I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

AVVIENE A MARIA AUSILIATRICE

DISEGNI DI LUIGI ZONTA

VALDOCCO
raccontato ai bambini

L'orto di Mamma Margherita
Guardando la facciata della casetta, sulla destra c'è un'altra lapide per ricordare dove Mamma Margherita aveva creato il suo orto: una risorsa provvidenziale per la tavola dei ragazzi. Un amico di don Bosco, Giuseppe Brosio, era stato bersagliere. Venendo a Valdocco indossava la divisa militare, che in quei mesi suscitava entusiasmo e rispetto. Don Bosco gli suggerì di formare tra i ragazzi un reggimento in miniatura, insegnare manovre e azioni di battaglia. Una domenica, l'esercito «sconfitto» finì nell'orto di Margherita, e incalzato dai vincitori imbaldanziti pestò lattughe, prezzemoli e pomodori. La «mamma», che assisteva al disastro, ne fu molto avvilita. La sera dopo, Margherita, come al solito, aveva davanti un mucchietto di roba da aggiustare: le lasciavano in fondo al letto la camicia strappata, i calzoni sdrusciti, le calze con i buchi. E lei doveva affrettarsi accanto al lume ad olio, perché al mattino non avevano altro da indossare. Don Bosco, lì vicino, la aiutava mettendo le toppe ai gomiti delle giacchette e aggiustando le scarpe. «Giovanni» mormorò a un tratto, «non ce la faccio più. Lasciami tornare ai Becchi». Don Bosco fece solo un gesto: le indicò il Crocifisso appeso alla parete. E quella vecchia contadina capì. Chinò la testa sulle calze con i buchi, sulle camicie strappate, e continuò a cucire. Non domandò mai più di tornare a casa.

Uccidete don Bosco!
Don Bosco scrive: «Si giudicava ben fatto ogni sfregio contro il prete e contro la religione. Io fui più volte assalito in casa e per strada. Un giorno, mentre facevo catechismo, una palla di archibugio (= vecchio fucile) entrò per una finestra, mi forò la veste tra il braccio e le coste, e andò a fare un largo squarcio nel muro». Si trovava nella cappella Pinardi, e i ragazzi furono terrorizzati dal colpo improvviso. Toccò a don Bosco (piuttosto scosso dalla fucilata che l'aveva mancato per un pelo) rincuorarli con parole scherzose: «È uno scherzo un po' pesante. Mi dispiace per la veste, che è l'unica che ho. Ma la Madonna ci vuole bene». Un ragazzo raccolse il proiettile conficcato nel muro: era una rozza pallottola di ferro.
«Un'altra volta, mentre io ero in mezzo a una moltitudine di ragazzi, in pieno giorno un tale mi assalì con un lungo coltello alla mano. E fu un miracolo se, correndo a precipizio, potei ritirarmi e salvarmi in camera. Il teologo Borel scampò pure per miracolo a una pistolettata».
Molti giornali alimentavano l'odio contro i preti. Uscirono grossi titoli anche contro don Bosco: «La rivoluzione scoperta a Valdocco», «Il prete di Valdocco e i nemici della patria».

Un angelo a quattro zampe
Una lapide ricorda il misterioso cane grigio che divenne l'angelo custode di don Bosco. È lui stesso a raccontare: «I frequenti brutti scherzi a cui ero fatto segno mi consigliarono a non camminare da solo nell'andare e venire dalla città di Torino (allora tra l'oratorio e la città c'era un lungo tratto di campagna ingombro di cespugli e acacie). Una sera oscura venivo a casa soletto, non senza un po' di panico, quando mi vedo accanto un grosso cane che a primo aspetto mi spaventò ma facendo moine come se fossi il suo padrone, ci siamo tosto messi in buona relazione, e mi accompagnò fino all'oratorio.
Tutte le sere che non ero accompagnato, entrato tra gli alberi, vedevo spuntare il Grigio. I giovani dell'oratorio lo videro molte volte entrare in cortile. Una volta, spaventati, due ragazzi lo vollero prendere a sassate, ma Giuseppe Buzzetti intervenne: «Lasciatelo stare, è il cane di don Bosco».
Difatti, compiendo un largo giro intorno alla tavola, mi venne vicino tutto festoso. Gli offrii minestra, pane e pietanza, ma rifiutò tutto. Appoggiò la testa sulla mia tovaglia, come volesse darmi la buona sera, quindi si lasciò accompagnare dai giovani sulla porta. Carlo Tomatis, che in quegli anni frequentava da studente l'oratorio, testimoniò: «Era un cane di aspetto veramente formidabile. Molte volte Mamma Margherita vedendolo esclamava: “Oh la brutta bestiaccia”. Aveva una figura quasi di lupo, muso allungato, orecchie dritte, pelo grigio, altezza un metro».
Una sera, testimoniò Michele Rua che vide il Grigio due volte, don Bosco doveva uscire per degli affari urgenti, ma trovò il Grigio sdraiato sulla soglia. Cercò di allontanarlo, di scavalcarlo. Ma sempre il cane ringhiava e lo respingeva indietro. Mamma Margherita, che ormai lo conosceva, disse a suo figlio: «Se t' veulì nen scouteme mi, scouta almen 'l can; seurt nen (Se non vuoi ascoltare me, ascolta almeno il cane; non uscire)».

L'angolo delle feste
Su uno dei muri dell'edificio delle camerette è ricordata una circostanza cara al cuore riconoscente dei figli di don Bosco. L'iscrizione dice: Qui per circa vent'anni veniva collocato il palco - sul quale sedeva don Bosco quando l'Oratorio festeggiava nel giugno il suo onomastico - con solenni accademie - che si svolgevano all'aperto in questo cortile. Il 24 giugno era il giorno onomastico di don Bosco. I ragazzi e gli animatori organizzavano dei veri eventi memorabili. Fecero addirittura osservare a don Bosco che la sua festa era troppo “grandiosa”. Lui rispose: «Anzi queste feste dei giovani mi piacciono, perché fanno loro molto bene, eccitando in loro il rispetto e l'amore verso i superiori». Con il solito acume pedagogico, don Bosco aveva capito che in realtà quelle feste servivano ai suoi ragazzi per crescere in una delle virtù più preziose: la riconoscenza. E in una di queste feste, ci regalò la «ricetta della santità».
Nel 1855, si fece festa grande all'oratorio, come tutti gli anni. Don Bosco, per ricambiare l'affetto e la buona volontà, disse: «Ognuno scriva su un biglietto il regalo che desidera da me. Vi assicuro che farò tutto il possibile per accontentarvi». Quando lesse i biglietti, don Bosco trovò domande serie e sensate, ma trovò anche richieste stravaganti che lo fecero sorridere: qualcuno gli chiese cento chili di torrone «per averne per tutto l'anno». Sul biglietto di Domenico Savio trovò cinque parole: «Mi aiuti a farmi santo».
Don Bosco prese sul serio quelle parole. Chiamò Domenico e gli disse: «Ti voglio regalare la formula della santità. Eccola: Primo: allegria. Ciò che ti turba e ti toglie la pace non viene da Dio. Secondo: i tuoi doveri di studio e di pietà. Attenzione a scuola, impegno nello studio, impegno nella preghiera. Tutto questo non farlo per ambizione, ma per amore del Signore. Terzo: far del bene agli altri. Aiuta i tuoi compagni sempre, anche se ti costa sacrificio. La santità è tutta qui».

La chiesa di san Francesco di Sales
La cappella Pinardi era stata ingrandita, ma i ragazzi non ci stavano nemmeno fosse stata a tre piani. Inoltre «siccome per entrarvi bisognava discendere due gradini - scrive don Bosco -, d'inverno e in tempo piovoso eravamo allagati, mentre di estate eravamo soffocati dal caldo e dal tanfo eccessivo». Con incredibile coraggio, don Bosco decise di costruire una chiesa più grande, dedicata a san Francesco di Sales. I soldi furono il grande rompicapo. Don Bosco bussò a tutte le porte conosciute e a molte altre. La costruzione di questa chiesa costò molte umiliazioni a don Bosco e anche i ragazzi diedero una mano ai muratori. La chiesa fu consacrata il 20 giugno 1852. Essa sorge ancora all'estremità della casa Pinardi, un po' umiliata dalla grandezza della Basilica di Maria Ausiliatrice che arriva fino a tre metri dalla sua porta. È la «Porziuncola» salesiana. Tra queste mura per 16 anni (dal giugno 1852 al giugno 1868) batté il cuore dell'opera di don Bosco. Il giovanissimo san Domenico Savio veniva qui a pregare. Davanti all'altarino della Madonna, sulla destra, si consacrò a lei. In questa chiesa approdarono Michele Magone, il monello di Carmagnola, e Francesco Besucco, il ragazzino dell'Argentera che nel 1863 rinnovò la bontà eroica di Domenico Savio.
Qui disse la sua prima messa don Michele Rua. Per quattro anni frequentò questa chiesa, e più volte al giorno, Mamma Margherita, sempre più vecchia e stanca. Trovava qui la forza di ricominciare ogni giorno a lavorare per i ragazzi poveri.

Dio è vicino
Presso la porta laterale della chiesetta di san Francesco di Sales è ricordato il prodigio della moltiplicazione delle pagnottelle. Presso questa porta - don Bosco operò il prodigio - della moltiplicazione dei pani - da lui distribuiti ai giovani - dopo la santa Messa - un mattino del novembre 1860.
Dio è sempre vicino ai suoi figli. Don Bosco lo sapeva benissimo. Per questo la sua vita è piena di “miracoli quotidiani”. Questo ha avuto un testimone eccezionale. Francesco Dalmazzo, un giovane di 15 anni che aveva appena deciso di andarsene dall'Oratorio. Accanto a questa porta c'era il cesto con il pane da distribuire ai ragazzi. L'incaricato arrivò trafelato e disse a don Bosco: «Ci sono pochissime pagnotte!». «Mettetele nel canestro. Verrò io stesso a distribuirle» rispose tranquillo don Bosco.
«Vicino alla porta che aprivasi dopo l'altare della Madonna» racconta Francesco Dalmazzo, «stava già il canestro del pane. Io, riandando nella mente ai fatti miracolosi uditi sul conto di don Bosco, e preso dalla curiosità, mi andai a collocare in luogo conveniente per vedere cosa sarebbe capitato. Quando arrivò don Bosco, presi una pagnotta per primo, guardai nel cesto, e vidi che conteneva una quindicina o una ventina di pagnottelle. Quindi mi collocai inosservato proprio dietro a don Bosco, sopra il gradino, con tanto di occhi aperti. Don Bosco iniziò la distribuzione. I giovani gli sfilavano davanti, contenti di ricevere il pane da lui, e gli baciavano la mano, mentre egli a ciascuno diceva una parola o dispensava un sorriso. Tutti gli alunni, circa quattrocento, ricevettero il loro pane. Finita quella distribuzione, io volli di bel nuovo esaminare la cesta del pane, e con mia grande ammirazione constatai che nel canestro c'era la stessa quantità di pane che c'era prima».