I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

L'INVITATO

GIUSI DONVITO

ETIOPIA

Un Angelo in missione

Come faranno Abel, Yonas, Kayla, Ahmed, o Halima, che a occhio e croce avranno sì e no 7-8 anni, ad avere un futuro, se passano la vita per la strada, dormendo sui marciapiedi o in una discarica nascosti in qualche anfratto? Ci riusciranno se incontreranno un “angelo” speciale che li cerca girando con un pulmino scassato.

«Sono don Angelo Regazzo o Abba Melaku, come mi chiamano in Etiopia, e lavoro tra i ragazzi di strada di Addis Abeba. Lasciai l'Italia per le Missioni nel 1960, a soli 17 anni, alla ricerca di un negretto denutrito che la maestra delle elementari ci aveva fatto vedere in un documentario sulle Missioni, nel 1950. Dio mi fece prendere una curva molto larga per arrivare a incontrare quel negretto in Africa: 22 anni tra Thailandia, Hong Kong, Terra Santa, Turchia. Finalmente nel 1981 il Rettor Maggiore don Viganò cercava Salesiani per il Progetto Africa ed io atterrai a Makallè, Etiopia, nel 1982, due anni prima della grande carestia dell'84-85 che fece un macello di morti. In quell'emergenza, i Salesiani Cesare Bullo, chiamato Bud Spencer, e l'altro, Terence Hill, indovinate 'chi', organizzarono le operazioni di soccorso. In quell'occasione incontrai quel famoso negretto denutrito che mi presentò tanti altri fratellini e sorelline. Fino ad oggi non smetto di ringraziare il Signore per il 'dono del loro sorriso'».

«Vuoi cambiare vita?»
Don Angelo si alza la mattina alle 4 e fa colazione nella mensa del “Bosco Children”, dove i missionari assieme ai volontari laici accolgono ormai più di 400 ragazzi. Poi via, mette in moto il suo pullman da una trentina di posti e comincia un giro per la città, nelle zone di Kera, Mekanissa, Jemo, Kirkos, lungo la “King Road”, a ridosso dell'aeroporto, per raccogliere bambine e bambini che vivono per strada, costretti a cavarsela da soli al freddo secco e pungente dell'altipiano.
Randagi come sono, si nutrono con quello che trovano, che è sempre meglio del nulla che trovano dove vivevano, in famiglie ormai disperse, nella povertà più nera, dove le “case” sono solo un letto, o poco più, fra violenze e abusi e l'odore delle baracche di stracci e cartoni. Molti si sono stabiliti attorno alla discarica di Ring Road, a Koshe, dove nel marzo dell'anno scorso un'intera collina di rifiuti crollò sulle catapecchie, provocando la morte di 46 persone.
«Purtroppo - confessa don Angelo - da tutto questo riusciamo a portar via soprattutto i maschi. Le bambine difficilmente si fanno coinvolgere nel programma che abbiamo chiamato 'Come and See' (Vieni e Vedi) perché loro, una volta raggiunti gli 11-12 anni, finiscono nell'inferno della prostituzione minorile, ad uso di clienti locali, ma anche di molti europei e americani, rischiando brutte malattie, infezioni, soprusi e gravidanze a 13, 14 anni. Sono attratte dall'idea di una 'vita agiata', che per loro vuol dire semplicemente possedere un cellulare, un vestitino, un po' di trucco per sembrare più grandi».
Don Angelo e i suoi collaboratori li incontrano sulla strada. Non danno loro niente, neanche una caramella. Niente. Fanno una domanda: «Vuoi cambiare vita?»
Parlano delle strutture per farlo. Allora don Angelo passa con il pulmino a prenderli. Racconta: «Quando si vede che il ragazzo vuole realmente cambiare allora lo portiamo al Don Bosco Children. Ogni sera li riportiamo sulla strada. Alla fine di due mesi, vediamo se si sono staccati dalla 'colla', mastice che sniffano ed è cosa terribile. Se hanno la forza di smettere li prendiamo come interni».

Il Centro Bosco Children
«Il Bosco Children Centre» scrive Giampietro Pettenon presidente di Missioni Don Bosco «è una struttura convittuale e di formazione professionale per i ragazzi di strada. È una bella opera, pulita e ordinata che accoglie una settantina di ragazzi in un percorso articolato ben gestito.
Ci raccontava don Angelo che il municipio di Addis Abeba ha vietato loro di andare di notte per le strade a raccogliere i ragazzi, perché non vuole riconoscere che questo fenomeno esiste. Per nulla scoraggiato, don Angelo ha cambiato semplicemente orario. Assieme ai suoi collaboratori gira con il pulmino in pieno giorno in mezzo al traffico caotico della città a cercare questi ragazzi e ne porta ogni giorno una quindicina al Bosco Children, e alle ore 16.30 li rimette in strada. Quelli che con costanza fanno questo cammino progressivo di avvicinamento all'opera salesiana, al termine dei due mesi li accoglie nel convitto offrendo un percorso di tre anni nei quali, attraverso l'istruzione (con il recupero degli anni scolastici persi) e la formazione professionale nei laboratori, riesce ad avere successo con il 70% dei ragazzi di strada.
I centri per raccogliere i ragazzi di strada sono due: il Bosco Uno o di Orientamento, dove i ragazzi vengono qualche giorno alla settimana per sei mesi ma alla sera devono far ritorno sulla strada. E questo per staccarsi gradualmente dalla droga, dal sesso irresponsabile e dal furto. Il Bosco Due, dove i ragazzi stanno per tre anni come interni, imparano un mestiere o vanno a scuola fuori.
Una cosa bella che don Angelo ci ha raccontato è che questi ragazzi sono bravissimi attori e in poco tempo sono in grado di mettere in piedi uno spettacolo che cattura tutto il pubblico. I ragazzi confidano a don Angelo che si divertono moltissimo ad avere sul palco gli occhi della gente su di loro e ricevere l'applauso, loro che invece quando erano in strada erano scacciati, picchiati, insultati e mai guardati in faccia da nessuno. Don Bosco e il suo sistema educativo sono davvero grandi e più che mai attuali in tutte le parti del mondo!»
Don Angelo conferma: «Da quando sei anni fa abbiamo inaugurato questa struttura, abbiamo potuto riportare alla normale vita sociale 396 ragazzi dal Bosco Due e 23 ragazze dal Bosco Uno. Le ragazze di strada sono in attesa che si apra un Centro solo per loro e siamo già in procinto di farlo con l'aiuto degli Amici del Sidamo in Missione e delle FMA».
Il Don Bosco Coffee Shop & Expo, anche se in piccolo, è finalmente decollato e a mandarlo avanti, guarda un po', sono proprio due ragazzi di strada a cui abbiamo dato piena fiducia, anche se uno di loro era appena uscito dalla prigione e proprio lui deve aiutare l'altro, moralmente 'zoppicante', a filare diritto. Loro vendono caffè, tè, pizzette, dolci e leccornie varie preparate dai ragazzi che frequentano il Corso di Cuochi.

«Perché volete farvi salesiani?»
La 'fase più importante' nel processo di recupero dei ragazzi di strada è il riallacciamento con la loro famiglia. Scappando da casa hanno creato una 'rottura' di affetti e di relazioni. Bisogna riallacciare, suturare e guarire le ferite prima di reintegrare. Ci vogliono almeno due visite in famiglia per la riconciliazione e quindi la reintegrazione. È una spesa molto pesante: migliaia di chilometri che i nostri ragazzi, accompagnati o da un salesiano o da un operatore sociale, devono macinare con mezzi pubblici o con le nostre macchine per quelli che abitano in posti impervi dove non arrivano i mezzi pubblici. L'incontro del figlio con la mamma dopo anni di separazione è sempre molto commovente: bisogna munirsi di abbondanti fazzolettini! Quando il ragazzo di strada recupera il rapporto con la propria mamma, il più è fatto.
L'incontro con il padre invece non è sempre così roseo! Spesso il padre non si fa trovare alla prima visita del ragazzo in famiglia: le ferite del cuore sono dure da guarire e prendono il loro tempo!
Uno dei nostri ragazzi di strada, venuto da una famiglia musulmana, tre anni fa ci aveva sorpresi invitandoci alla cerimonia del suo Battesimo. Bene, dopo aver incontrato Cristo al Bosco Children, ha deciso di seguirlo fino in fondo abbracciando lo spirito salesiano. È entrato nell'Aspirantato e l'anno venturo, a Dio piacendo, entrerà nel Prenoviziato. E un altro ragazzo di strada che abbiamo tirato fuori dalla prigione, dove s'è conservato buono in mezzo a tanto marciume, anche lui ha chiesto di fare lo stesso cammino.
«Perché volete farvi salesiani?» chiesi loro a bruciapelo. «Ci sono ancora tanti altri ragazzi e ragazze, lì fuori, sulla strada», risposero. «Un giorno vogliamo fare per loro ciò che voi avete fatto per noi». Basta una risposta come questa per ripagare gli enormi sacrifici e giustificare le grandi spese per salvare dalla strada questi 'monelli buoni'. Altri cinque exallievi del Bosco Children poi sono entrati all'università e una decina hanno messo in piedi delle piccole imprese per la lavorazione del cuoio e del bambù. Naturalmente non sono tutti così. Ci sono anche quelli che ritornano a sniffare mastice, a rubare, per poi saltare il muro di cinta e ritornare sulla strada, come quello che ci ha rubato il TV Decoder con cui i ragazzi potevano godersi i tornei di calcio. Comunque, grazie a lui, abbiamo potuto arrivare al capo mafioso che poi la polizia arrestò. Pensate che questo tale incoraggiava i ragazzi di strada a rubare, promettendo loro di comperare 'tutto' ciò che gli avessero portato, fosse stato anche un chiodo storto!»
«I problemi più pesanti della Regione sono l'urbanizzazione, la disoccupazione e la voglia da parte dei giovani di scappare all'estero, pensando di fare tanti soldi e facilmente!»

Santa Madre Teresa
Uno dei ricordi più belli di don Angelo è l'amicizia con santa Madre Teresa. «Aveva una predilezione e stima per noi Salesiani del Nord Etiopia. Diverse volte visitò il nostro Seminario e parlò accoratamente ai seminaristi spronandoli a essere persone apostoliche a servizio dei loro fratelli e sorelle più poveri. Subito dopo la grande carestia del 1984-85 volle unirsi a noi a Makallè nell'assistere le migliaia dei 'più poveri dei poveri', come era solita chiamare i 'prediletti di Cristo'. Fu così che delegò noi Salesiani a costruire a Makallè il loro Centro di Assistenza agli invalidi e bambini abbandonati, che ancora è funzionante.
Quello che mi dà la gioia più grande nei miei 55 anni di vita missionaria non è solo essere stato in grado di salvare le persone povere e indigenti, soprattutto i bambini, da morte sicura durante la carestia, ma, ironicamente, di aver sperimentato personalmente la tremenda sofferenza quando i banditi mi hanno sparato, derubato e lasciato solo con una gamba rotta in mezzo al nulla. Il mio gesto istintivo iniziale di ribellione (“Perché me, Signore, se sto lavorando per te?”) è stato trasformato in un'esperienza di grande pace e una gioia profonda attraverso la realizzazione che sono stato 'scelto per soffrire con Cristo'.
Ricordo le parole che Madre Teresa di Calcutta mi ha scritto quando ha saputo che mi avevano sparato: “Coraggio, don Angelo! Le sofferenze sono un segno di predilezione di Dio”!»