I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

L'INVITATO

GILLES BOIERU con ALBAN PELLETIER

Paso doble con Cristo e don Bosco

La magnifica storia di Gilles che oggi è Novizio salesiano.

Che bambino sei stato?
Sono nato in un'epoca in cui i computer ed i selfie non esistevano per i comuni mortali. Mio padre era uno studente di ingegneria audiovisiva e la mia mamma una studentessa di chirurgia traumatica. Amavano far spesso festa, allora siccome volevo partecipare, sono nato prematuramente, in piena festa, tre giorni prima della data prevista.
A tre o quattro anni, mio papà mi invitò a fare una lettera a Babbo Natale. Mi ha raccontato che, non sapendo scrivere, gli avevo dettato la lettera. “Allora, Gilles, come si comincia? gli risposi: «Scrivi: Carissimo Babbo Natale» Allora scrisse, a grandi lettere, poi mi disse: «Che cosa vuoi chiedergli?» gli risposi: «Voglio tutto!». Tentò di spiegarmi, senza successo, che bisognava pensare agli altri... eccetera... Secondo quello che mi ha raccontato, l'ho guardato fissamente, aggrottando le sopracciglia e rispondendo seccamente: «Allora, togli Carissimo!»

Religiosamente, com'era la tua famiglia?
Tutta la mia famiglia è atea. I miei genitori, loro, erano agnostici. Ma una tradizione rimaneva tra noi. Ogni anno mia madre decorava un grande abete che saliva fino al soffitto e mio padre costruiva un immenso presepio con almeno due centinaia di santoni (statue del presepio) della Provenza, ereditati da suo nonno. Per fare la neve, prendeva della farina. Per fare la paglia, prendeva degli spaghetti. Per la terra prendeva polvere di cioccolato. Così, ogni mattina, si ritrovavano tracce di zampe tra i personaggi: era il gatto che aveva fatto baldoria durante la notte. Infine, ogni sera di Natale, mio Padre metteva un disco: era il racconto della Pastorale dei santoni della Provenza.

Come hai incontrato Dio?
Avevo probabilmente 4 o 5 anni. Passavo le vacanze con la mia nonna paterna, Lucie, che andava a riposarsi alle Terme di Vichy. Per me, la nonna è la persona più formidabile al mondo. Lei è l'unica che mi ha accompagnato nella mia vita di Fede e che mi ha educato. Non era facile, vivendo in un ambiente familiare ateo con genitori agnostici, ma mi lasciavano libero.
Avevamo ogni estate la stessa camera d'albergo, il cui balcone si apriva proprio di fronte ad una chiesa dove le porte erano spalancate. E dal balcone si vedeva da lontano nel fondo nero qualcosa che brillava. Supplicai nonna di andare a vedere che cos'era, e lei mi spiegò che era una croce. Questa immagine mi è sempre rimasta.

I tuoi primi studi?
Ho fatto i miei primi studi al Collegio St Nicolas: ho fatto così la cresima all'età di dieci anni, come si faceva all'epoca. Comunque, ricevei a dieci anni il più bel regalo che i miei genitori mi abbiano offerto: il libro del «Milione» di Marco Polo. Ancora oggi c'è un passaggio che mi sconvolge e che, credo, ha dato il “la” a tutta la mia vita. È il passaggio in cui Marco è incaricato nel nome del legato del Papa di rimettere all'imperatore mongolo Kublaï Khan una croce, decorata di pietre preziose. (Proprio ciò che detesto). Al ricevere questo regalo, l'imperatore si stupisce: “Come è strano, che voi cristiani abbiate fatto di un oggetto di supplizio fatto per dare la morte, un oggetto bello da guardare e che dà la vita.” Ouah! Proprio lui, che non conosceva il Dio di Gesù Cristo e mai aveva sentito parlare di Lui, aveva capito che cos'era la risurrezione!

L'incontro con la Chiesa, com'è avvenuto?
Aspettavo con impazienza le vacanze scolastiche; perché partivo per i campi estivi con la “Città dei Giovani”, un'associazione cattolica molto aperta già all'epoca: di quel tempo ho ancora amici e amiche. Mi ricordo che nei campi divoravo spesso la collezione «belle storie e belle vite», ogni album raccontava la vita di un santo.
Ho avuto la fortuna di avere incontrato donne e uomini di ogni età: catechiste, animatori, laici, religiosi, preti, vescovi che sempre mi hanno presentato un viso «felice» della chiesa.

Come sei entrato nel mondo della Danza?
Non ho mai voluto essere ballerino: volevo essere direttore di orchestra. Verso i dieci anni, come molti bambini, avevo un inizio di scoliosi. Mia madre, in quanto medico, non poteva trattare lei stessa il mio caso. Un pediatra amico suo le suggerì di farmi fare danza classica. Allora iniziai i primi corsi di danza, e ci presi gusto. Un'insegnante mi iscrisse ad una selezione internazionale. Cominciò così la mia carriera di “ballerino” professionista, in una grande e celebre compagnia, sempre in tournée per il mondo.
Dovunque andavamo, avevamo 120 persone che si occupavano di noi. Era una vita comunitaria senza noviziato. Arrivato nel 1983, ero stufo dei giri, perché questa vita frenetica è tanto estenuante. Ho quindi smesso di ballare, e ho iniziato studi teologici. Nel 1986, accettai la proposta del mio capo, divenendo part-time uno dei suoi assistenti e, promosso coreografo, sono entrato “nella vita degli altri” in più di 80 paesi del mondo.

Però hai visto il mondo!
Molti mi chiedono: “Tra tutti i paesi che hai visitato, qual è il più bello per te?” Ho sempre risposto: tutti. Ogni paese, anche il più povero ha la sua propria ricchezza e, come un cercatore d'oro, mi sento chiamato a raccogliere altrettante pepite da portare all'altare, rendendo grazie perché conoscano la Sua Salvezza. Questo mi fa ricordare una frase che attraversa di parte in parte tutta la Bibbia: «Dio è qui, ed io non lo sapevo»! (Genesi 28,16)

Un ricordo dal tuo scrigno...
Una volta in un paese dell'Africa equatoriale, ero ancora in tour con il balletto e piuttosto arrabbiato, non so perché. Avendo tre giorni liberi, andai a trovare nella boscaglia un prete amico che gestiva un lebbrosario. C'era nel recinto di quest'opera una piccola cappella fatta di fango, non molto grande. La sera, sono venuto a sedermi su una delle assi che erano usate come panchina. Ho sentito la porta aprirsi e un fruscio come se un corpo si stesse lentamente trascinando verso l'altare. Era un lebbroso che, con quello che restava delle sue gambe, si stava sedendo all'altare e diceva: «Ah! Gesù, sono felice perché stamattina qualcuno mi ha detto “buongiorno”. Sono qui per dirti grazie e buona notte, Gesù». E se n'è andato via. Non so chi fosse, ma mi ha fatto la più bella omelia della mia vita. E non ero più arrabbiato.
In Madagascar, un sacerdote, amico mio, mi disse: “Guarda quell'anziana: non sa né leggere né scrivere, eppure, guarda bene, porta sempre una Bibbia nella tasca del suo grembiule. Vai a chiederle perché, dato che è analfabeta”. Mi avvicinai a lei e le feci la domanda. La donna mi rispose: “Non ho studiato, non so leggere o scrivere, sono considerata un po' pazza. Non importa! La sera, quando mi stendo sul mio giaciglio, metto la mia Bibbia sotto la testa come un cuscino, perché forse la Parola di Dio mi entrerà nella testa e questo è abbastanza per me e mi fa felice.”

Come hai conosciuto don Bosco?
Durante i campi con la Città dei Giovani, diventai animatore. Là, credo di aver fatto “il don Bosco” senza saperlo, perché una sera, al “quinto pasto” che si prendeva tra animatori alla fine della giornata, il nostro Direttore ci annunciò che sarebbe stato il suo ultimo campo estivo con noi. Grande smarrimento di tutti: non ce l'aspettavamo. Poi dopo questo triste annuncio, venne ad appostarsi dietro di me, pose le sue due mani sulle mie spalle ed esclamò a voce alta: “Ma vi propongo di prendere Gillou come nuovo direttore”. In quel preciso momento, non sentivo più niente: né gli applausi, né gli auguri. Mi tornava in testa tutto quello che avevo fatto subire ai precedenti direttori: quante sciocchezze avevano dovuto sopportare!

Quali sono stati i tuoi studi preferiti?
Ho iniziato gli studi di teologia all'istituto Cattolico di Parigi. La teologia mi ha reso libero. Non per trovare la Fede, ma per appoggiarla su basi solide ed elaborare il mio proprio discorso su Dio. All'epoca del primissimo corso di teologia dogmatica, intitolato “Mistero cristiano”, il nostro professore ci diceva: “Il giorno in cui saprete tradurre il vostro discorso teologico nel linguaggio di un bambino di 8 anni, là potrete dire che siete pastori; perché se siete degli apprendisti teologi, dovete essere anche degli apprendisti pastori».
Quando mi sono impegnato a scrivere la mia tesi di dottorato non sapevo che ci sarebbero voluti tredici anni della mia vita per scrivere 1628 pagine... L'ho scritta per tre quarti sull'aereo. L'ho sostenuta in Svizzera, nel campo della storia dell'arte e della teologia, con il titolo: “Dal Signore della danza al Cristo coreografo”. Ho fatto parte di diverse commissioni liturgiche per più di 35 anni (parrocchie, eventi diocesani, nazionali e internazionali, accompagnamento di gruppi di giovani, formazione di animatori...), e ho partecipato all'organizzazione della GMG di Parigi del 1997. Mi ricordo che, dopo la GMG di Parigi, tutti i vescovi di Francia, specialmente i più duri, erano in una nuvola di elogi. Ma io non dimentico che sono stato costretto a portare fuori della sacrestia a forza un vescovo, paralizzato dalla paura. Infatti, non aveva mai parlato ai giovani in pubblico... e c'erano più di 2000 giovani che aspettavano la catechesi.

E adesso?
Non è un caso se mi trovo in don Bosco e in voi. Don Bosco è stato soprannominato in Francia “il San Vincenzo de' Paoli dei giovani poveri”. Dopo aver condiviso sei anni con i lazzaristi (i preti di San Vincenzo), loro mi hanno consigliato di andare dai salesiani per rispondere a ciò che il Signore mi chiedeva: sei fatto per camminare e accompagnare i giovani... Signore, rileggendo la mia storia, insisti e trovi sempre nuovi mezzi per dirmelo: quindi, ok, mi sento sconfitto, eccomi, hai sempre l'ultima parola, ma sei tu ad averlo voluto! Le mie mani sono vuote ma sono calorose. Tu vuoi che io presenti a Dio ogni giovane come il tuo Cristo mi ha presentato a te, Padre, così che io possa essere il suo amico. E a mia volta, Gesù mi chiede di andare a cercare altri più giovani ancora in modo che possano essere accettati come amici del Signore. È una tradizione dei secoli scorsi in Francia. Quando qualcuno voleva che un ragazzo diventasse il suo amico, doveva prima presentarlo a suo padre e quest'ultimo doveva dare la sua approvazione: sì, accetto che tu sia l'amico di mio Figlio: ti riconosco e mi fido di te.
Questo è bellissimo!

VORREI DIRVI...
Nel seno della Danza come coreografo e come animatore liturgico, sono stato portato a riflettere sull'affermazione del filosofo Friedrich Nietzsche: “Non saprei credere in un Dio che non sapesse danzare”. Quando percorro la Bibbia, l'arte più citata è la Danza. In Ebraico esistono otto verbi per indicare l'atto del danzare. Mi ricordo di quello che diceva il profeta Sofonia - è Dio che parla: “Verrò in mezzo al mio popolo e ballerò per lui, e finalmente conoscerà la gioia” (Sof. 3,17). Dio danza di gioia, non all'esterno ma all'interno del suo popolo, che conoscerà la gioia! Oggi, in questo tempo di noviziato in comunità salesiana, ho scoperto e testimonio: quando don Bosco incontrava uno dei suoi fratelli o educatori stanchi e tristi, lo invitava ad andare alla “fontana”. Nel cortile di Valdocco in quel tempo, i giovani facevano la fila per “bagnare” la loro pagnotta e ammorbidirla. La lunga fila diventava di fatto una liturgia della parola. I ragazzi parlavano del loro quotidiano, fatto di gioie e di fatiche. La pompa sostituiva la corda e la puleggia del pozzo della “Samaritana”. Quanti urli hanno cantato, quante parole dette o non dette hanno proclamato una liturgia della Parola incarnata che invitava alla condivisione! Ecco! Far circolare questa Parola plasmata delle nostre umanità celebrando il Dio di Gesù Cristo “pane spezzato per un mondo nuovo”. Don Bosco ci invita oggi a riprendere questo cammino di Emmaus, nel quotidiano e per domani, per rompere il pane duro delle nostre realtà. Ha bisogno di noi per “intenerirlo” attraverso la nostra azione che diventa Parola di Dio. È arrivato il tempo che le nostre liturgie riscoprano questa presenza sempre in cammino, dove Colui che accompagna elemosina un po' d'acqua sul bordo dei nostri pozzi di Samaria. In Genesi 1,1 “lo Spirito del Signore danzava sulle acque”. Quindi conservo, “come inciso su una piastra di bronzo” (Job 19, 23-27), nel silenzio del mio cuore, questo sorriso pacificato di tanti giovani che tengono in mano il loro pezzo di pane, fatto di tanti momenti di vita che sono tanti grani da macinare nei Mulini delle nostre “Galilee”. Adesso, in Chiesa, nelle nostre comunità Salesiane, nello stile di Giovanni BOSCO, posso testimoniare: so su quale piede danzare!