I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

LE CASE DI DON BOSCO

ALBERTO LAGOSTINA

I cento anni dell'oratorio
San Paolo di Torino

Nel 1918 don Filippo Rinaldi e don Pietro Ricaldone, trovandosi nel popolare Borgo San Paolo di Torino, ragionano sull'opportunità della presenza di un oratorio in questa zona. L'8 dicembre don Paolo Albera, secondo successore di don Bosco, lo inaugura ufficialmente. Cento anni dopo, nel 2018, il Rettor Maggiore don Ángel Fernández Artime festeggia il primo Centenario dell'Opera San Paolo con i salesiani e tutto il Borgo.

Il miracolo degli inizi
La nascita dell'Oratorio San Paolo è segnata da anni di lotte operaie, da scioperi violenti, da occupazioni armate di fabbriche. Una situazione drammatica causata anche dal primo conflitto mondiale. Il 1819-1920 è stato definito il biennio rosso e la situazione è descritta bene dallo storico salesiano don Aldo Giraudo: «L'economia di guerra imponeva gravissimi sacrifici per le misure rigorose, che pesavano soprattutto sui ceti più poveri ed esigevano, anche da donne e ragazzi, orari massacranti di lavoro nelle industrie, sotto un controllo disciplinare ferreo, con salari da fame. A tutto ciò si aggiungevano una grave penuria di viveri e di combustibili e la coscrizione militare di massa (dai giovanissimi ai richiamati di quaranta anni). Poi arrivò la grande influenza spagnola, la più grave pandemia della storia, che tra 1918 e 1920 uccise migliaia di persone in Torino (circa 600 mila in Italia e 50 milioni nel mondo)». La mancanza di una rete di istituzioni pastorali e la presenza attiva di associazioni operaie e socialiste avevano favorito un diffuso anticlericalismo popolare.

Qui ci vuole un Oratorio
Si innesta qui l'idea salesiana di un oratorio nel quartiere. Gli oratori di don Bosco nascono quasi sempre ai margini delle città, in quartieri popolari, con particolare riguardo ai giovani. Quale ambiente migliore del Borgo Rosso? Era infatti una periferia estrema e agitata dai mali di una forte espansione (la popolazione durante la guerra raggiunse le ventimila presenze) e dai processi di evoluzione sociale, cui si opponevano penuria di case, mancanza di occupazione causata dalla fine della produzione bellica e dalla distruzione generalizzata di beni e di strutture produttive, e da inadeguati o mancanti servizi sociali, che rendevano difficile anche il semplice convivere.
Don Rinaldi e don Ricaldone in via Frejus
Un giorno di maggio del 1918 don Rinaldi, allora Prefetto, poi terzo Rettor Maggiore della Società Salesiana, con don Pietro Ricaldone, allora Vicario, erano andati ragionando in Borgo San Paolo, e si trovavano in via Frejus, nei pressi del Corso Racconigi, allora appena tracciato. Parlavano degli Oratori festivi e del bene ch'essi fanno, e don Rinaldi disse: «Oh! Se ci fosse qui un Oratorio!». In quel momento una frotta di ragazzi grida il «Qua! qua!» che erano soliti lanciare contro i preti. E don Rinaldi, senza scomporsi e sorridendo: «Sì, sì, qua; ci verremo presto qua; ci verremo!». La Provvidenza volle che pochi giorni dopo questo fatto, si presentasse a don Rinaldi la contessa Teresa Rebaudengo-Ceriana, grande benefattrice e zelatrice, a cui stava a cuore il bene delle classi operaie e povere. Dicono le cronache che la generosa donna «profondamente commossa al pensiero che nella Borgata San Paolo il male trionfasse così largamente, e che la gioventù dovesse crescere senza alcun avviamento cristiano, si dichiarò disposta a cedere di suo novemila metri quadrati di terreno per la fondazione di un oratorio. Fu così acquistata la cascina Saccarello, situata là, dove corso Racconigi è intercettato dalle vie Vigone e Luserna. Era un corpo di caseggiato rustico con fienile e tettoia per carri e un tratto di abitazione civile con portico; una casetta rustica di fronte, tra il cortile e il giardino alberato». La completa copertura della spesa fu resa possibile con il contributo degli industriali torinesi in occasione della doppia ricorrenza in quell'anno del cinquantesimo della consacrazione della Basilica di Maria Ausiliatrice e del giubileo sacerdotale di don Paolo Albera, Rettor Maggiore e secondo successore di don Bosco.

Don Bonvicino e i primi sei ragazzi
Il primo passo è compiuto: c'era il terreno. Il mercoledì 20 novembre del 1918, è il giorno che segna l'avvio effettivo dell'Oratorio, il giovane salesiano don Ignazio Bonvicino, mandato dal suo superiore “a fare qualcosa” per cominciare, s'incontra con sei ragazzi che stanno giocando alle birille in un prato vicino. Si mette a giocare con loro e, passo passo, li conduce con sé alla casa, li fa divertire, e poco dopo, questi, tornati dalla merenda, ne conducono un'altra decina. La domenica 24 novembre, la prima domenica dell'oratorio festivo, s'era improvvisata in una stanza al pian terreno una cappella con un altarino provvisorio e paramenti imprestati: erano 72 i ragazzi presenti. Nel pomeriggio giunsero a 200.
A mettere poi in moto gli edifici del nascente Oratorio fu la prima comunità salesiana residente: il primo arrivato, don Ignazio Bonvicino, era sostenuto dal coadiutore Serafino Proverbio, uomo di solida tempra e d'antico stampo. Per dare unità e spirito di famiglia giunse il 30 novembre don Luigi Varisco, primo direttore. I tre presero stabile dimora nella casa, benché sprovvisti di tutto e in rigida stagione. Prestava pure prezioso aiuto il signor Pozzi, capo infermiere dell'oratorio di Valdocco, che giungeva saltuariamente.

La commozione di don Albera nella cappella improvvisata
Il giorno 8 dicembre 1918 quella tettoia con pagliaio, ora divenuta cappella, accoglieva più di 300 ragazzi, gente del popolo, amici e benefattori della prima ora. Don Paolo Albera con il pianto negli occhi celebrò la Messa, e promise la costruzione di una grande chiesa. Nasceva così ufficialmente l'opera, con la benedizione del Rettor Maggiore. In seguito e più volte anche don Rinaldi verrà a salutare i ragazzi del «suo» oratorio.
Questi i primi passi dell'Oratorio, a cui seguì, come promesso la chiesa (opera dall'architetto salesiano Giulio Valotti), che diventerà una grande parrocchia.
A 100 anni da quegli inizi, tanta acqua è passata sotto i ponti, tante le iniziative pastorali, sociali, sportive mandate avanti dall'Oratorio San Paolo. Tantissimi giovani e ragazzi che hanno trovato qui quell'accoglienza tipica salesiana che si rifà alla spiritualità e allo stile educativo di don Bosco. Numerose le vocazioni salesiane nate nel cortile di questo Oratorio.
Don Alberto Lagostina è l'attuale direttore del San Paolo nel primo Centenario, solennizzato dalla presenza del Rettor Maggiore.

TRE DOMANDE AL DIRETTORE
Don Alberto, con che spirito avete celebrato questo Centenario? E che cosa vi ha detto il Rettor Maggiore?
È stato importante raccogliere il testimone dal passato per continuare il cammino e raccogliere le nuove sfide della società di oggi, sempre più multicolore, con tante energie positive, spesso bloccate dal peso dell'indifferenza e del consumismo. Abbiamo quindi fatto memoria delle origini, per trovare le scintille carismatiche che ci permettono di progettare il domani a partire dal presente.
In tutti questi anni, attorno alle comunità dei salesiani consacrati, è cresciuta una comunità pastorale che ha sempre messo al centro i giovani e li ha resi protagonisti. Una comunità che ha saputo condividere difficoltà e problemi con la gente del borgo, ma soprattutto - nella logica di don Bosco - ha saputo fin dall'inizio scoprire tante risorse nelle persone che qui abitavano e di quanti vi giungevano sull'onda dell'immigrazione.
Il Rettor Maggiore don Ángel Artime ha detto alla nostra Comunità, celebrando l'Eucaristia domenica 20 maggio, solennità di Pentecoste, in una chiesa gremita in ogni posto e colorata dai numerosi gruppi pastorali della parrocchia e dell'oratorio: «Non è possibile dirsi cristiani e allo stesso tempo chiudere le porte. Non sono i politici a doverci dire cosa dobbiamo pensare sulle persone. Essere comunità cristiana e salesiana significa, in primo luogo, vivere con porte, mente e cuore aperti all'accoglienza delle diversità. Qui, in questo quartiere umile che porta evidenti i segni della crisi economica, il “cortile” è veramente la “casa” di Borgo San Paolo dove tutti si sentono accolti».

Quali sono in questo momento le vostre iniziative e le attività più significative?
Oltre l'accoglienza quotidiana nel nostro cortile offriamo la proposta di un cammino di fede che parte dai sette anni fino all'età giovanile. Cammino che aiuta i giovani a mettersi al servizio dei più piccoli e di chi è più in difficoltà. È presente inoltre una società sportiva che propone calcio a 5, volley, basket e karate.
Cerchiamo di rispondere alle esigenze del territorio attraverso:
• un doposcuola per bambini e ragazzi, un Centro Aggregativo Minori (CAM) che accoglie 12 minori inseriti dai Servizi sociali;
• vari laboratori manuali, didattici ed espressivi;
• il progetto Provaci ancora Sam-Preventivo, in collaborazione con il Comune di Torino e la Compagnia di San Paolo, che prevede l'inserimento di nostri educatori e volontari in classi delle scuole primarie e secondarie del territorio;
• il Provaci ancora Sam-Tutela integrata che aiuta a conseguire la licenza media a minori di oltre 15 anni;
• la Comunità “Casa che accoglie” per minori stranieri non accompagnati. Sono 12 minori inseriti dall'Ufficio Minori Stranieri del Comune di Torino;
• uno sportello di orientamento scolastico e professionale;
• l'accoglienza di percorsi di alternanza scuola-lavoro.
Non può mancare poi l'Estate ragazzi, dove molte famiglie affidano a noi i loro figli per vivere una vacanza serena ed educativa. L'estate è un momento di vera palestra di allenamento per tanti adolescenti che dedicano il proprio tempo a servizio dei più piccoli. Nei mesi estivi si raccoglie il cammino dell'anno pastorale per rilanciarlo in quello successivo.
È significativo inoltre il coinvolgimento delle famiglie sia nel percorso di educazione alla fede (genitori che animano altri genitori) sia attraverso la proposta di un gruppo famiglia.

Quali le prospettive per il secondo Centenario, perché sia ancora per questo Borgo un'occasione per crescere?
Oltre a consolidare i percorsi in atto che ci hanno portato a lavorare di più insieme come Comunità educativa pastorale, crediamo che sia importante uscire di più per collegarci con il territorio: unità pastorale, circoscrizione, associazioni che operano accanto a noi.
Due urgenze inoltre sono state segnalate dal nostro nuovo Progetto educativo pastorale, frutto dell'anno centenario:
• il ripensamento del modo di servire i poveri del territorio. I volontari della Caritas e della San Vincenzo fanno moltissimo, ma faticano a trovare nuove persone;
• l'accoglienza dei minori stranieri divenuti maggiorenni. Infatti, dopo un percorso positivo, rischiano di essere lasciati a loro stessi.