I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

A TU PER TU

MARTIN LASARTE

Eroi a piedi nudi
Padre Charles Taban

Charles è salesiano sacerdote e viene da Wau, nel Sudan del Sud. Ha incontrato i salesiani in Kenya, dove era fuggito dalla guerra civile nel suo Paese. Al momento è economo a El Obeid (Sudan). È molto bravo ad entrare in sintonia con i giovani nel loro ambiente.

La storia della mia vocazione
Avevamo sentito tante storie di guerra, ma nella maggioranza di queste storie, la guerra era sempre combattuta in una terra lontana. Sebbene avessimo visto degli sfollati nella mia città, negli anni Novanta, avessimo già ascoltato orribili storie di spargimento di sangue e visto sui loro volti le inconfondibili cicatrici della violenza e anche la sofferenza dei loro bambini malnutriti, non potevamo immaginare che una tale situazione sarebbe stata alla porta di casa nostra nel gennaio del 1998, quando una guerra vera e propria raggiunse il nostro focolare ed ebbe luogo sotto i nostri occhi.
Fu in questa confusione straziante che lasciai la mia casa insieme ad alcuni dei miei amici, pensando che saremmo tornati in un paio d'ore, poiché eravamo certi che i ribelli avrebbero ripreso il controllo e l'ordine sarebbe tornato molto presto nella nostra città. Ma quella si rivelò soltanto un'illusione. Mentre le notizie sugli orrori perpetrati dagli organi di sicurezza del governo sugli spietati assassinii di giovani continuavano a giungerci, ci convincemmo che era venuta l'ora di fuggire e di rinunciare al sogno di tornare a casa presto.
Incoraggiati dagli altri, abbiamo dovuto percorrere centinaia di chilometri attraverso la boscaglia verso una destinazione che potesse offrirci pace e sopravvivenza. Il nostro viaggio è andato oltre la mia più sfrenata immaginazione. Spesso i miei compagni ed io viaggiavamo a piedi. Ben presto abbiamo imparato che era meglio camminare di sera e di notte, per evitare di essere catturati dalle forze governative o essere costretti ad unirci ai vari gruppi di ribelli che erano attivi nel territorio. Camminare di notte, pur avendo il vantaggio di essere più fresco, aveva i suoi rischi, dal momento che gli animali selvatici - in particolare i carnivori - sono più attivi in quelle ore. Abbiamo imparato a riconoscere i diversi suoni della notte e sapevamo quando fermarci, quando cambiare direzione e quando non c'era pericolo e quindi potevamo procedere. Un altro vantaggio del camminare di notte era che i serpenti (in particolare quelli velenosi) di solito non si trovavano. Presto divenne evidente che la vita non poteva continuare così a lungo. Ho deciso di cercare una vita migliore nell'Africa orientale e così il Kenya è diventato la mia destinazione. Dopo diversi giorni di un faticoso viaggio a piedi e, di tanto in tanto, sul cassone di un camion, finalmente mi sono ritrovato nella fredda città di Nairobi senza nulla per difendermi dal freddo, tranne l'amore di Dio che mi aveva accompagnato in tutti quei difficili giorni. Anche le parti di questo viaggio fatte in camion furono piuttosto avventurose. Di solito viaggiavamo su camion per trasporto di bestiame. I bovini erano sul pianale del camion e la gente era appollaiata in cima, aggrappata alla struttura metallica che in origine doveva sostenere una copertura di tela cerata. Il rischio di stare appollaiati lassù può essere visto in questo incidente. Una volta uno dei miei amici si è distratto e non si è reso conto che il camion su cui viaggiavamo sarebbe passato molto vicino sotto un albero di acacia spinosa. Si abbassò rapidamente, ma non fu abbastanza veloce, come avrebbe scoperto quella notte. Infatti, quando stava per mettersi a letto, mentre cercava di togliersi i pantaloni, inciampò su di loro e cadde a terra. Che cosa era successo? Durante il passaggio del camion molto vicino a quei rami, una spina acuminata di acacia gli aveva attraversato i pantaloni, si era infilata nel muscolo del gluteo e gli teneva i pantaloni saldamente “ancorati”, in un modo di cui non si era reso conto tutto il giorno! Ma ora torniamo a Nairobi. Dopo una notte insonne dovuta al freddo della città, un buon samaritano mi trovò e mi portò a casa sua per due giorni, mentre mi aiutò a mettermi in contatto con varie persone. L'ultimo contatto che abbiamo tentato è stato con i salesiani di Nairobi, che mi hanno accolto senza indugi e mi hanno trattato non come un estraneo, ma come un giovane che aveva un disperato bisogno di attenzione. Anche se ero uno straniero e un rifugiato, non mi sono sentito mai escluso, ma trattato come qualunque altro ragazzo kenyano.

Una specie di fuoco nel mio cuore
All'inizio del 1999, sono stato inviato ad Embu per le scuole superiori e lì è iniziata una nuova fase di esperienze nella mia vita. Lo spirito di famiglia vissuto sia dai Salesiani sia dagli studenti di Don Bosco Embu ha acceso una specie di fuoco nel mio cuore che mi ha portato a sentirmi completamente a mio agio. Ad Embu, non mi sono mai sentito estraneo, ma accolto: il colloquio amichevole con i salesiani, i piccoli gesti di gentilezza e d'amore mostratimi dai salesiani hanno acceso il desiderio nel mio cuore di essere come loro, per poter essere a mia volta vicino ed attento ad altri giovani, bisognosi della mia attenzione.
La svolta della mia storia vocazionale è arrivata con il Triduo Pasquale del 2001, durante un ritiro giovanile a cui ho partecipato a Nairobi. L'esperienza del raccoglimento e della preghiera mi ha permesso di guardare alla mia vita con un senso di gratitudine a Dio per la sua protezione durante quei giorni nella savana del Sud Sudan, mentre camminavo tra le mine, gli animali selvatici, a stomaco vuoto, senza acqua pulita. Lui mi ha guidato e protetto lungo il cammino verso la mia nuova casa in Kenya e per molte altre occasioni in cui si è preso cura di me. Il ritiro, alla fine, mi ha sfidato a fare qualcosa di tangibile per esprimere la mia gratitudine a Dio. L'espressione tangibile della mia gratitudine a Dio è diventata la mia decisione finale di consacrare la mia vita a Dio come salesiano. Le sfide incontrate durante i miei anni di formazione iniziale sono state difficili, ma il desiderio di diventare salesiano per servire i giovani meno privilegiati mi ha continuamente motivato.

Daniel Kolonga

Daniel Kolonga è originario di Torit (Sud Sudan).
Ha incontrato i salesiani al campo rifugiati di Kakuma, al nord del Kenya, dove era arrivato da ragazzo con la nonna, fuggendo dalla guerra.

Salesiano perché ho incontrato testimoni
Il mio Paese è in guerra “da sempre”... La prima guerra civile sudanese è iniziata nel 1955 ed è durata fino al 1972. È stata un'eredità della dominazione britannica e ha visto i “ribelli” del Sudan meridionale combattere contro i sudanesi del nord. Quelli del sud richiedevano più rappresentanza e più autonomia regionale nello Stato che si stava appena creando. In realtà, la guerra civile è iniziata ancor prima della celebrazione dell'Indipendenza, il 1° gennaio 1956! Ciò che divenne inaccettabile per la popolazione del sud fu il fatto che - già prima dell'indipendenza - le autorità britanniche avevano accettato che le posizioni amministrative nel Sud fossero coperte da sudanesi del nord, mentre c'erano tra i sudanesi del sud amministratori capaci. L'arabo fu anche imposto come lingua nel Sud, dove la lingua utilizzata per l'educazione era stata l'inglese. Quando la guerra finì nel 1972, molti al sud erano ancora scontenti e la situazione peggiorò fino a quando scoppiò la Seconda Guerra Civile Sudanese nel 1983, che durò fino al 2005. Questa fu in realtà una continuazione della Prima Guerra Civile. Con una durata di 22 anni, questa è una delle guerre civili più lunghe della storia e ha causato circa 2 milioni di morti, diventando la guerra con il più alto numero di morti tra i civili dopo la seconda guerra mondiale! Circa 4 milioni di sud sudanesi hanno dovuto lasciare la propria terra almeno una volta durante il conflitto e sono così diventati rifugiati o sfollati interni.
Con l'aggravarsi della situazione politica in Sudan a causa della guerra civile, la vita era diventata così difficile, che sono stato costretto a cercare rifugio da qualche parte. Di conseguenza, sono fuggito e mi sono ritrovato con mia nonna nel campo profughi di Kakuma, nella parte settentrionale del Kenya. Oltre a ciò che ci veniva passato dall'UNHCR, non c'era nient'altro, quindi non era una vita di benessere e di allegria, ma a mala pena di sopravvivenza.
L'UNHCR non era l'unica agenzia al servizio dei rifugiati. I Salesiani di Don Bosco provvedevano anche un altro tipo di servizi, che erano piuttosto speciali perché i Salesiani erano l'unica agenzia che viveva proprio con i rifugiati nel campo. Si prendevano cura del lato spirituale della crescita umana attraverso una parrocchia con dieci cappelle sparse per il campo. Offrivano anche corsi tecnici gratuiti. Inoltre, aiutavano noi giovani, a crescere socialmente, umanamente e ad accettare la nostra identità attraverso corsi di formazione e programmi di animazione. Sebbene le altre agenzie delle Nazioni Unite organizzassero anch'esse alcune di queste attività, come i festival teatrali e gli sport, non era la stessa cosa, perché potevamo vedere la differenza tra le ONG, che svolgevano queste attività per ragioni finanziarie, ed i Salesiani che organizzavano tutto con tanto impegno, ma gratuitamente, con una sincera preoccupazione per la nostra crescita e sviluppo.
C'erano anche molti momenti di formazione dei giovani per l'educazione alla fede attraverso il catechismo, studi biblici, gruppi di preghiera e persino momenti di preghiera di casa in casa con i membri della famiglia, specialmente nelle ore serali. Il culmine di tutte queste attività, per me, fu quando un salesiano mi battezzò nel 2005. Questo è stato l'inizio della mia vita cristiana. Ho iniziato a essere coinvolto in molte attività della Chiesa, come visitare i malati negli ospedali e anche aiutare altre persone nelle comunità, attraverso il lavoro comunitario con il gruppo dei giovani.
E proprio in mezzo a queste attività e nell'interazione con i salesiani, ho sentito la chiamata a condividere la mia vita con gli altri proprio come quei salesiani che si sono dedicati a noi e ci hanno aiutato ad accettare noi stessi e a sentirci essere umani completi con dignità, fede, convinzioni, valori e storie da narrare. È stato molto difficile per me dire che li ammiravo e aspiravo a diventare salesiano, perché temevo di essere frainteso e non essere accettato dai salesiani, dato che ero un rifugiato. Tuttavia, ho cercato consiglio dal direttore e parroco di quel tempo. Dopo diversi colloqui e preghiera, lui ha deciso di avviare un gruppo vocazionale nel campo. Mi sono unito al gruppo e, insieme ad un mio amico, abbiamo guidato il gruppo con l'aiuto del catechista. Era un gruppo vivace; abbiamo lavorato molto insieme per favorire la crescita della nostra fede cristiana. Pregavamo il Rosario insieme ogni mattina prima dell'Eucaristia e poi andavamo a scuola.

Il lungo cammino della mia vocazione
Quando infine ho espresso il desiderio di farmi salesiano, mi è stato detto che avrei dovuto entrare in Congregazione nel mio Paese. Grazie alle connessioni stabilite dal direttore, ho potuto farmi salesiano in Sud Sudan. Come salesiano, oggi, trovandomi tra i giovani, sono grato ai confratelli che hanno vissuto con gioia la loro vocazione salesiana tra noi nel campo profughi, dandoci speranza per il futuro, protesi verso gli altri, indipendentemente dalla nostra storia travagliata. In effetti, la chiamata di Dio è per tutti coloro che vi rispondono con gioia. Senza dubbio, l'accompagnamento vocazionale è cruciale. Ricordo un salesiano che mi consigliò di essere paziente per tre anni quando i miei famigliari si rifiutavano di accettare la mia scelta perché credevano che, essendo il primogenito, dovessi aiutare mio padre a prendersi cura dei miei fratelli più piccoli. Non è stato facile, ma ringrazio i confratelli che mi hanno accompagnato e guidato nel mio percorso vocazionale.