I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

SALESIANI NEL MONDO

GIAMPIETRO PETTENON

Tra fiumi, stelle e ippopotami
Senegal e Gambia

I diamanti nei rifiuti

Il Senegal è una terra da cui partono molti giovani verso l'Europa, in cerca di fortuna.
Il Gambia è l'ultimo avamposto missionario della nostra Congregazione. Qui i Salesiani continuano un'opera fiorente di progetti scolastici, professionali e pastorali.

Siamo arrivati in Senegal. Sbarcati con l'aereo a Dakar, abbiamo preso subito l'auto e siamo andati in direzione est, nell'entroterra senegalese per circa 500 chilometri, vicino al Mali e al fiume Gambia, che proprio in questa zona dà origine allo stato del Gambia. Siamo a Tambacounda, capitale dell'omonimo distretto. È una città che ha ben poco di occidentale... ci vivono circa cinquantamila persone in una distesa continua di casette, baracche, tettoie improvvisate. Non si vedono edifici alti, né tantomeno centri commerciali. Le strade asfaltate sono due e si incrociano al centro della città, il resto delle strade sono sterrate e polverose. Numerose sono le autovetture e le moto, ma altrettanti sono i carretti tirati dagli asini e le pecore che tranquillamente pascolano ai bordi delle strade. Il clima è caldo e secco. Ad inizio marzo si arrivano a sfiorare i 40 gradi, ma nella stagione calda è normale arrivare anche a 50 gradi. In compenso le notti sono fresche, e appena scende il sole si sta proprio bene.

“Stop Tratta”
A Tambacounda i salesiani sono presenti dai primi anni '80. L'opera di Don Bosco è stata fondata dai salesiani spagnoli ed ora è gestita da due missionari spagnoli e un senegalese. Ci sono la parrocchia cattolica - il Senegal è a maggioranza musulmana - l'oratorio festivo e un bel centro di formazione professionale che impegna 210 ragazzi nei settori della meccanica d'auto, motoristica dei mezzi agricoli ed elettricità, attività professionali grazie alle quali i ragazzi formati trovano poi un'occupazione. Il distretto di Tambacounda è prevalentemente agricolo. Oltre all'agricoltura di sussistenza delle famiglie, che coltivano la terra solo nella stagione delle piogge (da giugno a settembre), ci sono grandi proprietà terriere che beneficiano dei pozzi che si sono costruiti, in cui si coltivano in maniera intensiva frutta, ortaggi e soprattutto le arachidi, retaggio dell'attività coloniale francese.
Il Senegal purtroppo è una terra da cui partono molti giovani verso l'Europa, in cerca di fortuna. Sappiamo poi come va a finire, quando la nostra TV ci racconta di barconi stracarichi di migranti che rischiano di affondare nel Mediterraneo.
Missioni Don Bosco è impegnata dal 2015 con un progetto che abbiamo chiamato “Stop Tratta” e che stiamo portando avanti insieme al VIS di Roma - Volontariato Internazionale per lo Sviluppo - è la ONG dei salesiani d'Italia e coopera con progetti di sviluppo alle opere presenti nei paesi in via di sviluppo.
Vedendo il dramma dei migranti soccorsi in mare e poi la situazione precaria dei centri di accoglienza in Italia, noi salesiani abbiamo progettato di sostenere attività di formazione professionale e alcune start up d'impresa vicino alle opere salesiane già presenti nei paesi dell'Africa sub sahariana. Con questo progetto stiamo operando in Ghana, in Etiopia, in Nigeria e in Senegal. Contiamo di aprire nuove iniziative di avviamento al lavoro in altre opere salesiane di questi paesi già citati e in altri in cui siamo presenti: Sierra Leone, Mali, Togo, Benin.
A Nettebolou, un villaggio vicino a Tambacounda, grazie all'aiuto dei benefattori di Missioni Don Bosco abbiamo sostenuto l'avvio di un orto coltivato da Adama, un giovane senegalese di 25 anni. Il progetto ci è stato presentato dall'Associazione Don Bosco 2000-presidio VIS con sede in Sicilia, fondata e gestita dai cooperatori salesiani di Catania.
Ci hanno invitato all'inaugurazione dell'orto. Una festa in piena regola a cui hanno partecipato un centinaio di persone: il sindaco del comune, il capo del villaggio, l'imam islamico, i responsabili di aziende agricole della zona, la famiglia allargata di Adama che è fatta di molti figli e nipoti di uno stesso padre. La poligamia nelle zone rurali è ancora ampiamente praticata, favorita anche dalla religione islamica.
La cosa bella è che questi orti di circa un quarto di ettaro, poiché sono irrigati da un pozzo alimentato da pannelli fotovoltaici, permettono di coltivare ortaggi per la famiglia e anche da vendere al mercato soprattutto nella stagione secca, in cui la terra generalmente non viene coltivata.
Quello di Adama non è l'unico orto già realizzato, ce n'è un altro a Wassadou, villaggio sparso nella savana senegalese vicino al grande fiume Gambia dove abbiamo visto gli ippopotami, i varani, le scimmie, tanti uccelli acquatici. Un ambiente naturale fantastico.
La particolarità di questo secondo orto è che viene gestito da due giovani senegalesi, migranti di ritorno. Sono giovani arrivati in Italia con i barconi, accolti dall'associazione Don Bosco 2000 a Catania. Hanno accolto la proposta di rientrare nel proprio paese di origine, aiutati in questa start up di impresa agricola.

La rinascita difficile del Gambia
Dopo aver visitato il Senegal, in auto siamo arrivati in Gambia.
Il Gambia è uno dei più piccoli stati dell'Africa, grande quanto il nostro Trentino Alto Adige, abitato da circa 2,7 milioni di persone. In gran parte sono della medesima etnia che popola il Senegal, i Mandinga. Però nel periodo del colonialismo l'estuario e gran parte del corso del fiume Gambia erano controllati dagli inglesi, i francesi invece avevano il Senegal. Così i due imperi coloniali hanno deciso a tavolino di creare due stati, separando, con una riga tirata dritta, territori e popoli che erano sempre vissuti insieme.
Questo paese negli ultimi vent'anni è stato governato da un dittatore feroce e spietato che ha isolato il Gambia dagli altri Stati africani e dalle relazioni internazionali. Solo da tre anni la situazione è cambiata e ora il governo del paese sta aprendosi a nuove relazioni.

Una parrocchia e una grandissima scuola
Noi salesiani siamo appena arrivati in Gambia, è il 133° paese del mondo che vede la presenza dei figli di don Bosco. Ci ha chiamati il vescovo locale e ci ha chiesto di subentrare ad una congregazione africana che, a causa della scarsità di vocazioni, non ce la faceva più a garantire la presenza a Kunkujang, un villaggio 30 chilometri a sud dalla capitale Banjul. Questo villaggio e le zone circostanti sono abitati da moltissimi cristiani cattolici anche se il Gambia, come il Senegal, è a maggioranza musulmana.
Il fenomeno è dovuto alla presenza di numerosi profughi e rifugiati della Guinea Bissau, che nelle lotte tribali e per la libertà degli anni '70, avevano trovato accoglienza in questi territori poco abitati. In Guinea infatti la popolazione è prevalentemente cattolica.
Il clima a Kunkujang è caldo di giorno ma fresco la notte. Si dorme proprio bene. E prima di andare a dormire uno spettacolo impagabile lo offre il cielo stellato. Da restare a bocca aperta! Dopo il tramonto, nel silenzio del bush, senza inquinamento luminoso perché l'energia elettrica a Kunkujang non c'è, senza i fanali delle auto che da queste parti di notte non passano perché le piste sono praticabili solo di giorno quando si vedono bene buche e rami da schivare, starsene in silenzio qualche istante ad ammirare il cielo è una bellissima forma di preghiera.
La comunità salesiana è un chiaro esempio di internazionalità. Sono quattro confratelli, di cui tre sacerdoti ed uno studente di teologia. Padre Piotr, il direttore, è un missionario polacco che dopo quindici anni passati in Ghana ha accettato di fondare questa nuova presenza. Padre Juan Carlos, il parroco, è anch'egli un missionario proveniente dal Perù con una ventennale presenza nelle opere salesiane dell'Africa occidentale. C'è poi padre Peace, africano della Nigeria, che svolge il compito di economo e vice parroco. Infine Sheldon, il giovane studente, è un indiano di Mumbay che si è reso disponibile per fare il missionario in Africa e ci è già giunto per completare gli studi teologici e così diventare sacerdote. Quattro confratelli, provenienti da quattro diversi paesi, di quattro diversi continenti. “Vivere e lavorare insieme è per noi salesiani un'esistenza fondamentale” dice la nostra Regola di Vita, ma è anche una sfida, aggiungo io, ed una vera testimonianza di vita cristiana!
L'opera pastorale che ci è stata affidata è proprio salesiana: una parrocchia di circa cinquemila fedeli sparsi in ventidue comunità più o meno lontane dal villaggio e una grandissima scuola, dalla materna alle superiori, frequentata da duemila studenti.
La missione è stata fondata nel 1972 dai padri della precedente congregazione, quindi ha quasi cinquant'anni... e li dimostra tutti! Infatti negli ultimi dieci anni i padri missionari, anziani e pochi, non hanno più visitato molto le cappelle sparse nel bush - la savana abitata -, hanno trascurato la formazione dei docenti della scuola e non hanno più seguito la manutenzione degli edifici. Il lavoro dunque non manca. E i nostri confratelli salesiani in questi primi pochi mesi di presenza in Gambia si sono subito rimboccati le maniche. Vivendo giorno dopo giorno insieme alla gente del posto, visitando tutte le comunità cristiane, animando e assistendo i ragazzi della scuola, affiancandosi ai docenti, con semplicità e tanta disponibilità stanno conoscendo i luoghi, le persone, le situazioni, i problemi e le priorità su cui concentrare le forze. Sì perché fare tutto e subito immaginando un'opera con impronta salesiana, come altre che hanno decenni di vita, sarebbe una pia illusione. Ci vuole tempo e tanta dedizione.
Nel dialogo con i salesiani è emerso che la priorità che si sono dati è l'apertura dell'oratorio. Unica struttura educativa rivolta ai giovani, che in questa missione non c'era. Anche questa volta, come fece don Bosco a Valdocco nella Torino di metà Ottocento, cominciamo da un oratorio.