I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

LA LINEA D'OMBRA

ALESSANDRA MASTRODONATO

Tutti zitti come cani che obbediscono

Ognuno ha la sua schiena / per sopportare il peso di ogni scelta, / il peso di ogni passo, / il peso del coraggio...

Una generazione indifferente. È così che vengono spesso descritti i giovani adulti del terzo millennio nelle analisi sempre più sconsolate di sociologi, psicologi e politologi. Una generazione ripiegata su se stessa, autoreferenziale, disimpegnata, che ha smarrito il valore dell'impegno civile come strumento di emancipazione sociale e di crescita umana. Una generazione dalla memoria corta e dalla vista ancor più limitata, che vive schiacciata sul presente senza curarsi delle ricadute delle proprie scelte e delle proprie azioni su un futuro avvertito come estraneo, su cui sembra aleggiare il cinico spettro del fatalismo e della rassegnazione.
Il raggiungimento della condizione adulta non sembra, infatti, più coincidere con l'assunzione di più esigenti responsabilità nei confronti della collettività sociale. Al contrario, avviene spesso che, crescendo, gli slanci ideali e il desiderio di protagonismo tipici dell'adolescenza lascino il posto alla disillusione e alla passività, nell'erronea convinzione che il singolo possa fare ben poco per modificare in positivo il contesto in cui vive ed incidere concretamente su meccanismi e dinamiche che sfuggono al suo controllo e, non di rado, anche alla sua piena comprensione. La difficoltà di assumere sulle proprie spalle un impegno percepito come troppo gravoso, che richiede tenace convinzione e perseveranza e che ci espone costantemente al rischio del fallimento, si trasforma così in un alibi che giustifica l'inerte accettazione dello status quo e la rinuncia a prendere una posizione chiara di fronte alle tante situazioni problematiche che travagliano la nostra società. E quando ci si abitua a chiudere occhi e orecchie sulla realtà che ci circonda, si finisce con l'assuefarsi ad ogni sorta di ingiustizia, perdendo irrimediabilmente la capacità di provare indignazione per tutto ciò che mortifica e svilisce la nostra stessa dignità di uomini.

La capacità di indignarci
Ci si dimentica, invece, che proprio l'indignazione, se vissuta in modo costruttivo come tensione etica verso il cambiamento e non come sterile pretesa di ergersi a giudici della realtà, può divenire un importante motore di trasformazione dell'esistente, il segno tangibile della volontà di reagire criticamente a ciò che non va e di contrapporre alla cultura dominante del silenzio e dell'indifferenza forme inedite di protagonismo e di impegno civile.
È attraverso la riappropriazione di una genuina capacità di indignarci che possiamo, infatti, superare la tentazione della deroga e della neutralità, nella misura in cui essa nasce dall'esigenza di capire e di valutare - che è ben altra cosa dal giudicare; si correla con il desiderio di dire la propria e di contare all'interno di una società che tende ad azzerare il pensiero del singolo quando non è in sintonia con quello della massa; qualifica il senso di responsabilità nell'impegno a vivere in maniera onesta e laboriosa la propria quotidianità.
Ma affinché le cose possano cambiare realmente è necessario che all'indignazione faccia seguito l'azione, che essa sia soltanto il punto di partenza verso la disponibilità a mettersi in gioco in prima persona e ad assumere su di sé il peso di scelte impegnative, nella consapevolezza che ogni gesto, ogni decisione, ogni passo che scegliamo di compiere contribuisce in modo fattivo a trasformare in meglio la società in cui viviamo.

Sono questi vuoti d'aria,
questi vuoti di felicità,
queste assurde convinzioni,
tutte queste distrazioni
a farci perdere...
Sono come buchi neri,
questi buchi nei pensieri.
Si fa finta di niente,
lo facciamo da sempre;
ci si dimentica
che ognuno ha la sua parte
in questa grande scena,
ognuno ha i suoi diritti,
ognuno ha la sua schiena
per sopportare il peso di ogni scelta,
il peso di ogni passo,
il peso del coraggio...
E ho capito che non serve il tempo alle ferite,
che sono sempre meno le persone unite,
che non esiste azione senza conseguenza,
chi ha torto e chi ha ragione
quando un bambino muore...
E allora stiamo ancora zitti
ché così ci preferiscono,
tutti zitti come cani che obbediscono.
Ci vorrebbe più rispetto,
ci vorrebbe più attenzione,
se si parla della vita,
se parliamo di persone.
Siamo il silenzio che resta dopo le parole,
siamo la voce che può arrivare dove vuole,
siamo il confine della nostra libertà,
siamo noi l'umanità.
Siamo il diritto di cambiare tutto
e di ricominciare, ricominciare...
Ognuno gioca la sua parte
in questa grande scena,
ognuno ha i suoi diritti,
ognuno ha la sua schiena
per sopportare il peso di ogni scelta,
il peso di ogni passo,
il peso del coraggio...

(Fiorella Mannoia, Il peso del coraggio, 2019)