I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

ITALIA

ROBERTO PASQUERO

Moise Kean
era un ragazzino dell'oratorio

Se sul campo di cemento dell'oratorio, qualcuno gli avesse detto: «Diventerai un campione e guadagnerai tanti soldi» avrebbe spalancato gli occhi e le braccia come per dire: «Sarebbe bello, ma non avverrà mai». Eppure il sogno si è avverato.

Sempre lì, accanto al cancelletto del campo sintetico dell'Oratorio “Don Bosco” di Asti, in attesa che qualcuno delle squadre di adulti del lunedì sera gli dica: “Manca uno, vuoi giocare con noi”?
Fiondarsi in campo e cominciare a correre, correre, correre e fare goal tra la meraviglia di chi, magari già con un po' di pancetta, non riesce a tenere il ritmo di questo ragazzino di 10 anni scatenato.
Tutti lo chiamano Mosè. In realtà si chiama Moises. Chiamato e battezzato con questo nome perché la mamma sognò Mosè, il grande condottiero biblico, prima di rimanere incinta.
Nasce a Vercelli, ma presto con la mamma e il fratello Giovanni si trasferisce ad Asti e qui vive la sua infanzia tra i libri di scuola... con i quali non esagera e i campi di calcio sparsi in città.
Gli amici gialloverdi del “Sando” (San Domenico Savio) gli procurano un paio di scarpette da calcio e presso il campo di calcio dell'allora A.C. Asti si allena, spesso da solo, a tirare da sempre più lontano nelle porte piccole, abituandosi a fare goal.
È ancora troppo piccolo per entrare in squadra, ma qualche dirigente della società sportiva si accorge che “ha dei numeri”.
Intanto il tempo libero, dopo la scuola, lo passa all'oratorio del “Don Bosco” vicino allo stadio di Asti. Palla sempre tra i piedi e partitelle improvvisate e, se non ci sono gli amici, gioca da solo tirando contro il muro di cinta dell'oratorio, stoppando il pallone, palleggiando di piede e di testa... sempre in attesa che arrivino gli altri per poter giocare con loro.
A volte è tardi e mamma lo viene a prendere, dopo aver ricuperato l'altro figlio Giovanni al campo sportivo astigiano e dopo aver lavorato tutta la giornata come donna delle pulizie. Soldi in tasca non ne ha, se non quei pochi spiccioli che la mamma gli passa, faticosamente guadagnati.
Credo che, se a quei tempi, qualcuno gli avesse detto: “Diventerai un campione e guadagnerai tanti soldi” avrebbe spalancato gli occhi e le braccia come per dire: “Sarebbe bello, ma non avverrà mai”. Eppure il sogno si è avverato.
Averlo visto nella nazionale Under 19 segnare due reti nella finale europea contro il Portogallo era l'inizio del compiersi di un sogno che, partito dalle giovanili del Torino, si era concretizzato un po' di più nella Juventus.

Un bel segno di croce
Entrando nella partita contro il Portogallo ha tracciato su di sé un bel segno di croce, diverso dai tanti che vediamo in televisione che non si sa bene che cosa siano. Poi ha allargato le mani, quasi in una preghiera. È entrato in campo e ha segnato due volte!
L'esordio in serie A nella Juve è avvenuto contro il Pescara il 19 novembre 2016 all'età di 16 anni e 9 mesi, subentrando a Mandžukić. Tre giorni dopo debutta anche in Champions League nella vittoriosa trasferta contro il Siviglia, subentrando a Pjanić: diviene così il primo calciatore nato negli anni 2000 a esordire in Serie A e in Champions League.
Ma non dimentica il suo oratorio e la sua città, il suo barbiere, le sue maestre delle elementari. Dopo l'esordio con il Pescara viene in oratorio e passa la serata con gli amici di sempre.
Il campo di asfalto dell'oratorio potrebbe raccontare tante storie di Mosè: dalle partite dei “mondiali” della domenica pomeriggio tra albanesi, marocchini, peruviani e italiani nelle quali ogni giocatore si tassava di 50 centesimi per la festa finale a base di coca cola e patatine, alle cadute e sbucciature alle ginocchia e anche qualche rissa in campo, sotto l'occhio vigile del direttore dell'oratorio don Jacek Jankosz e il richiamo bonario, ma fermo del compianto don Luigi Landoni che, essendo stato missionario in Sudan, capiva molte lingue tra cui l'arabo e riusciva a mettere pace e correggere qualche espressione non del tutto... oratoriana.

«Tutto questo mi è stato donato da Dio»
«La mia vita è cambiata quando a 16 anni ho esordito con la Juventus. Già da un po' mi allenavo con la prima squadra - ricorda Kean -, a un certo punto contro il Pescara il mister mi chiede di andare a scaldarmi e io non ci credevo. Appena sono entrato al posto di Mandžukić ho pensato a tutte le partite al Don Bosco giocate sull'asfalto. In quel momento ero allo Juventus Stadium con Dybala, Cuadrado, Marchisio, Buffon... Non ho mai sentito un'emozione così forte in vita mia. Tutto questo mi è stato donato da Dio. In parte Dio e in parte la strada. La strada ti insegna a essere uomo, a capire la realtà della vita e a capire ciò che ti sta intorno, nel bene e nel male».
Riconosce che i compagni di squadra lo aiutano a maturare non solo nel calcio, ma anche come uomo e non rinunciano a qualche tiratina d'orecchie quando si esibisce in gesti o espressioni che possono danneggiare la serenità di una partita.
Certo la carriera gli sta ancora davanti e l'augurio è che possa non soltanto essere per tanti giovani un esempio come calciatore, ma soprattutto come uomo e come cristiano. Dall'oratorio Don Bosco, dal catechismo presso la parrocchia di Santa Maria Nuova ha appreso la fede, l'importanza della preghiera e dell'affidarsi al Signore che, con una serie di coincidenze provvidenziali, lo ha portato a questo livello.
Dice la mamma: «Viene a Messa con me, in trasferta legge la Bibbia, lui e Giovanni hanno il Padre Nostro tatuato lungo le braccia».
E Mosè ribatte: «I miei soldi sono prima di tutto di mamma per ricambiare le fatiche che ha fatto per me».