I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

LE COSE DI DON BOSCO

JOSÉ J. GÓMEZ PALACIOS

Un campo

Sono un po' infossato, ma ben irrigato e di buona qualità. I primi che mi hanno calpestato, qualche migliaio di anni fa, erano cinghiali e stupidi ominidi coperti di pelliccia. Sono un pezzo del terreno alla base del contrafforte a nord di quella che adesso chiamano città di Torino. Sono passati migliaia di anni, ma io sono sempre qui.
Non avete idea, di quante storie ho sentito. Ho visto la vita e la morte. Anche quella di quei soldati romani che chiamano martiri, sono stato ferito da aratri, ho fatto crescere alberi ed erba, sono stato tormentato da stormi di oche. Quelle che mi hanno dato il nome: Valle delle oche, Valdocco.
Ero diventato un buon campo seminato a mais, patate, cavoli, barbabietole, lattughe e ottima erba per mucche e conigli. Il mio destino cambiò un giorno che avvertii su di me il luccichio di due occhi che mi fissavano con un'attenzione particolare. Appartenevano ad un giovane prete che stava dicendo: «È proprio questo il campo del sogno. È qui dove la Signora ha posato il piede». E raccontò di una grandissima chiesa con molti edifici intorno e con un bel monumento nel mezzo.
Come vedete, è andata proprio così. Certo non è stato facile per il buon don Bosco divenire il mio proprietario. Prima di tutto, non aveva un centesimo da parte. Tutto quello che riusciva ad elemosinare finiva in pane per i suoi ragazzi. Ma la Signora non gli dava tregua: mi voleva a tutti i costi. Sempre sollecitato dalla Signora del sogno, anche se il terreno non era suo, benché non possedesse ancora il terreno sul quale edificarla, e gli mancasse il disegno, spedì un gran numero di circolari, chiedendo il concorso e l'aiuto dei benefattori.
I miei padroni non sapevano che farsene di me e mi misero in vendita, ma a patto che a comprarlo non fosse don Bosco, che non voleva pagare il vecchio prezzo, dato che mi ero svalutato. Don Bosco però era un furbacchione e mandò a fare le trattative un amico, ma nello studio del notaio per l'ultima firma si presentò anche don Bosco.
Ahia! I miei padroni si ritirarono indignati. Ci volle un intervento dall'alto per farli cedere. Ma finalmente ero di don Bosco.
Ed eccomi qui. Milioni di persone passano su di me, milioni di bambini e ragazzi pregano e cantano sopra di me.
Se non ci fossi io tutto questo non esisterebbe.

La storia
Nel 1844, don Bosco vide in sogno una pastorella che lo invitò a guardare al mezzodì. «Guardando, vidi un campo, in cui era stata seminata meliga, patate, cavoli, barbabietole, lattughe e molti altri erbaggi. “Guarda un'altra volta” mi disse. E guardai di nuovo, e vidi una stupenda ed alta Chiesa. Un'orchestra, una musica istrumentale e vocale mi invitavano a cantar messa. Nell'interno di quella Chiesa era una fascia bianca, in cui a caratteri cubitali stava scritto: Hic domus mea, inde gloria mea (Questa è la mia casa, di qui si espanderà la mia gloria)».