I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

I RAGAZZI DEL PAPA

Il Beato Zeffirino Namuncurà
Il figlio dell'ultimo cacico

(26 agosto 1886 - 11 maggio 1905)

Nell'Esortazione Apostolica “Christus vivit” papa Francesco propone l'esempio di dodici giovani santi. Ascoltiamo la loro testimonianza, cominciando da un Beato della nostra famiglia.

Zeffirino Namuncurà era un indio araucano. Gli Araucani erano scesi un giorno lontanissimo dalle cordigliere delle Ande verso le immense pianure dell'est, che oggi chiamiamo pampa dell'Argentina. Il loro nome dice che venivano dalla valle del fiume Arauca, dove i loro antenati erano venuti in contatto con l'antica civiltà degli Incas, il misterioso popolo del Perù.
Pelle ramata, capelli nerissimi, denti bianchi scintillanti, con il mento privo di barba, gli Araucani erano un'etnia fiera e guerriera che odiava più di ogni cosa al mondo la schiavitù, l'essere servi. La loro vita era la caccia. Non coltivavano la terra, ma inseguivano nella sterminata pampa le mandrie dei guanachi e gli stormi di struzzi.
Nel 1500 i primi coloni spagnoli introdussero il cavallo, e la vita degli Araucani cambiò radicalmente, la pampa divenne in breve tempo la landa dei cavalli bradi, che crescevano selvaggiamente, liberi come l'aria. Balzando in groppa a un puledro, l'araucano si trovò di colpo sovrano indiscusso della sua terra.
I piccoli araucani venivano addestrati a sopportare la fame e la sete, a dormire per terra, ad affrontare la pioggia e il vento, a bastare a se stessi per lunghi periodi di tempo. Crescevano vigili e forti, preparati a una vita dura e disagiata. E cavalcavano. Fin da piccolissimi si arrampicavano sul dorso dei cavalli e si davano a corse sfrenate.

Le frecce incendiarie contro i coloni
Ma con i cavalli, ai bordi della pampa erano arrivati i bianchi. Nel 1536 i conquistatori spagnoli avevano fondato la città di Buenos Aires, e proprio in quell'anno si verificarono i primi sanguinosi scontri tra conquistadores e indios. I bianchi tentavano di risalire i grandi fiumi per piantarvi loro colonie, e gli indios assaltavano le colonie e le distruggevano con le frecce incendiarie.
1833. Una potente colonna militare, al comando di Juan M. Rosas punta verso il cuore della pampa e inizia una guerra spietata contro gli Araucani. Cadono 1150 indios e 11 cacichi (capi). 400 indios, fatti prigionieri, sono assegnati come servi alle fattorie argentine.

Gli anni di Calfucurà
Gli Araucani lasciano placare la terribile bufera e si riorganizzano. Un guerriero gigantesco, forte e terribile come un toro, si pone alla testa delle tribù superstiti. Si chiama Calfucurà, e per 40 anni sarà il re della grande pianura. Si scatena il malón che raggiunge il suo culmine nel 1855. I villaggi dei bianchi sono attaccati a uno a uno e saccheggiati. Gli incendi illuminano le grandi praterie, mentre i coloni fuggono disperati verso le città.
Il governo centrale tratta la pace con Calfucurà, si torna ai vecchi e incerti confini del 1833. Ma, battuti dalle frecce, i bianchi vincono con l'alcol. Ne regalano enormi quantità agli indios, che per quella vera droga perderanno in breve il vigore e l'indipendenza.
Nel 1872 si riaccende la guerra. Nella piana di San Carlos, in sei ore di battaglia, il generale Rivas batte il settantenne Calfucurà e uccide più di mille Araucani. È il disastro. I bianchi li spingono sempre più verso le cordigliere, recintando con filo spinato zone sempre più vaste. I superstiti indios sono cacciati tra le aride montagne.
Nel 1875, disperati, gli Araucani eleggono un nuovo grande cacico che spezzi i fili spinati e li conduca di nuovo verso la fertile pianura. Il cacico si chiama Manuel Namuncurà, ed è il più giovane figlio del leggendario Calfucurà. Si riaccende improvviso il malón. Scorrerie fulminee e feroci bruciano i raccolti, incendiano le fattorie, uccidono gli agricoltori e i gauchos.
Il generale Julio Rocas, ministro della guerra, organizza un esercito in quattro colonne. Ottomila uomini. Il suo piano prevede un rastrellamento metodico di tutta la pampa. La parola d'ordine è: «Con gli indios è ora di finirla per sempre». L'esercito si muove da Buenos Aires, il 16 aprile 1879, martedì di Pasqua. Per gli Araucani inizia l'ultima tragedia.

La guerriglia e la resa
La marcia dei militari durò quattro mesi. Praticamente disarmati, gli indios poterono opporre poca resistenza. Manuel Namuncurà sfuggì alla cattura fuggendo verso la cordigliera andina con piccole unità di indios decisi a combattere fino alla fine. E di lassù diede inizio a una sanguinosa guerriglia. Le sue orde si abbattevano di notte sulle fattorie e sugli accampamenti militari, uccidevano e bruciavano senza pietà.
Per anni così. Poi, in una vasta retata condotta dal generale Villegas, furono catturati duemila Araucani. Tra essi Manuel Namuncurà, sua moglie e quattro figli. Occorreva trattare la resa, perché gli Araucani non finissero tutti massacrati. Namuncurà aveva un'invincibile diffidenza verso i bianchi. Di uno solo si fidava, don Milanesio. Questo instancabile missionario salesiano, amico e difensore degli indios, ne aveva imparato la lingua, e superava a cavallo immense distanze per difendere un araucano maltrattato o per dare un battesimo.
I salesiani di don Bosco erano arrivati in Argentina alla fine del 1875, capeggiati da don Giovanni Cagliero. Don Milanesio persuase Namuncurà a presentarsi di persona al generale Villegas, garantendogli l'immunità. Il 5 maggio 1882 entrò nel forte Roca accompagnato da nove cacichi. Diede la parola che non avrebbe mai più combattuto l'esercito argentino. In cambio ebbe titolo, divisa e stipendio di colonnello argentino. Alla sua tribù fu assegnato un vasto territorio fertile nella vallata del Rio Negro. Altri territori furono assegnati alle altre tribù. Ma 12 anni dopo, tradendo la parola data, i militari comunicarono a Namuncurà che doveva trasferirsi con la sua gente nell'alta valle dell'Aluminé, tra i picchi nevosi delle Ande. Vecchio e avvilito, Namuncurà partì con i suoi verso la «riserva». Accanto a lui sgambettava un bambino di otto anni. Era il sesto dei suoi dodici figli. Lo aveva chiamato Morales, ma presto gli avrebbe cambiato nome, chiamandolo Zeffirino.

Il lungo viaggio di Zeffirino
1897. Dopo aver discusso con gli anziani della tribù, il vecchio cacico annuncia a Zeffirino che faranno un lungo viaggio: «Ti porterò a Buenos Aires, alla scuola dei bianchi. Tu sei intelligente e sei l'ultima speranza della nostra gente. Se diventerai un militare o un politico potrai difendere i diritti degli Araucani. Altrimenti per la nostra razza sarà finita per sempre».
A Buenos Aires, Namuncurà portò il figlio di 11 anni alla Scuola Militare. Ma in pochi giorni la disciplina ferrea e gli scherzi crudeli dei compagni terrorizzarono Zeffirino. Pregò il padre di portarlo via. Su suggerimento del presidente della Repubblica, Namuncurà lo portò al collegio Pio IX dei Salesiani, dove in quei giorni si trovava il vescovo Giovanni Cagliero. Zeffirino si trovò abbastanza bene. Dimostrò subito una tenace volontà, ma insieme un forte istinto alla libertà totale e prepotente. Per alcuni mesi rifiutò di mettersi in fila con gli altri. A scuola imparò a leggere in pochissimo tempo, e acquistò una calligrafia nitida e slanciata.
Un notevole «salto di qualità» si verificò in lui nel settembre 1898. Si accostò alla prima Comunione. Con la lealtà caratteristica della sua gente, il dodicenne araucano considerò quell'avvenimento un impegno assoluto per tutta la vita.
I momenti più belli Zeffirino li passava quando veniva a trovarlo don Milanesio, portandogli notizie della sua famiglia e della sua tribù. Fu in quegli incontri che Zeffirino cominciò a sognare di diventare non un politico o un militare, ma un sacerdote come don Milanesio. Avrebbe difeso la sua gente dai bianchi e dal loro alcol (che li stava sterminando), e dalle barbare abitudini che consideravano sacra la vendetta e onorevole l'uccisione del nemico.
Ma proprio in quegli anni del suo sviluppo fisico, si affacciò la grave minaccia che stava facendo strage tra gli indios più sani dell'America del Sud. Fortissimi nel loro ambiente, il loro organismo si rivelava indifeso contro i germi delle comuni malattie portate dai bianchi: raffreddori e bronchiti si trasformavano rapidamente in tubercolosi, che li stroncava. Al quarto anno a Buenos Aires, mentre si faceva un giovanotto alto e massiccio, Zeffirino cominciò ad avere una tosse continua e ribelle ad ogni cura.
II vescovo monsignor Cagliero, informato, fece tornare Zeffirino a Viedma, dove egli risiedeva, città dal clima molto più fresco, di lì lo fece accompagnare tra la sua gente, nell'alta valle dell'Aluminé. Il quindicenne riabbracciò il vecchio padre e i fratelli. Per trenta giorni respirò l'aria sottile delle Ande, strappò con i denti la carne della selvaggina abbrustolita sui fuochi del campo, dormì nelle baracche ravvolto nella calda pelle del guanaco. Si sentì meglio, ma la tosse non scomparve. I polmoni erano ormai intaccati, e il freddo delle notti finì per peggiorare la situazione.
Nel 1904 monsignor Cagliero fu nominato arcivescovo e fu chiamato a Roma dal Papa. Zeffirino, che l'anno prima aveva avuto un crollo di salute sopportato con amore grande per il Signore, lo pregò di portarlo con sé. Cagliero sapeva che in Europa la medicina era molto più avanzata che nell'Argentina di quegli anni. Ma sapeva anche che contro la tbc non esistevano cure efficaci. Consultò il vecchio Namuncurà. Solo dopo il suo consenso accontentò Zeffirino.

Morire tra gli ulivi di Roma
Sbarcarono a Genova nel torrido agosto 1904. Salirono a Torino dove li accolse paternamente don Rua, successore di don Bosco. Scesero a Roma a incontrare il Papa.
All'arrivo dell'inverno, Zeffirino tentò di riprendere i suoi studi nella scuola salesiana di Villa Sora, tra gli ulivi e le vigne della mite campagna romana. Un suo compagno di studi ricorda: «Era sempre serio, quasi mesto. Ma il sorriso brillava nei suoi occhi. In chiesa tutti lo ricordano raccolto in preghiera come un angelo».
Le cure non servirono più di tanto. Nella primavera del 1905 la febbre lo consumò giorno per giorno, fino a togliergli ogni forza. Bisbigliava: «Pregate per me, che possa guarire, diventare sacerdote... se piace al Signore». In aprile fu trasportato all'ospedale romano dell'isola Tiberina. Zeffirino sapeva che stava morendo, e chiese di ricevere ancora Gesù Eucaristia, l'«alleato» a cui era rimasto totalmente fedele. Si spense nel mattino del 1° maggio 1905.