I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

I RAGAZZI DEL PAPA

B.F.

Il beato Pier Giorgio Frassati

«Uno studente bello e vigoroso, un modello di fratello ideale» (san Paolo VI)

Un giorno una mendicante aveva bussato alla porta di casa (a Torino). Aveva un bimbo scalzo in braccio. Pier Giorgio, guardando solo un istante il volto di quella donna, vide che non era una «mendicante di professione» (a cui il papà aveva proibito di dare qualunque cosa), ma una mamma disperata. Si cavò velocemente scarpe e calze, le passò alla donna e chiuse precipitosamente la porta, prima che papà o mamma potessero protestare. La prima volta che fu alla scuola materna, durante la colazione, «vide» un bambino che piangeva. Gli altri l'avevano isolato in un angolo perché aveva la faccia coperta di croste disgustose. Pier Giorgio si avvicinò, gli disse sorridendo: «Non piangere», e l'aiutò a mangiare la scodella di pane e latte imboccandolo con il suo cucchiaio.
Un pomeriggio, vicino al parco del nonno, vide una giovane suora che raccoglieva dei fiori nella siepe. Capì al volo che li raccoglieva per la chiesa, corse all'aiuola delle rose e prese la rosa rossa più bella. Sempre di corsa andò dalla suora e gliela porse: «Per favore, questa rosa la porti a Gesù per me».
Fin dai primi anni (molto prima che se ne accorgesse anche Luciana) aveva «visto» a tavola la sorda tensione tra mamma e papà. Papà (il più famoso giornalista di Torino) tornava in famiglia alle 12 e alle 19,30 in punto, per i pasti. Si tratteneva un tempo brevissimo in compagnia dei figli. La mamma, pittrice di una certa fama, era quasi sempre fuori casa. Malintesi, incomprensioni si erano accumulati. Non si volevano più bene. Stavano insieme soltanto per i figli, perché la gente «non sparlasse». Ma a tavola l'atmosfera era tesa, e a volte dalla bocca della mamma usciva qualche frase amara e pungente, e gli occhi di papà diventavano di ghiaccio. Pier Giorgio vedeva, capiva tutto, soffriva dentro. E con Luciana (quando anche lei capì) decise di fare qualunque sacrificio perché rimanessero insieme.
Da ragazzini, Pier Giorgio e Luciana furono invidiati dai loro compagni. Papà, Alfredo Frassati, era avvocato, e specialmente proprietario e direttore de «La Stampa», il giornale più diffuso e autorevole di Torino. Nel 1913 sarà eletto senatore, e nel 1921 inviato come ambasciatore nella capitale della Germania. La loro mamma, Adelaide Ametis, aveva talento per la pittura. I suoi quadri erano ammessi alla Biennale di Venezia.

Le labbra gonfie di pugni
Ma se gli altri ragazzini invidiavano i Frassati per la bella casa e l'automobile, anche Pier Giorgio e Luciana sentivano invidia per gli altri ragazzi: più poveri, ma con un papà e una mamma che si volevano bene. Testimoniò la cuoca Carolina Masoero: «Non erano certo ragazzi felici... Vivevano sempre un po' spaventati».
Quando all'uscita da scuola (avvenne tante volte!) si sentivano chiamati con irrisione «i figli di papà», Pier Giorgio mollava tutto, e faceva a botte con i pugni e menando lo zainetto. Era svelto e robusto, picchiava sodo, e non si lamentava di prenderne la sua parte. Tornava a farsi mettere l'acqua fredda sulle labbra gonfie dalla cuoca Carolina, che sospirava: «Che non se n'accorga la signora, per l'amor di Dio!».
Chi insegnò a Pier Giorgio a vedere Dio nella bellezza del cielo e nella faccia umiliata dei poveri? Chi aprì per la prima volta insieme con lui le pagine del Vangelo? L'avvocato Frassati lasciò fare completamente alla moglie. Adelaide, che di queste cose non s'intendeva molto, lasciò fare a sua madre, un'anziana signora di fede purissima, che Pier Giorgio chiamò sempre «nonna Linda». Fu quindi sulle ginocchia della nonna che Pier Giorgio sentì raccontare i primi «fatti» della vita di Gesù, fu dando la mano a lei che entrò per la prima volta a salutarlo nella chiesa, dove la sua presenza era segnalata da una silenziosa lampada rossa. L'Eucaristia, il Vangelo, i poveri: i tre «luoghi» dove Pier Giorgio incontrò per tutta la vita Gesù, che divenne la sua passione più bruciante. Tre «luoghi» che gli furono rivelati, aperti, dalle mani esili di nonna Lidia.

«È venuto Gesù, e tu l'hai mandato via»
Alla prima Comunione non lo preparò soltanto la nonna, ma anche la maestra Emilia Giuliano e don Grossi. Quell'incontro con Gesù Eucaristia fu una cosa seria, molto seria. Non fu l'occasione per inaugurare le scarpe nuove o per abbuffarsi di pasticcini. Lo si vide dai fatti.
«Un giorno - lo ricorda Luciana - Pier Giorgio e papà furono avvicinati da un poveraccio male in arnese, che tendeva la mano dicendo di avere fame. Papà disse a Pier Giorgio: “È un ubriaco”, e tirò avanti. Ma Pier Giorgio si fermò un attimo, e vide su quella faccia la fame vera, insieme alla tristezza, e allora si mise a rincorrere il babbo, e a protestare e a piangere camminandogli accanto. “Ma che hai?” fece a un tratto il papà seccato. E lui: “È venuto Gesù, e tu l'hai mandato via”. E la durò così a lungo, che ottenne la promessa che papà avrebbe preso informazioni su quel poveraccio, e se davvero era misero l'avrebbe aiutato».
In questi verdissimi anni, il taciturno zio Pietro (l'amministratore del giornale di papà) comunicò a Pier Giorgio una nuova passione: le scalate. Arrancarono dapprima sulle colline torinesi, poi la prima vera escursione in vetta al Mucrone, la montagna nevosa che Pier Giorgio aveva visto arrampicandosi sulla sequoia. Seguirono i monti splendidi della Valle d'Aosta.

«Fracassati» e i foglietti rosa
Nell'autunno 1913, Pier Giorgio entrò nell'Istituto Sociale dei gesuiti. Non soffrì nemmeno una giornata di timidezza. Si scatenò nel chiasso, negli scherzi, pronto anche a fare a botte se occorreva. Gli amici lo ribattezzarono «Fracassati». Si prese i suoi castighi e le sue «ammonizioni scritte» da far firmare a casa (allora si chiamavano «foglietti rosa»).
Ma questo non gli impediva di essere uno studente tenace, con una volontà testarda. «Ricordo - ha scritto un suo professore - che quando cominciai ad averlo come allievo, era lento nel capire e duro come un montanaro; ma altrettanto tenace». A casa e a scuola si meritò un nuovo soprannome, «Testa dura». Come cristiano non rimase un bambino. La sua amicizia con il Signore divenne più grande, robusta, impegnata. Dopo essersi consigliato con il suo confessore, decise di fare la Comunione tutti i giorni. La purezza limpida che brillò sempre nei suoi occhi, nelle sue parole, nelle sue matte risate, la conquistò in quel giorno.

Due amarezze, una laurea e un distintivo
Non era finita, purtroppo, la miseria portata dalla guerra. La vide nelle facce disperate e rabbiose degli operai che iniziarono lo sciopero generale nel 1919, occuparono le fabbriche nel 1920. Dal 1918 si era iscritto all'Università. Il padre l'avrebbe voluto avvocato come lui, per averlo accanto nella direzione del grande giornale di Torino. Lui invece si era iscritto a ingegneria al Politecnico: «Voglio diventare ingegnere minerario, per vivere gomito a gomito con gli operai che fanno il lavoro più duro che esista».
Non fu l'unica amarezza che diede a suo padre in quegli anni. Lui era stato eletto Senatore, e con il suo giornale sosteneva le idee dei liberali. Pier Giorgio, invece, portava all'occhiello della giacca il distintivo con lo scudo e la croce del Partito Popolare cattolico. Uno dei capi della sinistra di questo giovanissimo partito (fondato nel 1919) è Guido Miglioli, che ha radunato nelle «leghe bianche» i braccianti poverissimi e sfruttati della bassa padana, e si batte perché abbiano delle condizioni di vita più umane. Pier Giorgio sogna di fare la stessa cosa tra gli operai.
Ma Pier Giorgio sa che i poveri che si ammalano e muoiono nelle soffitte non hanno il tempo di aspettare leggi più giuste. Bisogna soccorrerli ora, far presto.
Pier Giorgio è uno studente, e con quel padre che ha, di lire ne vede poche. Eppure riesce ad aiutare moltissimi bisognosi, anche «nei più remoti sobborghi di Torino: talvolta lo si vedeva tornare a piedi, perché si era addirittura privato degli ultimi spiccioli per il tram; e talora senza cappotto, perché non esitava a toglierselo di dosso, se serviva a un povero».
Luciana, in un libro, ha raccolto oltre cinquecento testimonianze su questo suo prodigarsi in maniera silenziosa, umile, senza che nemmeno in famiglia lo sappiano. Suoi compagni, in questa continua opera di carità, sono gli amici con cui combina scherzi clamorosi al Politecnico, amici e amiche con cui realizza scalate sui monti in rumorosa allegria.
I genitori e la sorella lo vedono uscire prestissimo al mattino, tornare tardi alla sera. Non sanno delle sue visite ai poveri, e a volte papà si arrabbia. Una notte che non rincasa (sta passandola al capezzale di un malato in una soffitta), il padre sempre più ansioso telefona alla questura, agli ospedali. Alle due si sente girare la chiave nella porta, Pier Giorgio entra. Papà esplode: «Puoi star fuori di giorno, di notte, nessuno ti dice niente. Ma quando fai così tardi telefona!». Pier Giorgio lo guarda, e sottovoce risponde: «Babbo, dov'ero io non c'era telefono».
Nelle festose gite in montagna, durante le grigie giornate di studio, Pier Giorgio ha cominciato a guardare con più affetto un'amica, Laura Hidalgo. Se n'è innamorato. Ha fretta di finire gli esami, di conseguire la laurea, perché la vuole sposare.

«Sto male. Malissimo»
29 giugno 1925. Nonna Linda, la cara vecchietta che è stata la luce della sua infanzia, è alla fine della sua lunga vita. Pier Giorgio è sconvolto da questo fatto, ma sta male anche per un'altra ragione. Nei giorni precedenti ha vegliato dei malati poveri, senza badare (come sempre) se la malattia che avevano era o non era contagiosa. Nella tarda mattina del 29, la cameriera Mariscia lo trova a letto, e lo sgrida mezzo per ridere e mezzo sul serio «perché è la prima volta che lo vedo fare il poltrone». Pier Giorgio sorride, ma l'acuto mal di schiena non gli passa.
3 luglio. Papà e Luciana sono partiti per Pollone. Accompagnano la salma della nonna. La mamma è rimasta, sfinita. A questo punto, Pier Giorgio non ce la fa più a nascondere il male. Sussurra alla mamma: «Sto male. Malissimo». Nel pomeriggio viene il medico Alvazzi. Trova Pier Giorgio già semi-paralizzato. Con lo sguardo spaventato pronuncia una parola terribile: poliomielite. È l'inesorabile «paralisi progressiva», contro la quale in quegli anni non esiste rimedio.
Pier Giorgio, che suda di continuo, chiama con un gesto Luciana. Su una busta, che lei gli porge, scrive con fatica le sue ultime parole. Sono per l'amico Grimaldi che l'accompagna nelle visite ai poveri: «Ecco le iniezioni di Converso...». Indica alla sorella una scatola di iniezioni e le consegna quella riga, quasi illeggibile.

Il tamtam dei poveri
Davanti agli occhi di Pier Giorgio, che il male sta inchiodando nella paralisi, c'è il quadro grande e luminoso della Madonna portata in cielo dagli angeli. Nella stanza vicina, per non farsi sentire, papà piange disperato. Luciana gli stringe forte la mano, e solo alle 19, quando si accorge che quella mano è ormai irrigidita dalla morte, scoppia in un pianto convulso.
La voce si è sparsa in poche ore, chissà come, nei quartieri più miseri sul tam-tam dei poveri. Davanti alla porta di casa Frassati, nella vicina chiesa della Crocetta, ce ne sono centinaia che pregano, che bisbigliano davanti a Dio per lui.
«Chi era nostro figlio?» si chiedono la mamma e il papà.
La sera del 4 luglio la cuoca Ester, sul calendario di cucina di casa Frassati scrisse 17 parole sgrammaticate e struggenti: «Ore 7: Irreparabile sventura Povero S. Pier Giorgio! Era Santo e Dio l'ha voluto con sé!!».
Quando (molto presto) il Papa dichiarerà «santo» Pier Giorgio, qualcuno dovrà dirgli che è stato preceduto da una povera cuoca, su un calendario di cucina.