I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

IL MESSAGGIO DEL RETTOR MAGGIORE

DON ÁNGEL FERNÁNDEZ ARTIME

Impariamo a guardare
“con gli occhi di Dio”

Ho sentito le testimonianze di decine di giovani, in quei giorni della GMG e della meravigliosa festa di don Bosco a Panama (con la processione più variegata e numerosa che abbia mai visto), giovani che raccontavano quelle storie di vita in cui si erano sentiti come abbracciati da uno sguardo “speciale”, quello di Dio.

Ho incontrato persone magnifiche nei giorni della GMG e giovani meravigliosi. Sono stati giorni ispirati. Ecco perché le parole di papa Francesco che si riferiscono a don Bosco e al suo saper guardare con gli occhi di Dio hanno fatto il giro del mondo in qualche decimo di secondo e si sono scolpite nella memoria del web e perdurano nel tempo.
Personalmente, mi ha profondamente toccato il cuore la storia di una persona. Quella di una giovane mamma che, colpita da una grave malattia, si era segregata in casa per più di un anno e mezzo. Non voleva sapere niente di nessuno, non voleva visitare nessuno o essere visitata. Per lei, la vita era finita.
Le persone che l'amavano la invitarono a trascorrere un po' di tempo in una casa salesiana. Un po' con la forza e con non poca resistenza accettò, e da quel giorno (e sono passati diversi anni), non ha più lasciato quella presenza salesiana. L'ho vista lì. È dove l'ho incontrata. Non avrei potuto immaginare in quel momento tutte le lotte e le battaglie personali che aveva dovuto affrontare.
Il suo dinamismo, la sua leadership, la sua capacità di coinvolgere gli altri e se stessa mi avrebbero fatto pensare ad una vita in continua crescita, in una serie continua di buoni risultati e di successi.
Non era così, ma ebbe quella magnifica opportunità. Con un po' di timore si avvicinò timidamente e incontrò persone che senza chiedere nulla “sapevano guardare con gli occhi di Dio”.
Allo stesso modo, ho ascoltato le testimonianze di decine di giovani, in quei giorni della GMG e della meravigliosa festa di don Bosco a Panama (con la processione più variegata e numerosa che abbia mai visto), giovani che raccontavano tante storie di vita in cui si erano sentiti come abbracciati da uno sguardo “speciale”, quello di Dio.

Abbracciare la vita
Papa Francesco lo ha detto magnificamente durante la Veglia del sabato della GMG, quando ha affermato che «Abbracciare la vita si manifesta anche quando accogliamo tutto ciò che non è perfetto, tutto quello che non è puro né distillato, ma non per questo è meno degno di amore». Questo fa la differenza nel modo in cui ci trattiamo gli uni gli altri come persone.
Sappiamo, e molti di noi ne sono convinti, certamente molti di voi amici lettori, che “l'amore guarisce”, l'amore è la guarigione, e “solo ciò che si ama può essere salvato”. Ebbene, proprio per questo, il primo passo che dobbiamo compiere come educatori, come convinti fautori dello stile salesiano, o semplicemente come brave persone che camminano nel mondo è avere il coraggio di abbracciare la vita come viene, con tutta la sua fragilità e piccolezza e molte volte persino con tutte le sue contraddizioni e mancanze di senso (papa Francesco nella Veglia della GMG).
La giovane mamma a cui mi riferivo all'inizio aveva solo bisogno di trovare uno spazio di vita, un luogo di persone dove con le mani, con il cuore e la mente, con tutta la sua persona, poteva sentirsi “parte di qualcosa”, di una “comunità” più grande che aveva bisogno di lei, con la sua storia di vita. E questo le ha cambiato l'esistenza.
In quella notte della GMG, papa Francesco ha detto anche alcune parole su don Bosco che mi riempiono di emozione e sono anche molto esigenti, perché non possiamo ascoltarle e rimanere indifferenti. Perché fedeltà a don Bosco, oggi, significa fare le stesse scelte e prendere le stesse decisioni che ha fatto e preso lui. E che prenderebbe ancora in questi nostri difficili giorni.

Il dono delle radici
“Don Bosco, ci dice papa Francesco, non se ne andò a cercare i giovani in qualche posto lontano o speciale... (scoppiò un fragoroso applauso) ... si vede che qui ci sono quelli che vogliono bene a don Bosco... don Bosco non è andato a cercare i giovani in qualche posto lontano o speciale; semplicemente imparò a guardare, a vedere tutto quello che accadeva attorno nella città e a guardarlo con gli occhi di Dio e, così, fu colpito da centinaia di bambini e di giovani abbandonati senza scuola, senza lavoro e senza la mano amica di una comunità. Molta gente viveva in quella stessa città, e molti criticavano quei giovani, però non sapevano guardarli con gli occhi di Dio. I giovani bisogna guardarli con gli occhi di Dio. Lui lo fece, don Bosco, seppe fare il primo passo: abbracciare la vita come si presenta; e, a partire da lì, non ebbe paura di fare il secondo passo: creare con loro una comunità, una famiglia in cui con il lavoro e lo studio si sentissero amati.
Dare loro radici a cui aggrapparsi per poter arrivare al cielo. Per poter essere qualcuno nella società. Dare loro radici a cui aggrapparsi per non essere abbattuti dal primo vento che viene. Questo ha fatto don Bosco”.
Tutto questo e molto altro mi hanno lasciato quei giorni. Mi hanno lasciato l'anima e il cuore pieni di volti, come diceva il grande vescovo Pedro Casaldáliga quando si immaginava prima di morire alla presenza di Dio. In quel momento gli chiesero: «Che cosa hai fatto nella vita?» Lui presentò le mani vuote, ma il cuore pieno di nomi.
Amici miei, lettori del Bollettino Salesiano, mezzo di comunicazione tanto caro, apprezzato e stimato da don Bosco, suo fondatore, “la salvezza che Dio ci dona è un invito a far parte di una storia d'amore che si intreccia con le nostre storie; che vive e vuole nascere tra noi perché possiamo dare frutto lì dove siamo, come siamo e con chi siamo” (papa Francesco).
Sotto gli occhi buoni di Dio e di don Bosco.