I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

LA STORIA SCONOSCIUTA DI DON BOSCO

FRANCESCO MOTTO

La fine del match

Il Papa lo chiama a Roma, insiste... e don Bosco non si muove

La vicenda dei sofferti dissidi fra l'arcivescovo di Torino monsignor Gastaldi e don Bosco (e don Bonetti) è nota; ultimamente però sono emersi inediti particolari sui mesi finali della stessa vicenda, che meritano di essere conosciuti.

Fine anno 1881
L'anno 1881 si era chiuso in un clima piuttosto incandescente. L'arcivescovo ad inizio dicembre si era recato a Roma per difendersi davanti alle autorità pontificie che dovevano giudicare ed era tornato a Torino decantando “vittoria completa su D. Bonetti, D. Bosco e su tutti i salesiani”. Don Bosco aveva immediatamente reagito con lettere “di fuoco”, staremmo per dire, al papa, al suo segretario particolare, al neoprefetto della Sacra Congregazione giudicante cardinal Lorenzo Nina. Respingeva tutte le accuse ed elencava nuove vessazioni da parte dell'arcivescovo nei suoi confronti ed in quelli di don Bonetti. Dalla Santa Sede si suggerì allora un amichevole accomodamento. Don Bosco si dichiarò disponibile ad accettarlo prima ancora di averlo visto - ma è da dubitare che l'avrebbe facilmente accolto una volta avuto in mano - mentre monsignor Gastaldi il 31 dicembre lo respinse sdegnato. Il conflitto fra i due aveva raggiunto il suo apice.

Gennaio 1882
Pure l'anno nuovo si aprì con infauste prospettive. Il 2 gennaio monsignor Gastaldi rifiutò l'udienza a don Bosco venuto a consegnargli di persona una supplica di don Bonetti suggeritagli dal cardinale Nina. Non solo, ma tre giorni dopo citò in giudizio lo stesso don Bosco per rispondere alle accuse di essere stato il mandante e fornitore di notizie per la pubblicazione di libelli ostili all'arcivescovo. Ovvie le proteste di don Bosco. Da Roma allora si delegò l'arcivescovo di Vercelli, monsignor Fissore, a condurre le indagini e a riferire poi alla Santa Sede, che si riservava di decidere.

Maggio 1882
Ai primi di maggio la situazione di don Bonetti, cui era proibito confessare in tutta la diocesi, rimaneva stabile, mentre l'arcivescovo - scriveva don Bosco a Roma - andava conducendo una campagna denigratoria contro di lui come inventore di miracoli e contro la stessa curia pontificia che, a suo giudizio, procedeva “alla romana”, ossia per via di amicizie e non a norma di diritto.
A metà maggio con l'andata a Roma del succitato monsignor Fissore e dell'avvocato curiale Colomiatti, difensore dell'arcivescovo, la situazione sembrò sbloccarsi. Il 17 maggio infatti il Procuratore salesiano don Dalmazzo a nome del cardinal Nina telegrafò a don Bosco di recarsi subito a Roma. Il giorno dopo per posta gli riferiva che egli aveva cercato in tutti i modi di farlo dispensare da quel viaggio già da tempo, ma che il cardinale, pur dispiaciuto, aveva insistito.
Don Rua rispose immediatamente per telegramma: “sanità assai disturbata - impedisce a papà (don Bosco) di mettersi in viaggio - ricevuta lettera risponderà”. Ma il giorno dopo, 20 maggio, lo stesso don Bosco comunicò al suo Procuratore che, nonostante avesse problemi a stare seduto e avesse un piede gonfio, era comunque pronto a mettersi in viaggio anche subito, se non si poteva fare a meno. Era però ansioso di sapere quale fosse la causa di tale premura. Al cardinale lo stesso giorno don Bosco precisò che era disponibile a trovarsi a Roma il 26 maggio.
Il 21 maggio don Dalmazzo gli confermò che il cardinale aveva respinto nuovamente la richiesta di soprassedere al viaggio, perché si trattava di un preciso ordine papale. Ciononostante, essi gli suggerivano che, per ovviare al faticosissimo viaggio, inviasse a Roma un suo rappresentante, come del resto aveva fatto monsignor Gastaldi.
Don Bosco accettò, ma a tre precise condizioni: tener separata la questione Bonetti dal resto della vertenza in corso, riconoscere che la sua dura Esposizione nel dicembre 1881 circa le vessazioni dell'arcivescovo si era resa necessaria per parare i colpi delle accuse gravissime fatte alla Congregazione salesiana, avere per scritto le eventuali ragioni del canonico Colomiatti per negarle. Ed il 30 maggio comunicò formalmente al papa la sua impossibilità di recarsi a Roma. A fare le sue veci con pieni poteri delegava don Dalmazzo. Impetrò altresì la sua benedizione per la sua salute “gravemente minacciata”. Analoga lettera spedì al cardinale Nina.

Giugno-luglio 1882
La vicenda si concluse rapidamente per interposta persona. Papa Leone XIII a fine giugno impose una Concordia, che don Bosco ritenne semplicemente una proposta della parte avversa, tanto gli sembrava sbilanciata e poco equanime. In mezzo alle mille perplessità del Consiglio Superiore, comunque umilmente la accettò: chiese formale perdono all'arcivescovo, che immediatamente lo concesse, come da richiesta papale.
Ebbe così fine un lungo periodo di controversie che fu motivo di sofferenza per entrambe le parti in causa. Si sarebbe potuto evitare? Chissà? Di certo i motivi del contenzioso si sarebbero potuti ridurre, i contendenti avrebbero potuto non esasperare l'alter pars, i sostenitori dell'uno e dell'altro avrebbero potuto favorire l'intesa anziché inasprirla, se... Ma, come ben sappiamo, la storia non si fa con i “se”.