I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

SALESIANI

SILVIO ROGGIA

L'essenziale è invisibile agli occhi

Matteo è un giovane salesiano non vedente che ha fatto la professione perpetua tre mesi fa. La sua testimonianza è vera e commovente.

Domenica 15 settembre, ero al Colle don Bosco. La basilica superiore era piena di giovani per la Messa in cui tre giovani salesiani hanno fatto la loro professione perpetua: “In piena libertà mi offro totalmente a Te, impegnandomi a donare tutte le mie forze a quelli a cui mi manderai, specialmente ai giovani più poveri... Per questo, alla presenza dei miei fratelli, faccio voto per sempre di vivere obbediente, povero e casto, secondo la via evangelica tracciata nelle Costituzioni salesiane”. Vorrei raccontarvi però qualcosa di Matteo, che ha detto lo stesso Amen con Daniel e Michael.
Matteo l'ho incontrato qualche anno fa a Valdocco. Era allora incaricato dell'ospitalità. Pur essendo non vedente riusciva a preparare i letti, sistemare le camere... fare proprio tutto. Molto più sorprendente della sua abilità era però la sua serenità: quel che ho visto domenica mi ha regalato un altro 'per sempre' che non dimenticherò mai più. Alla fine, come è consuetudine, c'è stato un pensiero di ringraziamento da parte di uno dei neo professi perpetui. Matteo con la mano destra sulla spalla di Michael è salito all'ambone. Ecco la sua magnifica testimonianza:
«Durante questi anni, guardando nel buio e al di là del buio della mia vista perduta, ho visto con i miei occhi interiori che la Luce esiste davvero e può vincere su ogni notte buia, contro ogni tipo di cecità.
Prima vedevo e voglio dire che la vista è un dono meraviglioso e inestimabile. Contemplare un tramonto, guardare negli occhi una persona che ti vuole bene... tutto questo è un grande dono.
Ma oggi so che posso vedere il mondo se scelgo di fidarmi e affidarmi agli altri, chiedendo un altro dono, che è quello di lasciarmi guidare. Senza la fiducia verso gli altri non potrei vivere e sarei soltanto una persona cieca. Oggi, il mio desiderio non è quello di vedere, ma di essere visto, riconosciuto, amato. Infatti, la preoccupazione più forte, direi anche la paura più forte, che fa male alla mia anima, è quella di essere trasparente, dimenticato, abbandonato, lasciato solo, in una parola: non essere visto! So che alcuni di quelli che mi guardano in realtà non mi vedono. Mi lanciano sguardi di curiosità o di compassione e non vedono Matteo. Vedono soltanto i miei occhi ciechi.
Ma ho visto anche che lo sguardo dell'Amore di Dio esiste davvero e si manifesta in varie forme: è lo sguardo di una madre, che ti ama come sei, è lo sguardo di un padre che vede in te una bellezza nascosta. È lo sguardo dei giovani che ogni giorno mi prendono per mano e mi aiutano a superare le difficoltà. È lo sguardo dei Salesiani, che mi hanno aiutato a scoprire che posso diventare un dono per gli altri. È lo sguardo di Dio stesso, che mi ha dato il dono di diventare salesiano.
Ho visto con i miei occhi e non vorrei scambiarli, non perché sono belli, ma perché senza questi occhi non sarei semplicemente me stesso, non sarei Matteo!
Grazie a questi occhi, Dio mi fa scoprire ciò che conta davvero. Attraverso questi occhi, Dio mi fa anche scoprire che possiamo avere fiducia negli altri e, sempre grazie ai miei occhi, Dio mi aiuta a scoprire l'unica vera gioia: essere visto dal suo sguardo d'Amore».

Vescovo, 81 anni, parte missionario per il Perù

Monsignor Marcelo Melani, salesiano: “Credo che il Signore continui a dirmi: 'Non aver paura... Sono al tuo fianco'”.

Il vescovo emerito di Neuquén, monsignor Marcelo Angiolo Melani, SDB, a 81 anni, sta intraprendendo un nuovo viaggio: partirà per il Perù come missionario ad vitam, nell'ambito della 150a Spedizione Missionaria Salesiana, e sarà inviato in Amazzonia, alla vigilia del Sinodo Straordinario convocato da papa Francesco. Parlando delle sue aspettative e del significato di questa sua nuova fase della sua vita, ha affermato: “Credo che il Signore continui a dirmi: 'Non aver paura... Sono al tuo fianco'”.
Seguendo il suo motto episcopale, “Non per essere servito, ma per servire”, monsignor Melani assume questa nuova missione “meravigliato” al pensare che Dio abbia un nuovo progetto per lui in questo momento della sua vita.
Anche se la sua partenza è stata il 12 settembre, arriverà in Perù a dicembre, poiché prima di allora parteciperà ad un corso di “Missiologia” a Roma.
Intervistato sulle sue aspettative in questa nuova destinazione, ha detto: “L'unica aspettativa che ho è di poter servire gli uomini e Dio”. Per questo motivo, ha spiegato: “Non sono preoccupato di sapere quale attività avrò. Sarò certamente in grado di confessare, ascoltare e consigliare” ha anticipato.
“Da 48 anni sono missionario in Patagonia. Ora sento che questo appello si è rinnovato in me: 'Lascia la tua terra', perché la Patagonia è la mia terra”, ha detto il prelato, nato a Firenze nel 1938.
Per quanto riguarda l'appello, ha riconosciuto: “Mi ha stupito sentire di nuovo in me con forza quella chiamata e mi ha stupito pensare che Dio ha un nuovo progetto per un vecchio di 81 anni”. “Il carisma dei Salesiani - ha proseguito - è di per sé missionario. Don Bosco cercò i missionari dove si trovavano, non aspettò che venissero. Quando la Congregazione aveva pochi membri, egli mandò i migliori in America”.
Monsignor Melani ha poi aggiunto che “non si può essere missionari se non si è totalmente innamorati di Cristo”. Oggi Cristo lo chiama ancora una volta, a 81 anni, con un messaggio chiaro, a lasciare tutto per seguirLo. “Credo che il Signore continui a dirmi: 'Non aver paura... Sono al tuo fianco'. San Paolo diceva: 'Corro verso il Signore' ed Egli corre con me”.
Infine, il vescovo emerito invia un messaggio alla comunità dei fedeli: “La vita cristiana è una vita missionaria, non abbiamo paura di attraversarla. Con Gesù tutto è possibile”.
Con alle spalle una lunga testimonianza di vita donata a Cristo, e sotto la protezione di san Giovanni Bosco, del beato Ceferino Namuncurá, del santo “Cura Brochero” e di molti salesiani “che hanno dato la loro vita per annunciare l'amore del Signore”, monsignor Melani ha lasciato la Patagonia e ha intrapreso una nuova avventura missionaria.

MIKE MENDL

Don John Thompson, missionario in Africa per 40 anni

Dal suo arrivo in Liberia, 40 anni fa, don John Thompson ha sempre prestato servizio in Africa, è sopravvissuto a due feroci guerre civili e in lui è cresciuto sempre di più l'amore per le persone che serve, in qualità di Figlio Spirituale di don Bosco. Ogni due anni, però, torna negli Stati Uniti, per parlare del lavoro missionario salesiano e per raccogliere fondi necessari per portare avanti le attività. Lo scorso 11 settembre è arrivato a New Rochelle e ha parlato con i confratelli delle sue esperienze, vissute in oltre 50 anni di vita salesiana.

L'origine di una vocazione missionaria
Don John, fin da quando era novizio, desiderava partire come missionario, ma le sue ripetute domande non venivano accettate. Poi incontrò don Bernard Tohill, che all'epoca era Consigliere Generale per le Missioni e che gli permise di trascorrere l'estate del 1978 in Guatemala. Qui, lavorò con le popolazioni indigene delle montagne e questa esperienza rafforzò la sua idea di voler essere un missionario.
La missione in Liberia e la guerra civile
Successivamente inviato in Liberia, don John ha prestato servizio sia a Monrovia sia a Tappita. Poco dopo il suo arrivo in Liberia, nel Paese scoppiò la guerra civile, durante la quale morirono centinaia di persone. Don John non esitò a negoziare con i ribelli, soprattutto per chiedere il rilascio dei prigionieri. Mise a repentaglio la sua stessa vita, pur di salvare chi era in pericolo. Dopo la guerra civile i Salesiani dovettero lasciare Tappita e vi tornarono solo alla fine degli anni ྖ. Successivamente hanno dovuto ritirarsi di nuovo e la missione è stata riaperta soltanto nel 2018.
Il servizio in Sierra Leone
Nel 1998, mentre in Liberia continuava la guerra civile, don John fu trasferito in Sierra Leone. Ha trascorso un anno a Lungi, per poi trasferirsi a Freetown, dove ha iniziato un progetto in favore dei bambini di strada. Anche in Sierra Leone, tuttavia, c'era stata una guerra civile e don John contribuì alla riabilitazione dei bambini soldato e di altre giovani vittime della guerra. È rimasto in Sierra Leone fino al 2008, prima di essere trasferito in Sudafrica. Negli anni passati in Sierra Leone, don John è rimasto sempre a fianco di chi aveva vissuto i traumi della guerra.
Da quella missione in Sierra Leone, si è sviluppato il grande lavoro dell'opera salesiana “Don Bosco Fambul”.