I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

LE COSE DI DON BOSCO

JOSÉ J. GÓMEZ PALACIOS

Casa Moretta

Avevo uno strano “angelo custode” che mi sorvegliava dall'alto: la forca per i farabutti impiccati al Rondò, proprio all'ingresso di Torino.
Ero una delle case isolate della periferia nord. Eravamo case poco amate perché i nostri abitatori cambiavano spesso. Erano carrettieri, mercanti, gente di passaggio. Ero una casa dignitosa, avevo cantina e stalla, nove stanze abitabili al pianterreno e per due scale di legno si saliva al piano superiore dove un lungo ballatoio dava accesso ad altre nove camere. In prossimità c'era un pozzo. A levante c'era uno stretto sentiero che dava sui prati.
Il mio proprietario era un bravo prete che si chiamava don Moretta. Affittava le mie stanze a richiesta. Per me era una vera noia.
Fin quando, un freddo giorno d'inverno, arrivò don Bosco con una masnada di ragazzi. Affittò tre stanze, che si riempirono di schiamazzi, di confusione e di gioia. Per divertire i ragazzi, in uno spazio così stretto, don Bosco incantava i ragazzi con giochi di prestigio che lasciavano tutti a bocca aperta. Io compresa. Diede inizio pure a dei serissimi corsi serali di scuola. In pochissimo tempo, arrivarono duecento e più allievi.
Furono in tutto quattro mesi felici e chiassosi. Certo, tutti quei ragazzi stavano un po' allo stretto, ma erano contenti di avere un luogo tutto per loro dove ritrovarsi d'inverno. Purtroppo mancava una cappella e quindi alla domenica si spostavano tutti in una chiesa grande o di solito alla Consolata, che era poco distante.
Cominciavo ad essere fiera di me stessa, ma nel marzo del '46, don Moretta mostrò a don Bosco un fascio di lettere. Erano le proteste degli altri inquilini. Stremati dalla cagnara, dal continuo rumore dell'andare e venire dei ragazzi, dichiaravano che se ne sarebbero andati tutti se non cessavano immediatamente le riunioni del cosiddetto “oratorio”.
Il giorno dopo, vidi che don Bosco stava trattando l'affitto del prato a cinquanta metri da me. Non c'era proprio niente che potesse fermarlo.
Così tutti quei ragazzi non abitavano più nelle mie stanze, ma potevo ancora vederli alla domenica, rincorrersi e sbizzarrirsi. Seduto su una panca, don Bosco confessava.
Verso le dieci rullava il tamburo e i giovani si incontravano, poi squillava una tromba e tutti partivano verso la chiesa della Messa.
Sapevo che quell'oratorio sul prato non sarebbe durato. Sentivo le voci che si rincorrevano per le mie scale e i miei balconi: «Quel prete è matto!», «Il sindaco ha mandato la polizia a sorvegliarlo!», «È ora di finirla con quei ragazzacci che girano con il coltello in tasca!». Era come il brontolio di un temporale che si sta addensando all'orizzonte.

La storia
In seguito, nel 1848, don Bosco comprò all'asta la casa del defunto don Moretta e il terreno annesso, la rivendette l'anno dopo e la ricomprò definitivamente nel 1875. Rifatta interamente, divenne il primo oratorio femminile diretto dalle Figlie di Maria Ausiliatrice.