I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

MARIA AUSILIATRICE

NATALE MAFFIOLI

Il pittore quasi invisibile

Enrico Reffo e la Basilica di Maria Ausiliatrice

Amico di don Bosco, fratello di don Eugenio divenuto fedele collaboratore di san Leonardo Murialdo, ha lasciato nella Basilica di Maria Ausiliatrice alcuni “tocchi” discreti, che testimoniano la sua fede genuina e delicata.

Certamente il pittore Enrico Reffo ebbe tutto l'agio di conoscere don Bosco; era nato nel 1831 e la familiarità con il nostro è testimoniata da un bel ritratto (certamente realizzato con l'ausilio della memoria perché datato 1909), che fu preceduto da un disegno preparatorio. Il ritratto fu messo nella primitiva sacrestia di Maria Ausiliatrice, accanto ad altre personalità legate al mondo salesiano. Nel 1880-81 don Bosco gli aveva commissionato la parte più significativa delle pitture per la nuova chiesa di San Giovanni Evangelista, allora posta ai margini della città e prospiciente via del Re (l'attuale corso Vittorio Emanuele II). Per il suo coinvolgimento nella basilica di Maria Ausiliatrice bisognerà aspettare i primi anni novanta dell'Ottocento durante il rettorato di don Rua.
All'indomani della morte di don Bosco il suo primo successore, si diede d'impegno a decorare il santuario dell'Ausiliatrice. Le pareti interne della chiesa erano come l'aveva lasciata don Bosco, povere di decorazioni importanti e gli altari erano corredati dalle pale circondate da una semplice cornice in stucco e da decorazioni dipinte sul muro. Per renderla più decorosa e idonea all'accresciuta devozione, don Rua e i salesiani con lui, decisero di investire le offerte in opere di abbellimento.
Si cominciò con il commissionare al pittore Giuseppe Rollini la decorazione della superficie interna della cupola della chiesa. Per don Rua si trattava di tener fede ad un voto formulato in occasione della sepoltura a Valsalice del corpo di don Bosco. Con questa impresa decise anche di ampliare il cantiere e di abbellire tutto l'interno della chiesa: si decorarono le grandi lesene con stucchi e si creò una nuova cornice marmorea all'altare di San Giuseppe e di San Pietro, si rifece, per intero, l'altare maggiore. Il progetto della macchina marmorea che doveva ospitare la grande tela del Lorenzone fu affidato all'architetto Crescentino Caselli (1849-1931) (lo stesso che preparò i disegni dell'Istituto di Riposo per la Vecchiaia, usualmente denominato i Poveri Vecchi, e del municipio di Cagliari). Per realizzare la volontà di don Rua furono chiamati scultori, come Giacomo Ginotti (1845-1897), e pittori come Enrico Reffo. Le due sculture affidate al Ginotti non andarono oltre lo stato di bozzetti in gesso (attualmente conservati nella chiesa dell'Istituto salesiano di Valsalice).

L'Eterno Padre e gli angioletti
Al Reffo i Salesiani commissionarono i cartoni con raffigurato l'Eterno Padre, per il timpano al culmine dell'altare del Caselli e i due angioletti da mettere nei triangoli di risulta della pala, opere queste da tradursi in mosaico. Questi stessi elementi furono successivamente staccati e riutilizzati nel successivo nuovo altare su disegni di Giulio Valotti. Inoltre il Reffo realizzò, su lastra metallica, sedici teste alate di cherubini da collocare nei triangoli di risulta delle arcatelle poste alla base della pala dell'Ausiliatrice: sono delle immagini gustose di bambini sorridenti o imbronciate, degne di figurare come immagini in un presepio. Tutti questi elementi sono ora conservati nella cripta di San Pietro (sotto la sacrestia della basilica) assieme all'altare di San Pietro (dove attualmente c'è quello di don Bosco) e alle quattro colonne, in breccia africana, che abbellivano la grande cornice che conteneva la pala dell'Ausiliatrice.

I tre martiri
In quell'occasione si mutarono anche i titolari di due altari: quello dedicato ai Sacri Cuori di Gesù e di Maria (la pala nel frattempo fu spedita a Caserta per decorare la chiesa della nuova opera salesiana) che fu intitolato al patrono della Congregazione san Francesco di Sales, e il primo a destra, entrando in santuario, da don Bosco intitolato a sant'Anna (attualmente è dedicato a santa Maria Domenica Mazzarello), don Rua lo mutò con la dedica ai santi torinesi Avventore, Solutore e Ottavio. Per questi due altari il Reffo approntò, nel 1893, due nuove pale: la prima vede il Santo vescovo inginocchiato in atteggiamento orante e scrive le sue opere con lo sguardo fisso al cielo da dove trae ispirazione. La seconda composizione è inconsueta, i tre martiri, rivestiti come soldati romani, sono affiancati e ritti sulle nubi, i due estremi reggono le palme del martirio mentre quello centrale tiene spiegata una bandiera bianca con una croce rossa, certamente segno della loro fede, ma pure memoria dello stemma sabaudo. Nello squarcio tra le nubi, si può intravedere una visione della città di Torino, dominata da una luminosa croce bianca, a richiamare la protezione dei martiri sulla loro città in basso a destra si intravede una parte della facciata e la cupola di Maria Ausiliatrice avvolte dalla nebbia della Dora. È curioso che i volti dei tre martiri non siano per nulla idealizzati ma abbiano dei tratti realistici, quasi fossero modelli utilizzati dal Reffo. Questa tela è ora collocata in un altare alle spalle del presbiterio.
Il pittore dipinse pure, sulle pareti laterali, in alto, quasi a livello dell'imposta della volta, due scene (attualmente non visibili perché occultate dalle due tele del Crida e portate alla luce durante gli ultimi restauri) che narrano le estreme vicende dei tre santi: la prima raffigura il martirio di Avventore e Ottavio mentre Solutore sta sfuggendo ai carnefici. È interessante notare come il pittore, per rendere più veridica la scena, abbia raffigurato come fondale l'imbocco della valle di Susa, si riconoscono il monte Musinè, la becca su cui sorgerà la Sacra di San Michele e, in lontananza, il Rocciamelone. La seconda rappresenta il funerale di Solutore, ucciso nel Canavese dove si era rifugiato: il feretro, trasportato su un carro, è seguito dalla matrona Giuliana.

PITTORE DEL SACRO
Enrico Reffo era nato a Torino nel 1831; iniziò a lavorare come gioielliere ma, nel poco tempo libero, seguiva le lezioni di pittura da Gaetano Ferri (1822-1896) all'Accademia Albertina.
Uscito per miracolo da una malattia gravissima, fece voto che avrebbe dedicato la sua attività di artista per dipingere quadri a soggetto sacro. A soli 25 anni terminò gli studi all'Accademia e aprì un primo studio in città, in via dei Mercanti, passò poi ad un secondo, più ampio ambiente in via Carlo Alberto.
Infine, grazie anche al fratello Eugenio, braccio destro di san Leonardo Murialdo, si installò in un locale del Collegio degli Artigianelli di via Palestro, sempre a Torino. Nel collegio vi rimase per oltre sessant'anni insegnando disegno, pittura e scultura e approntando tele per numerose chiese piemontesi e cartoni per cicli di affreschi.
Per i salesiani, oltre le opere per il san Giovanni Evangelista e per Maria Ausiliatrice, realizzò alcune tele per la chiesa del Collegio di Valsalice. L'opera sua più completa e impegnativa è la decorazione della chiesa di San Dalmazzo in via Garibaldi a Torino. Morì il 16 luglio del 1917.