I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

LE CASE DI DON BOSCO

COSIMO SEMERARO

Da 120 anni i Salesiani di don Bosco a Zurigo

Nel cuore della Confederazione elvetica, in una città europea emblematica per i forti processi di sviluppo tecnologico e scientifico, il nome di don Bosco è garanzia di una pastorale sociale, innovativa e costruttiva.

Il 19 gennaio 1897 il beato don Michele Rua, primo successore di don Bosco, in qualità di Rettor Maggiore dei Salesiani, rispondendo ad una lettera giuntagli il precedente 12 gennaio, così scriveva al segretario di Stato di papa Leone XIII, cardinale Mariano Rampolla del Tindaro:
Eminenza,
i desideri del Santo Padre sono e saranno sempre per me un comando. Se pertanto Sua Santità desidera che io accondiscenda alla proposta degli Eccell.mi Vescovi della Svizzera di mandare due sacerdoti a Zurigo che abbiano la cura degli emigranti italiani, benché mi trovi nella estrema scarsezza di personale, procurerò tuttavia di mandarli. Ringrazio Vostra Eminenza della continua singolare benevolenza verso l'umile nostra Congregazione e prostrato al bacio della S. Porpora ho l'alto onore di professarmi di Vostra Eminenza dev.mo umil.mo Servo Sac. Michele Rua
”.
In questa semplice lettera sono riunite insieme le prime radici e i più significativi protagonisti della venuta dei Figli di don Bosco a Zurigo: il papa della “Rerum Novarum”, l'episcopato svizzero, la congregazione recentemente fondata da don Giovanni Bosco, il suo primo sacerdote e successore don Michele Rua.
Si comprende facilmente la ragione della preferenza dell'episcopato svizzero (già espressa in un Congresso tenuto il 17 agosto 1896) e della Santa Sede per i salesiani fra gli emigranti in Svizzera. Essi erano in grado di garantire nel tempo continuità e omogeneità all'azione; nessun'altra congregazione italiana di fine Ottocento si era dimostrata capace di realizzare tante iniziative in questo campo: già in Argentina avevano saputo avvalersi di tutti gli strumenti adatti ad un apostolato moderno fra gli emigrati. Unitamente a chiese, a parrocchie, a scuole, laboratori e istituti professionali di vario tipo, avevano e continuavano a gestire organi di stampa, patronati, associazioni di mutuo soccorso, cooperative, segretariati del popolo.
Anche per Zurigo la risposta, nonostante “l'estrema scarsezza del personale” prima accennata, fu eccezionalmente veloce e concreta.

Un prete e un coadiutore
Infatti, appena nove mesi dopo, i primi due missionari, un prete e un coadiutore, don Augusto Amossi e il sig. Giovanni Todeschino arrivarono da Torino in Svizzera per i necessari contatti logistici e, subito dopo, il 3 novembre 1898, 120 anni fa, fu stabilita ufficialmente e definitivamente in Zurigo, pur senza una sede logistica, la prima Missione Cattolica Italiana.
Fu esplicitamente affidata dal vescovo di Coira, monsignor Giovanni Fedele Battaglia, alla congregazione di don Giovanni Bosco, scomparso dieci anni prima a Torino, ma notissimo e già venerato in tutto il mondo cattolico per la sua opera di educazione e di formazione dei giovani più bisognosi, la maggior parte proprio fragili emigranti in cerca di un punto di appoggio nel capoluogo piemontese.
A Zurigo il carisma tipico dei salesiani si immerse di proposito a favore degli emigranti italiani bisognosi di ogni sostegno materiale e spirituale, con criteri di prudenza e continuità senza cedimenti a improvvisazioni o fughe in avanti che avrebbero compromesso i rapporti con la Chiesa locale.
Essi si mossero - secondo un accreditato studioso di queste vicende - secondo un modello sociale innovativo e moderno”, perché chiamati ad agire non in un contesto rurale (come in Sudamerica), ma in una fervida e promettente realtà operaia e industriale come quella del traforo del Sempione e della ben nota e antica città di Zurigo. I salesiani, pertanto, percepirono forte l'impegno di istituire società cattoliche di mutuo soccorso, comitati di tutela degli emigranti, segretariati del popolo e cooperative economiche.
L'utilizzo generoso della lingua italiana - caratteristica perdurante fino ai nostri giorni - oltre che per la scarsa conoscenza del tedesco, si rivelò strumento e canale privilegiato per tutelare l'identità culturale e religiosa e per consolidare legami efficaci e veloci con i nuovi arrivati dalle varie regioni italiane, senza però ghettizzarsi ma fornendo elementi di dialogo con la popolazione locale sia sul terreno civile sia più strettamente politico nello spirito di un'espressione molto significativa che si sente ancora oggi: “Dove mi guadagno il pane, lì è la mia casa”. I salesiani si sono sempre preoccupati di tenere la saldatura fra sociale e religioso, fra pane del corpo e nutrimento dell'anima. Un'impostazione che ha sempre permesso largo spazio al laicato nel campo della carità e della solidarietà del volontariato. Una caratteristica positiva probabilmente suggerita anche dalla concomitante convivenza con la locale Chiesa riformata.

Piccola ma determinata
La Missione Cattolica di lingua italiana, composta da salesiani e da laici, lungo questi anni ha cercato di fornire una risposta pratica ad una domanda pratica: animare gli italiani non spettatori, ma attori della loro convivenza in Zurigo; essi stessi costruttori di risposte ai problemi del vivere da “onesti cittadini in quanto buoni cristiani” secondo l'insegnamento di don Bosco.
Le difficoltà naturalmente non mancarono soprattutto fra le diverse collettività linguistiche momentaneamente ospitate alla meglio all'interno di una stessa struttura religiosa, soprattutto nella benemerita parrocchia cattolica dei SS. Pietro e Paolo di Aussersihl, dove maggiormente si concentrava la comunità immigrata dall'Italia.
Urgeva una certa autonomia e disponibilità di locali propri. La necessità di una chiesa italiana all'interno della città di Zurigo costituì fin da subito il sogno cullato dai missionari e dagli stessi fedeli emigranti.
La piccola ma determinata prima Comunità salesiana della Missione Cattolica, dopo due anni di comprensibile precaria residenza, nel gennaio del 1901, sotto la prestigiosa direzione del salesiano don Giovanni Branda, trovò finalmente l'agognata soluzione in una casa presa in affitto sulla Hohlstrasse numero 86. È proprio l'ubicazione dell'attuale chiesa parrocchiale. Quella che, pur nei vari rifacimenti e ristrutturazioni, accompagnerà tutte le numerose vicende vissute nell'arco di questi anni fino ad oggi.
Memorabile dovrà restare, in modo tutto particolare, la visita personale realizzata dal beato Michele Rua nell'aprile del 1902.
Pur con strutture murarie completamente diverse e nuove, resterà sempre toccante pensare che qui a Zurigo, proprio dove noi oggi viviamo e lavoriamo, don Rua ha voluto precederci santificando questi luoghi con la sua stessa presenza. La Missione Cattolica di Zurigo oltre che rivendicare nascita e fondazione intimamente legate alle origini della congregazione salesiana, rimarrà nella sua esistenza segnata e privilegiata dalla visita personale di un santo fortemente collegato con lo stesso don Bosco.
La storia saprà documentare la significatività e la portata sociale di questi 120 anni di vita salesiana al servizio della comunità cristiana e dell'emigrazione, dalla fine dell'Ottocento ai nostri anni, in una città europea emblematica per i forti processi di sviluppo tecnologico e scientifico come Zurigo, nel cuore della Confederazione elvetica e di tutto lo stesso continente occidentale.
Lasciamo ad altri il non facile compito di fare un bilancio della presenza salesiana in tutti questi anni: del loro vissuto spirituale, pedagogico, pastorale, i successi e i fallimenti, le lungimiranze e i ripiegamenti, la modernità e l'antimodernità delle loro scelte. Rimane confortante il fatto che, nonostante il costante decrescere quantitativo del numero dei salesiani presenti in Zurigo, riconducibile a una ben nota crisi vocazionale, rimane chiaro e costante il crescente coinvolgimento di collaboratori laici e volontari che operano ispirandosi alla cultura, alla spiritualità e al sistema preventivo di don Bosco.