongolia,
Paese a cui ha deciso di dedicare la sua vita: è don Jaroslav Vracovsky.

La Delegazione salesiana della Mongolia attualmente conta dieci salesiani situati a Ulannbaatar e Darkhan, e gestisce una scuola tecnica, tre centri giovanili, vari progetti agricoli e di sviluppo sociale. Oltre ai 10 salesiani, la Famiglia Salesiana in Mongolia si compone di 5 Figlie di Maria Ausiliatrice, 18 Salesiani Cooperatori e alcune centinaia di exallievi di don Bosco, che vengono pian piano formati e organizzati.
E i primi frutti spirituali sembrano arrivare: quello più visibile è l'ordinazione del primo sacerdote proveniente dalla Mongolia - don Joseph Enkg Baatar, ordinato nell'agosto 2016.
La piccola comunità cattolica di Shuuwuu, a 50 km dalla comunità di Ulaanbaatar, è composta da 40 fedeli della parrocchia e ha celebrato la veglia pasquale con tre salesiani, in una tradizionale tenda mongola denominata “Ger”, adibita a cappella.
Dopo aver aiutato per anni altri Salesiani e laici a partire per le missioni, don Jaroslav ha scoperto di sentire egli stesso la vocazione missionaria. Oggi dice: “Sono felice di aver trovato il coraggio di rispondere alla chiamata di Dio”.
Caro don Jaroslav, come sei sopravvissuto al primo inverno in Mongolia?
Ogni inverno qui dura otto mesi. A fine settembre cade la prima neve, in ottobre la temperatura può essere 20 sotto zero, però questo è soltanto l'inizio dell'inverno. Quello più brutale è in gennaio, la temperatura comune è 40 e 50 gradi sotto zero. Finora ho sperimentato in Mongolia solo due inverni, quest'anno il governo ha chiuso a causa del freddo le scuole per un mese intero. Durante l'inverno tutto funziona però come d'estate: le vacche pascolano sulla neve, le automobili viaggiano, i mercati all'aperto non chiudono. Lo stesso vale per i salesiani e per il nostro servizio per i giovani. Soltanto dobbiamo vestirci di più.
Jaroslav, perché sei andato missionario in Mongolia?
Fino a dieci anni fa non avrei certo immaginato di andare in Mongolia. Mi presi però tre piccole “botte”. La prima mi arrivò con le parole di papa Francesco nell'enciclica Evangelii Gaudium: «Andiamo a portare Cristo a tutti». La seconda sono state le parole del Rettor Maggiore: «Signore, manda me!». La terza era l'esperienza che stavo vivendo: per tre anni avevo guidato i corsi preparatori per i volontari missionari destinati a diversi paesi del mondo e il loro entusiasmo mi aveva contaminato.
Guidavo anche gli incontri “Come In” nei quali insegnavo ai giovani che è necessario essere sempre aperti alla voce di Dio. Ho sentito io quella voce e a 45 anni ho risposto: «Adesso o mai più! Non sono ancora inabile e se posso servire i giovani più che nella Repubblica Ceca, sono a disposizione». Dopo un mese di discernimento, scrissi una lettera al Rettor Maggiore e lui mi invitò a Roma per un incontro personale. Così la Mongolia divenne la mia Terra Promessa.
Come ti sei preparato?
Prima di partire per l'Oriente, sono stato a Maynooth in Irlanda, dove per quattro mesi ho frequentato il corso di inglese. L'inglese è lingua indispensabile per la Chiesa in Asia: ogni giorno viene usata nelle comunità salesiane e serve come base per imparare le lingue del luogo. Senza inglese nell'unica comunità di 10 salesiani in Mongolia non sarei in grado di comunicare. I miei confratelli vengono da Vietnam, Corea del Sud, India, Polonia, Hong Kong e Timor Est.
Com'è la Mongolia di oggi?
La Mongolia odierna mi sembra simile all'Italia dei tempi di don Bosco. La gente si trasferisce dai paesini nella capitale Ulaanbaatar, dove 15 anni fa vivevano 700 mila abitanti e oggi sono più di 1,5 milioni. Dei tre milioni di abitanti della Mongolia intera, un milione conduce vita nomade. Nelle vaste steppe, greggi e persone vivono in yurta, la caratteristica tenda rotonda, con gli animali, in condizioni climatiche estreme, ma anche con il sottofondo della bella e ricca cultura legata all'ospitalità, al rispetto per gli anziani, alla solidarietà e al rispetto per l'ambiente e la natura.
Che cosa si mangia in Mongolia?
Si mangia soprattutto carne, di montone, bovina o di capra. Il montone è la carne più economica e i contadini la sanno preparare in molti modi con patate, carote e cipolla. Sinceramente è un piatto squisito per i lunghi cammini nelle steppe o sulle montagne.
Come si comportano i mongoli con gli stranieri?
I mongoli sono molto accoglienti di natura, soprattutto fuori città e nelle steppe. Mi prendono come “un americano” e mi dicono “Hallo”. Sono sorpresi se rispondo in mongolo. Hanno paura dei cinesi perché per un lungo periodo sono stati sotto il loro potere e non vogliono che i cinesi si espandano nel loro Paese. Il governo protegge lo stato con diverse prescrizioni, controlli, permessi di soggiorno, obbligo per gli imprenditori di dare il lavoro prima ai mongoli. Gli stranieri hanno anche tasse più elevate e i visti sono molto costosi.
Come riescono a vivere la loro fede i pochi cristiani?
La Mongolia è tradizionalmente un paese buddhista. Nel Settecento e Ottocento hanno adottato il buddhismo e sono diventati più pacifici rispetto ai tempi di Gengis Khan. Negli anni 20 dello scorso secolo sono diventati il secondo Paese ateo comunista del mondo dopo l'Unione Sovietica. Sono cominciate le persecuzioni contro i monasteri buddhisti e tanti monaci sono stati perseguitati e ammazzati. Il cristianesimo è arrivato nel Paese solo dopo il cambiamento anticomunista nell'anno 1990, soprattutto grazie ai turisti dalla Corea del Sud e dagli USA. La chiesa Cattolica ha cominciato la sua missione solo nell'anno 1992.
L'opera salesiana mongola fa parte dell'Ispettoria vietnamita. Qual è il tuo compito oggi?
Per due anni sono stato a Darkhan e dall'inizio sono diventato economo. Ho lavorato anche nell'oratorio, dove abbiamo più di 900 ragazzi. Dall'anno 2019 sto nella parrocchia paesana vicino a Ulaanbaatar, che si chiama Shuuwuu.

«TU APPARTIENI A DIO!»
Andrew Tin Nguyen - vietnamita, missionario in Mongolia
Il Vietnam è il Paese nel quale sono cresciuto e non c'era, ai miei tempi, nessun missionario. Nella mente della gente il concetto di missionario significa uscire e non tornare mai a casa; per questo le persone, e in particolare i genitori, non volevano che i loro figli fossero missionari. Fin dal mio noviziato ho avuto questa idea, ma l'ho custodita dentro di me, fino alla mia professione perpetua. Un giorno del terzo anno di Teologia, attraverso degli inviti per la missione “ad Gentes”, ho pregato e mi sono messo seriamente nelle mani di Dio.
Questo mi ha spinto a scrivere la lettera al Rettor Maggiore. La mia richiesta è stata accolta; contemporaneamente a mia sorella era stato diagnosticato un cancro e doveva essere curata in ospedale. Una delle infermiere, una religiosa che lavorava lì e mi conosceva, un giorno mi aveva informato del fatto che il cancro era molto pericoloso e che il trattamento chimico avrebbe potuto far perdere la vita a mia sorella in poco tempo, tra i sei mesi e un anno. Pensando che mia sorella aveva un marito recentemente convertito e tre bambini piccoli, ho pregato Dio di scambiare la mia vita con la sua. Ma Dio sa che cosa è meglio; Egli ha continuato a mantenere mia sorella in salute fino ad ora, e ha mandato me in Mongolia. Quando è arrivato il momento di condividere le mie motivazioni missionarie con il mio superiore e la mia famiglia, mia madre non voleva che io partissi, ma mio padre ha detto: “Tu appartieni a Dio, fa' ciò che Dio vuole!”.
La mia più grande gioia nella missione è quella di vivere nelle nostre due comunità, in Mongolia. Nella scuola tecnica, mi piace stare con i giovani e vederli laurearsi, poi ottenere un lavoro, avere famiglia e successo nella vita. Molti di loro tornando a far visita alla nostra comunità esprimono la loro gratitudine! Mentre sono nella parrocchia, la mia gioia è vedere le persone che accolgono la fede, che rimangono nella Chiesa e partecipano anche alla messa quotidiana; quanta fiducia e fede hanno qui! Una delle mie più grandi gioie è stata quando un giovane venne da me per la confessione e, dopo l'assoluzione, si mise a gridare ad alta voce la gioia della sua riconciliazione, con le lacrime agli occhi! Non potevo immaginare come opera Dio nel cuore della gente.