I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

LA NOSTRA STORIA

ANTONIO COLBACCHINI

DISEGNI DI LUIGI ZONTA

Questa di don Antonio Colbacchini è senza dubbio una delle più belle pagine della prima Colonia fondata dai Missionari Salesiani fra i Bororos del Mato Grosso.

Il segreto del cacico Major

«Raccontami», dissi. «Perché dici che Dio nostro Signore ci aiutò e protesse tanto che non avete potuto ammazzarci?»

Colonia S. Cuore di Gesù, 19 marzo 1917
Amatissimo don Albera, è nella memoria di molti il ricordo delle gesta sanguinarie dei selvaggi Bororo sulle rive del maestoso fiume Araguaya e del San Laurenço e sulla strada commerciale e telegrafica che unisce ad oriente la capitale del Mato Grosso, Cuiabá, con la capitale dello Stato di Goya, e San Paolo e Rio de Janeiro. Scorazzavano, depredavano, gettando ovunque la morte e lo sterminio.
Nel profondo silenzio della foresta echeggiava il suono cupo, prolungato della poari, ove il capo soffiava a pieni polmoni per chiamare attorno a sé i suoi uomini e parlar loro. Era il segnale della riunione. Nell'oscurità della notte, uno a uno uscivano i fieri selvaggi dalle loro capanne e là, ove la macchia era più rara, si accoccolavano intorno ad un fuoco, che con guizzi rossastri rischiarava la scena selvaggia. A un segnale del cacico tutti fanno silenzio, e questi, a voce alta, certo dell'immunità del segreto, sicuro che la foresta sconosciuta e impenetrabile e le tenebre stesse rendevano inviolabili le sue parole, prendeva a parlare: «Avete forse dimenticato quanto la razza maledetta dei civilizzati, bianchi e neri, hanno fatto per noi? Essi ci hanno rapinato le nostre donne ed i nostri figli, hanno sparso il sangue dei nostri padri, il sangue delle nostre madri, il sangue dei nostri fratelli, il sangue delle nostre sorelle. Noi abbiamo versato già il loro sangue, ma l'ira nostra non è placata ancora; il sangue dei nostri parenti grida vendetta ancora. Essi, i ladri, non paghi di averci tolti i nostri cari, vogliono rapirci il nostro terreno. Son nostre queste foreste, son nostri questi campi, son nostri questi fiumi, perché qui erano i nostri antichi, qui nacquero e morirono i nostri padri, qui siamo nati noi. Noi vogliamo star qui, qui accanto alle ossa dei nostri padri, qui hanno a giacere anche le nostre ossa. Essi invece vogliono rapirci quel che è nostro, essi vogliono distruggerci, essi ci perseguitano come fossimo tigri e bestie feroci. Ma noi faremo loro, quello che essi fanno a noi; anzi, più ancora. Non abbiate paura; è il sangue dei nostri parenti che grida vendetta; andiamo dunque a vendicarli».
Al grido del cacico bolliva il sangue nelle vene di questi indi; la voce di lui era scintilla che destava sempre gran fuoco.
Ed è di questo cacico, del cacico Major, che godeva tanto ascendente e aveva tanto prestigio nell'animo dei compagni, che voglio scriverle, amato Padre.
Major, selvaggio di natura, era selvaggio pur nell'aspetto; ma, sotto apparenze così rudi e fiere, possedeva un cuor d'oro. Alto di statura, mostrava nella persona, nel portamento e nella parola la fierezza del suo carattere. Cieco dell'occhio sinistro, ferito durante la caccia, con gli zigomi sporgenti, il naso schiacciato, padre di cinque figli, arrivò in questa Colonia del Sacro Cuore dalle foreste del Rio das Mortes, nel 1903.
Major aveva un figlio che amava e stimava. Buono ed intelligente, il ragazzo veniva a trovarci molte volte e passava il giorno in casa nostra. Il giovanetto fu istruito e battezzato con il nome di Michele Magone il 10 giugno 1904, continuò a rimanere con noi, attirando a noi molti suoi compagni, che formarono il Collegio della Missione e raccolsero le cure più tenere dei Missionari.
Nell'anno 1908, in occasione dell'Esposizione Nazionale in Rio de Janeiro, ventuno dei nostri, piccoli indi Bororo, istruiti e preparati in modo da formare una piccola banda musicale, si esibirono a San Paolo e Rio de Janeiro, davanti alla più colta società brasiliana. Ma proprio in quei giorni un laconico telegramma ci annunziò la morte di tre dei ragazzi, tra cui, due figli del Cacico!
Il povero Major, privo dei figli, non lasciò né diminuì il suo affetto né la sua stima per i missionari. Cercò anzi di divenir ancor più buono per poter ricongiungersi con i suoi cari. Fu bello e commovente, quando al ritorno di tutta la squadra il povero Major, privo della consolazione di abbracciare gli amati figli, fu veduto, lacrimante, approssimarsi al nostro don Malan ed affettuosamente abbracciarlo con tutto l'affetto con cui avrebbe abbracciato i suoi.

La buonanotte di Major
È costume di questi selvaggi che gli uomini si radunino alla sera nel mezzo del villaggio e, là seduti o sdraiati, vicendevolmente si raccontino le gesta della giornata. Ma in realtà l'adunata si fa per ascoltare la parola del loro Cacico che, in piedi nel mezzo, ad alta voce e in tono oratorio tutto loro proprio, parla a tutti. Il nostro buon Major se ne approfittò cristianamente. Quasi tutte le sere, alzando la sua voce forte e robusta, ripeteva quanto aveva sentito e imparato durante il giorno, consigliava, ammoniva tutti al bene, trasmetteva molte volte ordini ed avvisi ricevuti, facendosi il miglior interprete fra noi e i selvaggi, ed essendo di forte aiuto per conservare reciprocamente amichevoli relazioni.
C'era una domanda che volevo assolutamente fare al Cacico. Un giorno finalmente lo affrontai. «Major, perché dici che Dio nostro Signore ci aiutò e protesse tanto che non avete potuto ammazzarci?»
Major rimase un po' perplesso, quasi dubitando, mi guardò fisso, poi soggiunse: «Ascolta». Il suo viso prese un'espressione di gravità solenne. Mi diede ancor un lungo sguardo penetrante, quasi per indagare l'impressione che mi faceva l'annunciata rivelazione di un segreto gelosamente custodito fino a quell'istante, io insistei: «Conta, conta, Jogua (Padre mio)». Ed egli: «Sì, itonareghedo! (figlio mio) quando voi veniste in questa terra, per molto tempo non ci avete visti, né pensavate che eravamo qui a voi vicini. Ma non era così: noi vi avevamo osservati e conoscevamo bene la vostra venuta.
Forse non era ancor passata la prima luna del vostro arrivo e noi sapevamo tutto. Ma non ci lasciammo vedere; e di giorno e di notte volemmo osservare tutto e prendere visione di tutto.
Una sera, radunati come al solito in mezzo alla foresta, si venne a trattare se dovevamo permettere la vostra venuta e lasciarvi in pace, o se era meglio farla finita anche con voi, con il mettere tutto a fuoco. I pareri erano divisi: chi diceva di sì, chi diceva di no, ma i più dicevano: “Aspettiamo ancora: proviamo direttamente se sono buoni o cattivi”.
Però alcuni non volevano ascoltare alcuna ragione e insistevano per darvi l'assalto ed uccidervi. Alla fine si prese questa risoluzione: “Domani faremo una ricognizione più esatta”. E il giorno dopo ci approssimammo ancor più alle vostre capanne ed abbiamo visto (se non vuoi credere, domanda a tutti e vedrai che dico la verità) abbiamo visto uno di voi sul tetto della casa che stava aggiustando non so che cosa. Padre Balzola era nella capanna seduto al tavolino; un altro a poca distanza dalla casa; gli altri, chi di qua, chi di là, separati attendevano a varie faccende.
Uno di noi, Clemente, che tu conosci, vedendovi così divisi, disse ad un compagno: “Tu freccia quello che è là sul tetto; io, di qui, con la mia freccia trapasserò il cuore di quello che sta là dentro; gli altri pensino ad ammazzare gli altri”.
Ma il Signore era con voi e nessuno si mosse; anzi ci opponemmo e io dissi: “Non sei tu il capitano per dar ordini; non ci sono forse io? E poi, sai tu che questi siano buoni o cattivi?” L'altro rispose: “Siano chi si vuole e come si vuole, poco m'importa; questo è certo che sono civilizzati e perciò non dobbiamo aver compassione di loro”. Allora io feci: “Domani, con quattro compagni, io andrò là direttamente, voi vi dividerete in tre gruppi, il primo a destra, l'altro a sinistra, il terzo dietro la capanna, e non troppo vicino. Resterete il più possibile nella foresta; ed io mi presenterò e vedrò come sono e chi sono. Voi state attenti, ma tranquilli. Se vedrete alzarsi una colonna di fumo, è segno che, avvenuto l'incontro, mi son ritirato soddisfatto, che tutto sta bene, che sono buoni, che ci vogliono bene, che non ci faranno male; e nessuno perciò li deve toccare, nessuno deve lanciar loro una freccia, nessuno deve presentarsi. Io poi vi attenderò tutti nella foresta, qui vicino al fiume, e vedremo il da farsi. Avete capito?”.

La Madre dello Spirito buono
Unanime fu l'approvazione. Al finire di queste parole, tutti ci alzammo e cominciammo il canto che voi chiamate con il nome generico di Bacururù, che durò fino all'alba.
Così passò la notte ed al mattino, presto, ciascuno prese il suo arco e le sue frecce, e se ne andò al posto assegnato, pronto a qualunque evento. Il resto tu lo sai meglio di me. Tutti videro alzarsi il fumo, il segno convenuto di pace.
Riunitici nuovamente al luogo indicato, chi vi aveva incontrato disse: “Compagni, non pensiamo male. Questi civilizzati, non sono come gli altri. Sono buoni e ci vogliono bene. Io non so che cosa ho sentito e veduto, è certo che mai ho provato cosa simile. E a me parve che il loro Spirito abbia detto che non dobbiamo né temere, né far nulla di male, che sono buoni, che dobbiamo fidarci di loro e con loro rimanere. Uno, che chiamano Padre, mi parlò tanto bene e si mostrò così buono, che dissi tra me: 'No, questi non sono come gli altri civilizzati!' E fu il Padre che mi parlò dello Spirito buono, me lo mostrò lo aveva su un gran foglio. Ho visto anche un altro Spirito, che chiamano Maria, così bello, così attraente, che io non potei resistere all'influenza sua. Io lo guardava, ed esso pure mi guardava, pareva che volesse parlare e sorrideva a me, tanto che io rimasi fuori di me e dissi: 'Ma guarda, pare che mi conosca, non ha paura di me'. E udii la voce sua che mi diceva: 'Non far male a questi che sono miei. Va'! parla ai tuoi compagni; di' loro che non abbiano paura, che vengano qui, che stiano qui, che tutto di bene e di buono riceveranno da questi, che, solo per i Bororos, per voi, sono venuti qui!'. Io domandai chi era ed il Padre mi disse che si chiama Maria, la Madre dello Spirito buono, che si chiama Gesù. Io non so come, ma mi sento cambiato, non sono più quel di prima e, come ha detto il Padre, voglio andare a chiamare i nostri compagni perché vengano a stabilirsi tutti qui. Vedete che noi siamo pochi, i nostri piedi sono stanchi di correre e di cercare un rifugio come lo cerca il giaguaro che noi perseguitiamo. Le nostre frecce si spuntano e si rompono. I tempi della nostra felicità se ne sono andati! Che sia ora che tornino a sorriderci nuovamente?”
Quella notte fu un lungo commentare; chi non voleva credere e ancor dubitava; chi diceva che voi ci avreste ingannati e con il tempo ci avreste trattati male ed uccisi; chi diceva il contrario.
Infine, tutti, contenti e soddisfatti, approvarono la risoluzione di lasciarvi in pace, di fidarsi di voi e si disposero a partire il giorno seguente per recarsi ad annunziare ai compagni ed alle famiglie il fatto, e ritornare poi tutti assieme, come difatti si fece...».