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Testimonianza di P. Pappy Reddy sdb

Don Pappy Reddy è un giovane missionario salesiano, proveniente dall'Ispettoria di Gwahati, India (ING). Subito dopo la sua ordinazione sacerdotale è stato inviato per l'apertura della presenza salesiana nell'insediamento di rifugiati a Palabek, Uganda, nel 2017. Attualmente è missionario nel Sud Sudan.

Sono padre Pappi Reddy. Sono Indiano e sono venuto in Uganda a lavorare nel campo profughi di Palabek. Vengo dall'Ispettoria nord-orientale che si chiama Ispettoria di Guwahati. Sono un prete novello; sono stato ordinato 3 mesi fa e sono venuto come nuovo missionario.
Il luogo si chiama “Don Bosco Palabek refugee settlement” e si trova al confine tra Uganda e Sud Sudan, nel distretto di Lamwo. Dal confine ugandese al Sud Sudan ci sono solo 40 km. Nel campo ci sono 43.000 persone.
Qualche mese fa, queste persone mentre stavano lavorando nei loro campi hanno sentito degli spari e non sapevano esattamente che cosa fare nelle loro case. Hanno preso i pochi bambini che c'erano intorno e sono corse nella foresta per due giorni senza nulla.
Ci sono persone che arrivano anche ora per problemi di sicurezza, familiari, soprattutto per l'educazione e il cibo.
La mia esperienza nel campo in questo breve tempo è stata forte e arricchente. Ci sono stati momenti in cui mi sedevo con le persone e piangevo, perché le loro storie erano così toccanti e commoventi. Non hanno cibo, vestiti, sono preoccupati per i figli sparsi nel campo, alcuni loro famigliari sono morti lungo la strada. Era molto duro ascoltare questi racconti.

Una cieca
Dopo due mesi che ero nel campo, una domenica ho battezzato trenta persone in una piccola cappella. Dopo la messa una donna cieca è venuta da me e mi ha chiesto: «Padre per favore apri il Vangelo di Giovanni e sottolinea i versi in cui dice “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito”». Rimasi sorpreso che lei fosse cieca, non poteva leggere né vedere. Ho fatto ciò che mi aveva chiesto; ho aperto il Vangelo, ho sottolineato le parole e gliel'ho dato. Dopo un po' ha preso la Bibbia ed è andata all'entrata della chiesa. Dato che la Messa era finita, le persone passavano di lì, lei le fermava e invitava ogni persona a unirsi in gruppo, dicendo: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito”. Le persone si sedevano, l'ascoltavano e le parlavano.
Lei era cieca; e noi non ci aspettavamo che una persona cieca potesse fare qualcosa di grande. Questa donna era piena della forza di Dio e andava in giro a diffondere la buona novella.
È stata una delle esperienze più belle che mi ha permesso di vedere che Dio mi aveva mandato qui con uno scopo: fare qualcosa per queste persone, anche in situazioni devastanti. Questo è stato un incoraggiamento enorme per me.

«Potevo solo piangere»
Io non uso mai la macchina nel campo perché le persone non pensino che esistano Padri ricchi. Per questo prendo la bici, vado, mi siedo, parlo con loro, giro.
Dopo 3 mesi e mezzo della mia permanenza ho creato, nel campo, il gruppo dei giovani. Ci sono stati alcuni giovani che sono venuti da me e mi hanno detto: “Padre noi abbiamo bisogno di parlarti”. E io ho risposto: “Certo, non c'è nessun problema”.
Mi hanno preso da parte e mi hanno chiesto: “Possiamo farti una confidenza?”. E io ho detto: “Sì, sono qui per aiutarvi”. Mi hanno detto: “Visto che tu aiuti i giovani vogliamo portarti in un posto dove ci sono due ragazzi che stanno molto male”. E io ho detto: “Ok”. Mi hanno portato in un posto in cui io ho aperto una cappella che si chiama Domenico Savio. Quando sono arrivato lì, c'erano due ragazzi giovani sdraiati. Ho chiesto: “Cos'è successo? Com'è possibile che loro siano in queste condizioni?”. “Padre, loro non hanno nessuno. Sono arrivati qui dopo due giorni di cammino nella foresta. Non hanno cibo, non hanno vestiti e sono praticamente in punto di morte”. Sono andato immediatamente a casa a prendere qualcosa da mangiare per loro. Ho preso alcuni vestiti dal container e li ho dati loro. Io mi sono seduto, li ho ascoltati e ho parlato loro.
Mentre ascoltavo le loro storie su come erano scappati dalla guerra, dalla situazione che c'è in Sud Sudan, come erano arrivati qui, io non sapevo davvero che cosa fare. Ero seduto e piangevo. Dopo un pochino mi hanno detto: “Padre, grazie, grazie per essere venuto. Tu sei venuto da noi come Dio per aiutarci”. Ed io ero molto toccato. Ho davvero sentito perché Dio mi ha mandato in questo posto. Io credo che ci sia uno scopo per ogni cosa.
Questa esperienza drammatica, ma bellissima, mi ha aiutato a rafforzare il legame con i giovani. Adesso quando vado in giro i ragazzi mi chiamano “Abuna, ciao! Abuna, ciao! Vieni, vieni!”. E sono felice di aver imparato la loro lingua. Celebro la Messa nella loro lingua. Riesco a conversare ad un livello base nella loro lingua.
Per me è bellissimo e ringrazio Dio per questo e per l'esperienza che ho fatto. Dico ai miei superiori: Per favore non mandatemi via troppo in fretta da qui.