I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

A TU PER TU

NINO GENTILE

Fabio Geda a Valdocco

Cronaca di un'intervista ad uno scrittore famoso, giovane e bravo.

Fabio Geda si aggira nel cortile di Valdocco: sta aspettando il direttore del Bollettino Salesiano per l'intervista sul suo ultimo libro: “Il demonio ha paura della gente allegra. Di don Bosco, di me e dell'educare”.
Il cortile si è rifatto il look da tempo, ma ci sono ancora lavori in corso nella zona adiacente alla chiesa di San Francesco. E lui con la sua coppola si muove verso la libreria, quasi a voler controllare se il suo libro è in bella vista. Ma dopo pochi passi si sente chiamare. Don Bruno è arrivato. Pronto a sottoporlo al fuoco di fila delle sue domande e raccoglierne le risposte. Si salutano affettuosamente, anche se non si conoscono: ma sono un salesiano e un giovane e quindi si conoscono da sempre. Registro tutto standomene vicino, quasi in disparte, ad assistere al colloquio tra due mostri per me della scrittura: il Direttore del Bollettino Salesiano, mensile fondato proprio da don Bosco, e lo scrittore che mi ha preso l'anima coinvolgendomi in questa sua ultima fatica, anche se solo di striscio. Potrei raccontarvi come è andata questa storia, ma ormai lo sanno tutti che ho presentato il suo libro qui a Valdocco con Ivan, don Guido e Chiara. Che mi sembrava di toccare il cielo con un dito.
Fabio Geda, don Bosco, Valdocco, l'Agnelli, la Playa di Catania, la formazione professionale, sala Sangalli, le arance... Incredibile ma vero!
E quindi provo a star dietro a loro, provo a registrare ogni parola, ogni emozione. Tutto si svolge in cortile, nel cortile di don Bosco, a Valdocco. Camminando su e giù fino a quando non si salutano affettuosamente e si danno appuntamento magari al prossimo libro, magari nel prossimo cortile in cui un altro salesiano saluterà Fabio così: se stai bene tu sto bene anch'io!
E allora l'intervista.

Fabio, se ti dovessi auto presentare, al di là di wikipedia, che cosa diresti di te?
Dovessi, tra le mie arruffate identità, tratteggiarne una cui sono particolarmente legato, e dovessi farne un ritratto per accumulo di gesti, luoghi e situazioni, ecco, il risultato potrebbe essere: educare, crescere, basket, prendere posizione, domande, dialogo tra le generazioni, periferia, cortile, strada, camminare in montagna, radicalità, bici, deserto, contemplazione, trascendenza e immanenza, panchine, minori stranieri, fare lavatrici di notte (questa è lunga da spiegare, ma ha a che fare con l'oratorio San Luigi di Torino), ascolto, scoutismo, Slovenia negli anni Novanta, servizio, Valdocco, treni, sacco a pelo, fare del proprio meglio. Caffè. Tanto. E potrei andare avanti.

Come ti è venuta la vocazione di scrittore?
Non ricordo quando ho iniziato a scrivere: mi sembra di averlo sempre fatto. Ma so che il primo racconto che ho fatto leggere ad altri è stato quello pubblicato da El palillo, il giornalino del mio liceo scientifico, il Marie Curie di Torino. Facevo terza. Era un racconto su un cane che andava in giro di notte a sbudellare la gente: ero un gran fan di Stephen King all'epoca! E un po' lo sono ancora. Da quel racconto in poi non ho mai smesso di scrivere. Ho fatto mille altre cose, ma ho sempre continuato a giocare con le parole. Proprio King una volta ha detto: “Io sono una di quelle persone che fatica a capire ciò che pensa finché non lo scrive.” Ecco, anch'io ho sempre usato (e ancora oggi uso) la scrittura per fare chiarezza. Quando pensi puoi pasticciare con i pensieri, ma quando scrivi no, devi scegliere le parole, devi comporre le frasi, e alla fine le frasi sono quelle, punto, e significano ciò che significano. Non hai scampo.

E quali sono i temi che preferisci?
Ognuno scrive ciò che sa, o per lo meno dovrebbe. Io ho lavorato per anni come educatore e quindi i miei temi girano attorno all'educare e al dialogo tra le generazioni. Diciamo che ho una passione per le periferie: quelle umane e quelle urbane. Mi piacciono le persone, le loro vite, mi piace vedere la gente muoversi per le strade. Quasi tutti i miei romanzi hanno al centro persone normali messe di fronte alle piccole-grandi scelte di tutti i giorni, alle piccole-grandi tragedie e alle piccole-grandi euforie dell'esistere. Poi certo, mi concedo delle divagazioni. Ad esempio ho scritto un libro che si intitola Itadakimasu, che vuol dire buon appetito in giapponese, e che è un reportage narrativo da Tokyo. Adoro il Giappone. Adoro viaggiare.

Perché un libro su don Bosco?
E la risposta inizia come a voler interpretare il cuore di tutti quelli che come me ci sono passati e ci hanno vissuto intensamente: “Perché amo il cortile e l'oratorio.”
Ma poi continua alla Fabio Geda e quindi in modo unico: “Quel tipo di relazione adulto-ragazzo ha lasciato in me una traccia indelebile. Sono ex-allievo della scuola media Edoardo Agnelli di Torino, quartiere di Mirafiori, proprio accanto alla fabbrica. Di quegli anni ricordo soprattutto l'armadio dei palloni su cui ci avventavamo per scegliere quello meno usurato, e il professore di lettere, don Saddi, cui credo di dovere parte del mio amore per la lettura. Una volta al mese entrava in classe con un carrello da mensa, in fòrmica e acciaio, carico di libri, e ci invitava a sceglierne uno di pancia, lasciandoci attrarre dalla copertina, dal titolo o dalla sinossi. Una volta letto dovevamo presentarlo ai compagni dicendo se ci era piaciuto o no, e perché. Con i salesiani ho prestato servizio come obiettore di coscienza. Da loro ho ricevuto il mio primo stipendio da educatore. Al San Luigi di Torino ho chiuso il XX secolo inventandomi un mestiere per cui non avevo studiato, l'educatore, che mi ha poi accompagnato a essere lo scrittore che sono.”

A chi pensavi scrivendolo?
E lui senza scomporsi, come al solito: “Sinceramente non pensavo a una persona, ma a un'atmosfera, un sentire. Un certo sguardo sul mondo.”

Ci sono altri “coccodrilli” nel tuo futuro?
Nel mare ci sono i coccodrilli è stato un libro per me fondamentale, di fatto quello che mi ha permesso di fare questo mestiere. Storie come quelle arriveranno sempre. E io sempre le racconterò.

Che cosa pensi dell'umanità? Ce la caveremo?
Fabio ne conosce gli odori, i sudori, le fatiche, vissuti anche sulla sua pelle.
“Sono un ottimista 'della volontà'. Diciamo che sono certo che non ce la caveremo facilmente. Ma c'è la possibilità che alla fine la ragionevolezza vinca sugli istinti peggiori e che la lucidità abbia la meglio sulla confusione. Vedo diversi problemi all'orizzonte, prima di tutto quello demografico che, unito a quello ambientale, è una vera bomba a orologeria. Ma c'è la scienza che ogni tanto ci soccorre. E c'è tanta gente di buona volontà che cerca di rendere il mondo un luogo migliore. Vedremo.”

Siamo alla fine spero perché io non riesco più a scrivere, mi si sono congelate le dita, io inizio a respirare quando la temperatura supera i 30 gradi e non sono ancora riuscito a superare la fase di acclimatamento a Torino, che dura da più di trent'anni.