I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

LA STORIA SCONOSCIUTA DI DON BOSCO

FRANCESCO MOTTO

Un grande viaggiatore

Don Bosco si è sottoposto a tanti viaggi, talora massacranti, per sviluppare l'“Opera degli Oratori” che aveva fondato a Torino: dovunque andava cercava di risolvere spinose questioni, studiava la possibilità di fondare una nuova casa, incontrava ed incoraggiava i confratelli.

Don Bosco fu un grande viaggiatore. Ha viaggiato di notte, quando nei sogni sorvolava città, paesi e continenti e vedeva ciò che non esisteva ancora sulla terra (città, treni, case e collegi, missioni) e sottoterra (tunnel, tesori minerari...). E quei sogni hanno tracciato le vie delle missioni salesiane per oltre un secolo. Ha viaggiato attraverso le migliaia di lettere spedite ovunque. Non potendo arrivare di persona, si è servito della posta. Da Valdocco uno stuolo di lettere, quasi stormo di rondini, si sono posate in ogni parte del mondo; mani tremanti e commosse di destinatari le hanno aperte, occhi ansiosi di uomini e donne con devozione le hanno lette. Don Bosco con il cuore, la mente e le parole di inchiostro li aveva raggiunti a casa loro... poi analoghe lettere, con il cuore, la mente e anche parole scritte nei posti più remoti della terra, volavano alla volta di Torino. Ha viaggiato infinite volte in carrozza ed in treno in Italia (fino a Napoli), dodici volte in Francia (Parigi compresa) dal 1876 al 1886, una volta in Austria nel 1883 e una volta in Spagna a Barcellona del 1886.
La città da lui più visitata, Torino e Genova escluse, fu Roma, dove si è recato venti volte, per un periodo complessivo di due anni. In qualche modo un record, se pensiamo a che cosa poteva essere un viaggio all'epoca. Lo ha fatto anche quando era settantaduenne; oggi diremmo novantenne.

In due anni, assente per un anno
Per limitarci al biennio 1882-1883, quando aveva 67-68 anni, don Bosco viaggiò in lungo e in largo per la Francia e l'Italia. Le date topiche delle sue 400 lettere di questo periodo ci vengono in aiuto per seguirne i movimenti, facendo però attenzione che talora don Bosco scrive “Torino”, mentre si trovava altrove, perché non andassero perse le risposte delle persone che non potevano conoscere i suoi continui spostamenti.
Da metà gennaio a metà maggio 1882 fu un continuo viaggiare. Arrivato a Lione vi sostò alcuni giorni, per poi passare rapidamente a Valenza e a Marsiglia, dove rimase una settimana. Lasciata la città per un viaggio di tre giorni a Tolosa, vi ritornò per trattenervisi altri quindici giorni. Rientrò in Liguria e lungo un intero mese (fino al 6 aprile) fece visita alle locali case salesiane della Liguria (Genova-Sampierdarena, Varazze, Alassio e Vallecrosia). Poi in una settimana, via Camogli, La Spezia e Lucca, Firenze, raggiunse Roma. Vi sostò dal 12 aprile al 10 maggio, allorché con brevissime soste a Magliano Sabina, Rimini e Faenza, il 15 maggio rientrò a Torino. Nella seconda parte dell'anno si assentò da Torino e da San Benigno Canavese per una settimana di agosto a Nizza Monferrato e quindici giorni di settembre in Liguria. Probabilmente fece altri brevi viaggi in Piemonte. In sintesi: in un anno stette oltre sei mesi “fuori casa”. Evidentemente a Torino c'era chi, come don Rua, ne faceva le veci ottimamente.
Anche dell'anno successivo, 1883, don Bosco trascorse la metà lontano dal Piemonte.

Come viaggiava
Questi lunghi viaggi li fece con il treno e poi con carrozze di ogni tipo: diligenze, velociferi, omnibus sempre tirate da cavalli che spesso gli venivano messe a disposizione dai benefattori per brevi percorsi o per muoversi nelle città o nei dintorni di esse. Don Bosco soffriva però lo stare chiuso nelle carrozze, per cui quando era possibile, si metteva allo scoperto nella parte superiore per respirare aria fresca e salvarsi dai conati di vomito che gli procurava la vettura chiusa. Ebbe anche a soffrire terribilmente il mal di mare nell'unico viaggio sul battello Genova-Livorno-Civitavecchia (verso Roma) e ritorno nel 1858.
Ovviamente non era certo comodo e riposante viaggiare nei treni dell'epoca. Tempi lunghissimi di percorrenza, frequenti fermate, cambio di treni (fra regione e regione), ritardi, freddo d'inverno e caldo d'estate, sedili di legno, mancanza di servizi, fumo della vaporiera, rumore in gallerie, molestie di passeggeri maleducati, notti insonni, pericoli vari.

Perché tanti viaggi?
Non certo per diletto e neppure per turismo. L'unica volta che lo fece fu durante il succitato primo viaggio a Roma nel 1858, allorché stette due mesi a visitarla, ma solo per poterne poi scriverne con maggior competenza sui suoi libri di storia della chiesa, di storia dei papi, dei martiri, storia d'Italia. Si è sottoposto a tali viaggi, talora massacranti, come quelli in Spagna e Austria, per sviluppare l'“Opera degli Oratori” che aveva fondato a Torino: dovunque andava aveva importanti abboccamenti con autorità tanto civili che ecclesiastiche, cercava di risolvere spinose questioni personali o diplomatiche fra Stato e Chiesa, studiava la possibilità di fondare una nuova casa salesiana, incontrava ed incoraggiava i confratelli, aveva in animo di propagandare i propri libri, di raccogliere offerte, di smerciare biglietti della lotteria. Una spina che l'accompagna sempre era la lontananza dai “suoi giovani” (vedi la lettera nel riquadro).
Dopo il grande e faticoso viaggio a Roma nel maggio 1887 per l'inaugurazione della chiesa del S. Cuore, che gli era costata sacrifici immensi, non solo finanziari, non si mosse più da Torino e da Lanzo Torinese, dove di pomeriggio faceva una breve passeggiata su una sedia a rotelle sospinta dal segretario. Fu sentito esclamare: “Io che sfidavo i più snelli a fare i salti, ora debbo camminare in carrozza con le gambe altrui!”. Quello poi del 31 gennaio 1888 fu il suo ultimissimo viaggio... verso l'eternità. Solo là avrebbe potuto riposare.

NOSTALGIA
Pisa, 13 dicembre 1865
Car.mo D. Rua,
Sono a Pisa col Cardinale Corsi dove vivo veramente da Signore; vettura, cocchi, cavalli, cocchieri, camerieri, buoni pranzi, laute cene sono a' miei cenni. Non mi manca altro che i giovani dell'Oratorio e poi sarei contento. Ho veduto l'Arno che divide Pisa per metà, il duomo che è una famosa basilica; la torre pendente, che ha la sommità la quale si allontana sette metri dalla base; la torre della fame, dove morì il conte Ugolino di fame co' suoi figli; i frantumi di una casa appartenente al detto conte, che il popolo pisano atterrò per vendicare i mali che aveva sofferto dal padrone della medesima; un battistero, che è una maraviglia di lavoro e di scultura in marmi; un camposanto di tale e sì svariata magnificenza, che appaga e conserva in pace tutti coloro, che ivi hanno la loro dimora. Tutte cose che mi piacciono, ma non ho veduto i miei giovani. Di Firenze poi parlerò quando sarò ritornato a Torino.
Ora veniamo a noi. Ho scritto al cavaliere... Osserva quello che fu fatto... Dirai a D. Cagliero che... Per la funzione di Sant'Agostino fu convenuta la somma di fr. 70. Ciò per norma... Domenica non sono ancora a Torino; ti farò sapere con altra lettera... Prega e fa pregare... Dammi molte e minute notizie de' miei cari figli; e di' loro che in tutte le chiese che visito fo sempre qualche preghiera per loro ed essi preghino eziandio pel loro D. Bosco. Dio ci benedica e ci conservi tutti e sempre nel santo timor di Dio. Così sia. Aff.mo in G. C. Sac. Bosco Gio.
P.S. Dà la mia benedizione... Il Cardinale di Pisa, mi ha dato alcune belle immaginette da darsi a tutti i modelli di virtù che abbiamo in nostra casa, tu mi dirai poi quanti sono quando mi scriverai...