I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

MARIA AUSILIATRICE

NATALE MAFFIOLI

L'altare di don Bosco

Il capolavoro dell'architetto Mario Ceradini

Idealmente la Basilica è passata da santuario esclusivamente dedicato alla Madonna alla celebrazione della figura carismatica di don Bosco e infine alla 'glorificazione' della congregazione salesiana di cui l'altare dedicato al Santo è il fulcro.

Nei 150 anni trascorsi dalla sua consacrazione, la basilica di Maria Ausiliatrice, ha visto variazioni significative sia nella struttura sia nella definizione ideale della sua realtà. Già don Rua, agli inizi degli anni novanta dell'Ottocento, un paio d'anni dalla morte di don Bosco, aveva sostanzialmente variato la 'pelle' interna ed esterna del santuario con strutture, pitture, sculture e stucchi del tutto nuovi; gli anni 1935-1940, hanno visto una trasformazione importante nell'ampliamento e nella trasformazione del suo apparato devozionale-liturgico. Per quanto riguarda gli arricchimenti ideali della chiesa, si è passati da un santuario esclusivamente dedicato alla Madonna venerata con il titolo di Aiuto del Popolo Cristiano, voluto dal fondatore, ad un edificio divenuto anche celebrazione della figura carismatica di don Bosco (e questo è stato più volte ribadito dallo stesso don Rua) fino all'ultima fase seguita alla beatificazione e canonizzazione del nostro, quando la basilica, oltre a quanto si è già sottolineato della struttura, è divenuta, con l'intervento determinante del Rettore Maggiore don Pietro Ricaldone e dell'economo generale don Fedele Giraudi, 'glorificazione' della congregazione salesiana e il nuovo altare intitolato a san Giovanni Bosco è assurto a fulcro e manifestazione di questa nuova ideale realtà.
Non si possono dunque descrivere compiutamente le vicissitudini della Basilica senza dedicare uno spazio importante all'architetto Mario Ceradini e al nuovo altare da lui ideato dedicato al santo.
Mario Ceradini era nato a Venezia nel 1864. Fu professore di architettura e maestro di disegno all'Accademia Albertina di Torino. Fu poi presidente della stessa Accademia; nel 1931 fu eletto direttore della prima Scuola Superiore di Architettura di Torino e tenne l'incarico fino al 1935.
Il primo approccio del Ceradini con la Basilica è da far risalire al 1922; l'allora Rettore Maggiore dei salesiani don Filippo Rinaldi aveva pensato all'ampliamento della chiesa madre. Si stavano avvicinando i giorni della beatificazione di don Bosco, che per lui era stato un secondo padre, e il santuario si rivelava angusto e inadatto ad accogliere un numero, sempre crescente, di pellegrini. Don Rinaldi affidò al Ceradini l'incarico di un primo studio di fattibilità dell'impresa. L'improvvisa morte di don Rinaldi, il 5 dicembre 1931, interruppe sul nascere il progetto. Toccò al successore, don Pietro Ricaldone, iniziare e portare a compimento l'impresa. Tenuto conto delle gravi difficoltà che il disegno del Ceradini avrebbe incontrato (il suo progetto prevedeva l'abbattimento quasi per intero delle primitive pareti perimetrali), don Ricaldone affidò all'architetto salesiano Giulio Vallotti il compito di una nuova progettazione. Per inciso va detto che una delle spese più pesanti all'inizio dei lavori fu la messa in sicurezza della struttura originaria perché l'antica palificazione delle fondamenta si rivelò estremamente precaria. Se al Vallotti si affidò la gestione generale dell'impresa, al Ceradini fu assegnata la progettazione del nuovo altare dedicato a don Bosco, da poco canonizzato; si trattò di una sorta di risarcimento per il fallimento del suo primo piano di ampliamento.
Fu smantellato l'altare dedicato a san Pietro (parte dei marmi e la pala originaria di Filippo Carcano furono, in seguito, collocati nella cripta sottostante la sacrestia, intitolata, appunto, a san Pietro) e nel frattempo si iniziò lo studio per il nuovo altare.
Il progetto del Ceradini rispondeva al gusto, un po' magniloquente, in uso negli edifici ecclesiastici alla prima metà del XX secolo. Certamente i committenti si aspettavano un altare che, nelle forme, glorificasse il nome di san Giovanni Bosco e vollero dall'architetto il meglio come immagine e preziosità di materiali.

Marmi colorati e preziosi
Nel progetto dell'architetto il fulcro dell'altare è l'urna, di ottone argentato e cristallo, con le reliquie del santo, ed è circondata da importanti riferimenti iconografici: il quadro del Crida, con l'immagine del santo, circondato dai giovani in venerazione della Vergine, posto sopra la custodia del corpo del santo e due statue, in statuario di Carrara, dello scultore Giuseppe Nori che affiancano la mensa a simboleggiare le virtù proprie di don Bosco, la fede e la carità (non è secondario che queste affianchino la mensa dove si celebra l'eucaristia, questo per sottolineare che le virtù don Bosco le ha esercitate traendo forza dal sacramento): la figura della fede è eretta, è avvolta in un ampio panneggio. Con entrambe le mani regge un calice sormontato da un'ostia aureolata, di contro la carità è in posizione eretta, il capo è coperto da un velo ed il corpo è avvolto da una manto sovrabbondante. Con le mani regge un cuore infiammato e aureolato.
Il singolare monumento a don Bosco fu allestito utilizzando una notevole quantità di marmi colorati e preziosi.
Da uno sguardo al complesso si capisce che il giallo di Siena è il marmo più utilizzato nelle componenti essenziali (basi, lesene, trabeazione, timpano, stipiti e sovrapporte) e in tutte le cornici della custodia del corpo del santo. L'alta base, in verde Issorie e in giallo senese, regge le quattro colonne principali in diaspro rosso di Garessio; questo marmo è impiegato anche per le specchiature della trabeazione con il nome del santo con lettere in bronzo dorato. Tutti questi elementi strutturali formano anche la parte più decorativa dell'altare; è interessante notare che tutte le specchiature marmoree e le decorazioni ad aggetto sono arricchite con cornici di bronzo dorato. Dei due plinti sovrapposti l'inferiore è arricchito da un rombo in onice antico listato con nero del Belgio e affiancato da intarsi triangolari in rosso di Numidia, al centro un monogramma raggiato di bronzo dorato con le lettere SJB (Sanctus Joannes Bosco), il superiore è “riccamente sagomato e ornato di bronzi e di intarsi con marmi preziosi”, il marmo è l'alabastro, le cornici sono di bronzo dorato, come di bronzo dorato sono le basi e i capitelli corinzi delle grandi colonne. Al centro lo spazio per l'urna del santo è sormontato dalla testa alata di un cherubino. Per il paliotto dell'altare si è fatto uso dell'onice di Locarno, suddiviso da mensole, ancora una volta, di giallo senese con intarsi in verde Issorie e ornamenti in bronzo dorato; i gradini dell'altare sono, come il resto, in giallo di Siena con intarsi di marmo nero. La balaustra in giallo di Siena è chiusa da un cancello a due battenti, in bronzo parzialmente dorato realizzato dai Luisoni su disegno del Ceradini. I due spigoli anteriori, concavi, proteggono due rocchi di colonna di Issorie con contenitori in bronzo dorato, decorati con rami d'ulivo, per raccogliere le offerte. Per i pavimenti, sia per quello del presbiterio sia per quello dello scurolo, si è utilizzato il broccatello di Siena, verde Issorie e macchia rossa; sul piano di calpestio sono stati posati ampi inserti con monogrammi di don Bosco e iscrizioni a rilievo in bronzo.
Le pareti dello scurolo sono rivestite dei marmi più intriganti: domina, come al solito, il giallo di Siena ma non manca il rosa di Candoglia e altre brecce pregiate. L'attenzione dell'architetto è rivolta anche all'interno dell'alloggiamento dell'urna che lo ha arricchito con specchiature in onice di Locarno, marmi preziosi e pietre dure. Non mancano qui, come altrove nell'altare, decori in bronzo cesellato e dorato.
Verso la fine del 1936 si realizzò in cemento armato la cupola ellittica sovrastante il loculo situato dietro l'altare. Il Ceradini si impegna, verbalmente, con la ditta Crovatto, che dovrà realizzare la decorazione a “mosaico e smalto e ori di Venezia”. La decorazione, certamente progettata dal Ceradini, include una fascia con i simboli dello zodiaco. La chiusura dell'occhio superiore fu eseguita in bronzo dalla ditta Chiampo.
Le parti marmoree sono spesso arricchite con decorazioni in bronzo dorato; cornici, palmette, fiori e realizzati dalla fonderia Lomazzi su disegno dell'architetto.
Una descrizione a parte merita l'esecuzione del tabernacolo e del gradino dei candelieri. Agli inizi del 1937 il Ceradini fornisce “in grandezza naturale di esecuzione due tavole” alla ditta G. Fiaschi di Pietrasanta (Lc) per l'esecuzione, in lapislazzuli e malachite, delle specchiature del gradino dei candelieri ornate in cornici e bronzo cesellato e dorato fornite dalla ditta Lomazzi. Tra le specchiature l'architetto ha previsto la collocazione di quattro piccole statue, in bronzo dorato, raffiguranti le virtù cardinali: prudenza, giustizia, fortezza e temperanza. Agli inizi il tabernacolo avrebbe dovuto essere ricavato da un blocco unico di onice di Locarno e l'incorniciatura è decorata con inserti di malachite e lapislazzuli arricchiti con cornici e decori in bronzo dorato. Attualmente la portina del tabernacolo è decorata con giada e lapislazzuli e, al centro, campeggia la figura dorata dell'Agnus Dei. L'esecuzione di sei candelieri grandi, quattro medi e della croce, tutti in bronzo dorato, fu affidata alla Scuola Superiore d'Arte Cristiana Beato Angelico di Milano.
I due cancelli di accesso allo scurolo, realizzati in bronzo in parte dorato, sono a scomparsa nelle pareti laterali. L'accesso, profilato in giallo di Siena, è sormontato da due sovrapporte con i ritratti dei pontefici più vicini al nostro, Pio IX e Pio XI realizzati in marmo statuario di Carrara. Entrambi i papi avevano avuto a che fare con don Bosco: il primo lo apprezzò e lo protesse nelle travagliate vicende dell'approvazione della congregazione salesiana, il secondo lo incontrò, ancora giovane prete, a Valdocco, pranzò alla sua mensa, lo beatificò e lo canonizzò.
Le due immagini clipeate sono sormontate dagli stemmi personali dei due papi realizzati in lapislazzuli e pietre dure dalla ditta Fiaschi di Pietrasanta coronati dalle tiare con festoni in bronzo dorato. I due ritratti sono segnati da un intenso realismo e sono opera dello scultore torinese Roberto Terracini; a causa della loro ubicazione sono poco visibili e pochissimo conosciuti, meriterebbero una maggiore considerazione per la finezza dell'esecuzione e la precisione dei lineamenti. Anche il coronamento dell'altare fu realizzato da uno scultore importante. I due angeli collocati sulle due parti del timpano spezzato che reggono lo stemma della Congregazione salesiana sono lavori importanti dello scultore torinese Emilio Musso. Lo stesso scultore ha realizzato, in bronzo, l'angelo della chiave di volta della tela del Crida.
Interessante una lettera dell'architetto Ceradini a don Giraudi, che il 15 gennaio del 1938 gli comunica che il suo precario stato di salute gli crea notevoli problemi. L'architetto morì a Sanremo (IM) nel 1940.

IL QUADRO
La pala è stata realizzata nel 1940 dal pittore Paolo Crida (1886-1967). Il dipinto, centinato, raffigura don Bosco, con talare e mantellina, che presenta un gruppetto di ragazzi davanti ad un'immagine dell'Ausiliatrice con il Bambino, seduta su un alto trono. Il seggio è collocato di sbieco, formato da un piedistallo marmoreo con specchiature colorate, lo schienale, coperto da un drappo, è compreso tra due colonnine di marmo venato con capitelli ionici e sormontate da una trabeazione aggettante. Tre angioletti svolazzanti occupano la porzione di cielo libera. Sulla sinistra della composizione, due chierichetti, con talare bianca e cotta, assistono alla scena in ginocchio.